Goffredo Fofi Umanità da cimitero. Still Life di Uberto Pasolini

still-life

Il Sole 24 ore – Domenica 15 dicembre 2013

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Umanità da cimitero

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«Still life» di Pasolini è un film intelligente su un impiegato del comune che guida con amore le esequie delle persone sole

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di Goffredo Fofi

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Uberto Pasolini, l’autore di Still Life in qualità di produttore, regista, soggettista e sceneggiatore, sa quello che fa e conosce bene il mondo del cinema, compresi i suoi tranelli. Ha scelto da tempo di operare in Inghilterra, dentro una cultura che conosce evidentemente bene, e sa muoversi con la necessaria cautela tra ordine e rottura, tra conformismo e novità.

Ha in mente un cinema intelligente, che metta l’accento su temi e problemi rilevanti ma ha anche l’ambizione, che è dell’autore quanto del produttore, di raggiungere un pubblico più vasto di quello delle minoranze cinefile – che ha peraltro, da anni, idee molto confuse. Non ha equivalenti italiani, qui dove il cinema che aspira a interessare un pubblico vasto è di scarsa o nulla qualità, e i registi e sedicenti tali si dividono nettamente tra Autori e Comunicatori sempre con la minuscola, e troppo spesso tra narcisi velleitari e furbetti televisivi. Per Still Life, un film che rifiuta con decisione gli attori famosi e i linguaggi magniloquenti, Pasolini ha dichiarato nella ricerca di un proprio stile il magistero di Yasujiro Ozu, anche se ha rifiutato le sue inquadrature fisse e permesso alla macchina da presa – per quanto austera sia la sua guida – di muoversi se non di aprirsi.

Direi che è qui la chiave del suo progetto, in questo rigore che non lo è sino in fondo, perché il regista sa che renderebbe più difficile l’accettazione del suo discorso. Allo stesso modo egli non rinuncia, dopo il rigoroso minimalismo della narrazione, a un finale che sia emotivamente sollecitante, non tanto la morte del protagonista ma il suo funerale: disertato dai vivi, affollato dai morti.

Ma di che tratta Still Life? Né più né meno che dei morti in solitudine – non la solitudine metafisica in cui tutti si muore, ma quella di chi muore solo e non ha nessuno che lo pianga e lo accompagni alla tomba. Un impiegato non meno solitario è addetto al loro seppellimento e ha il compito di ricercare i famigliari o amici del morto, un lavoro che basta a riempirgli la vita e che egli svolge con rigore e competenza finché, per i soliti tagli al welfare dell’economia liberista, non viene licenziato e viene sostituito da operatori più spregiudicati e veloci che, per esempio, decidono automaticamente per la cremazione, un’operazione più rapida e a buon mercato che non il funerale normale. Nel film egli ha il volto privo di appeal e non molto espressivo di un attore pudico e minore – un volto che tutti potrebbero dire insignificante, quello dell’ottimo Eddie Marsan.

Prima di chiudere la sua esperienza lavorativa, il nostro probo funzionario chiede e ottiene un breve rinvio per continuare nella ricerca di parenti e amici dell’ultimo defunto totalmente solo, poco più che un barbone. E li trova, e per una volta riesce a convincerli a prender parte alle esequie, e stabilisce con la figlia del morto un rapporto affettivo che prelude a un incontro reale e solido, a un’uscita dalla sua solitudine finalmente nel mondo dei vivi. Ma il destino ci mette lo zampino e muore anche lui, preso sotto da una macchina. Qui il film ha la svolta che dicevamo, lieve e gentile, non forzata, ma che toglie al film un po’ della sua coerenza anche se gli permette di esprimere il suo messaggio, di commuovere e di ammonire. Questo finale può ricordare, anche se è molto più rapido e scivola nel fantastico, quello di Vivere, il capolavoro di un altro grande umanista giapponese, Akira Kurosawa: se ci si identifica nel dolore e nella solitudine degli altri e se si fa qualcosa per loro, non si è mai veramente soli.

Non sono molti i film che hanno provato a parlare seriamente dei morti e non si sono limitati a mostrare la morte. Ricordo tra gli altri, perché recenti, un superficiale, furbastro film giapponese, Departures di Yojiro Takita, e un superficiale, furbastro film hollywoodiano, Hereafter di Clint Eastwood. Per Uberto Pasolini il paragone va fatto, per l’onestà del proposito anche se non per l’eccellenza del risultato, con i tre film migliori che hanno preso la morte a loro soggetto, La camera verde di Truffaut, L’amour à mort di Resnais e, superiore a tutti, The Dead di John Huston dall’insuperabile racconto omonimo di James Joyce.

Un pensiero su &Idquo;Goffredo Fofi Umanità da cimitero. Still Life di Uberto Pasolini

  1. per fortuna ho letto la recensione dopo aver visto il film, perchè la conoscenza del finale mi avrebbe tolto molto; non è mai molto corretto anticipare il finale di un film o di un romanzo, ma in questo caso va davvero a discapito del piacere, della simpatia, della partecipazione con cui lo spettatore segue la vicenda. E comunque la storia è molto bella e il finale è commovente, direi che è l’unico finale possibile

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