Daniela Ranieri Il nostro tempo è la decadenza

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il Fatto Quotidiano 20 dicembre 2013

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 Il nostro tempo è la decadenza

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“Blue Jasmine”. Il film racconta la caduta dal benessere alla povertà, ossia il passaggio da una condizione di insipienza a una di lucidità. È quello che sta accadendo

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Daniela Ranieri.

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L’ultimo film di Woody Allen Blue Jasmine rende paradigmatica una vicenda individuale: la moglie di un uomo d’affari arrestato per truffa precipita dalla condizione privilegiata a quella di ospite della sorellastra proletaria in un sobborgo di San Francisco. Più che la caduta di una persona dal benessere alla povertà, il film racconta il rito di passaggio da una condizione di insipienza a una di lucidità, dall’incoscienza di classe alla ipercoscienza di esserne decaduti. Jasmine passa dalla chiacchiera fatua in giardino coi rappresentanti del bel mondo al parlottio autistico in giacca Chanel in una città di normali alienati mentali. Esclusa dalla casta a cui apparteneva, segnata dallo stigma di connivente nella frode di migliaia di risparmiatori, si trova nel limbo borderline tra l’élite imbiancata dei ladri e lo zoticume degli onesti, dissonanza da silenziare a colpi di Xanax.

Fare la commessa in un negozio di scarpe frequentato dalle stesse amiche che riceveva in casa è l’icona plastica di una nemesi sociale. La storia ci riguarda, se reinterpretiamo il rito in senso collettivo: il decadimento italiano era all’opera quando gli spavaldi designer dell’incubo mostravano ristoranti pieni ai cittadini di una stucchevole Pleasentville già rosicchiata dai germi dello sfacelo. La classe operaia si dissolveva nell’individualismo qualunquista già intercettato dal centrodestra. Tra i detentori di partite Iva, un tempo illusi dai contratti con gli italiani o sedotti dalla schiuma alla bocca dei leghisti, montava lo stesso malessere che cresceva tra i residui di quel capitalismo molecolare incapace di produrre una visione che non fosse la sopravvivenza. Ma è solo al cospetto della bruttezza, della sporcizia e della cattiveria del popolo confluito nella raffazzonata falange dei Forconi, finora tenuto a distanza dalla rotondità neutra delle statistiche e ridotto a cifra da recitare nella liturgia da talk show, che come Jasmine sperimentiamo l’agnizione e la nevrosi. Se aveva ragione Nietzsche e “l’Europa è il mondo che tramonta”, l’Italia sembra il plastico ingrandito della Concordia durante il “saluto” nel crepuscolo dei popoli. Il declassamento era un prodromo quasi buffo, quando Monti pareva poter risolvere tutto con un’austerità al cloroformio, roba da gestire in uffici grigi coi vetri che imitavano quelli dei palazzi dell’Europa-bene. Quella di oggi è l’Italia “sciapa e infelice” fotografata dall’Istat, in cui la bancarotta generale si capillarizza in fallimento individuale e morale, e la crescita zero pare una buona notizia.

Le agenzie di rating neanche ci declassano più, la famiglia e il sommerso decadono dal loro storico ruolo di para-ammortizzatori sociali, gli insegnanti sono retrocessi a operai di una merce inutile, la Storia dell’arte, con buona grazia dell’indimenticabile Gelmini, viene espunta dai programmi di studio. Pompei si sgretola a scena aperta, tante volte non avessimo capito.

È stato questo il nostro decadere: non tanto la discesa del ceto medio dalla scala sociale, ma l’erosione dei gradini stessi, il crollo che ha aperto una faglia insanabile tra ottimati dei milioni, tenuti su dai fili del malaffare, e una massa di poveri non solidali e in preda al nichilismo. Era decadenza l’edificazione di una filosofia dell’apatia e della negazione dell’esistente da parte di una “sinistra” che ancora oggi guarda a quel popolo con degnazione se non disprezzo, e finora ha perpetrato l’inazione come garanzia del proprio privilegio. Quasi uno sberleffo appare la decadenza di B. da senatore, pura registrazione di uno status quo.

La Jasmine di Allen ha sempre saputo degli affari loschi del marito, ma decide di denunciarlo solo dopo l’ennesimo tradimento di lui: questa perdita dell’innocenza per mezzo della vendetta le dona la chiarità del principio di realtà, ma la condanna alla coazione: dopo una vita di menzogna (persino il nome uguale a quello di un fiore è finto), intravede la speranza in un ulteriore matrimonio di interesse, che poi crolla di fronte al fantasma del passato non più occultabile.

Spesso la decadenza ha un retroscena ghiandolare, come insegnano le vicende di Napoleone, la cui ascesa e tramonto seguirono la parabola della sua ipofisi, e di Cesare Borgia, il Principe di Machiavelli stroncato dalla peste e dalla sfortuna: nel nostro interregno in cui ciò che non vacilla cade, saranno la rabbia o il progetto, la demolizione o il realismo, a costringere alla scelta tra catastrofe e ricostruzione.

È come nei videogame di simulazione Civilization, quando tra incendi e rivolte non si riesce più a governare e un banner ci avverte dell’inizio della caduta: o si agisce razionalmente, dando al popolo pane e rose, oppure si alzano le tasse, il popolo stordito si ribella nella deriva morale, le forze dell’ordine si arrendono, e un diapason intollerabile annuncia il game over.

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