Alfonso Berardinelli Canto di amore e di musica. Le poesie di Patrizia Cavalli

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il Foglio sabato 7 dicembre 2013

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 Canto di amore e di musica

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Le poesie di Patrizia Cavalli come i tableaux parisiens di Baudelaire. Il fascino delle rime anarchiche

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Alfonso Berardinelli

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Come gli americani hanno appena scoperto entusiasti il pensiero di Leopardi traducendo lo “Zibaldone”, così hanno anche scoperto la poesia di Patrizia Cavalli e ora ce la insegnano. E’ appena uscita per la Farrar, Straus and Giroux di New York un’ampia antologia dai suoi primi cinque libri, pubblicati dal 1976 al 2006, con il titolo “My poems won’t change the world” a cura di Gini Alhadeff.

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Rileggere qui, in questo bel volume di grande formato, hard cover e sovraccoperta con una foto irresistibile dell’autrice, le poesie della mia grande amica mi ha risvegliato da un lungo sonno. Mi ero addormentato da troppo tempo sulla certezza del loro valore e carattere unico nella poesia italiana dell’ultimo mezzo secolo. Mi era bastato ripetere a ogni occasione che le poesie di Patrizia Cavalli sono uno dei pochi punti fermi in un mare di confusione e di valutazioni sbagliate: ora devo accusare la mia soddisfatta pigrizia e la mia ignavia di critico.

D’altra parte devo dire che questa mia pigrizia poggiava su un’ottima ragione, della quale sono ancora convinto: la vera e migliore poesia sta in piedi da sola, basta leggerla, non ha bisogno di esplicazioni, analisi, commenti e perorazioni avvocatesche. E’ stato giustamente teorizzato che il valore letterario e artistico non si “dimostra” come un teorema, si può soltanto eventualmente “argomentare” con passione dialettica e abilità retorica, ma non si tratta di sillogismi o di verità scientifiche, si tratta di evidenze fisiche e mentali che richiedono occhi per vedere e orecchi per sentire. Ma per questo ci vogliono lettori capaci di leggere. Invece la cosa più comune è che la poesia non viene propriamente letta, viene anzitutto pensata come valore in sé, valore nominale, astratto, extra-sensoriale e perfino extralinguistico. Quando si deve valutare, decidere, distinguere fra una poesia e un’altra, fra un autore e un altro, coloro che ci riescono, coloro che osano sono sempre stati pochi e ora sono anche meno.

Nel caso di Patrizia Cavalli si verifica però un fenomeno rassicurante: i lettori ci sono e sono molti, comprano il libro, leggono e capiscono, ricordano questa poesia o quest’altra, certi versi li sanno perfino a memoria. Chi non capisce o dimostra scarsa capacità di lettura nonostante l’armamentario specialistico, sono i critici, gli studiosi, gli accademici. Quando ci si innamora troppo delle tecniche di analisi del testo, finisce che un testo vale l’altro, perché il critico è tutto preso dalle proprie tecniche e pensa che per capire sia sufficiente applicarle.

Tanti anni fa, quando ero giovane, amici più anziani e autorevoli mi hanno fatto credere che promettevo bene come critico letterario. Non dico che è stata la mia rovina, ma che è stato un equivoco. Mi sono accorto presto che in fondo preferivo più discutere di letteratura in generale, o “dire cattiverie” ragionate su qualche cattivo scrittore esageratamente apprezzato, che applicarmi a produrre magnifici saggi su autori amati. Gli autori amati mi bastava frequentarli, leggerli e rileggerli, e pensavo che bastasse anche a loro. Non avevano certo bisogno di me e della mia propaganda ermeneutica. Quando uno scrittore e soprattutto un poeta ti piace, ti convince, ti sorprende, allora il silenzio, secondo me, è la cosa più naturale. Tanto più che a differenza della critica d’arte o musicale, nella critica letteraria si devono aggiungere parole ad altre parole e con le parole di un poeta la lotta è impari.

Con le poesie di Patrizia Cavalli mi è sempre successo questo. La mia comprensione era più percettiva che analitica e discorsiva. Ma ora che ho fra le mani questo libro americano, con il testo italiano a sinistra e la traduzione a destra, con la prefazione della curatrice, le perspicaci osservazioni tecniche dei traduttori e le dichiarazioni acutamente apologetiche di alcuni scrittori sulla quarta di copertina, mi sembra di dover ricominciare.

Evidentemente tradurre un poeta è il miglior modo di leggerlo. Un momento: l’ho appena detto e già mi sembra falso. Neppure il lavoro del traduttore garantisce la comprensione. Tutto dipende dall’autore tradotto e dalle esigenze di chi traduce. Spesso in chi legge poesia in una lingua che non è la propria, la prima cosa che sfugge è la vitalità della lingua, il suono e il tono della voce. In poesia la lingua è tutto, perché in una lingua che sia viva è difficile scrivere stupidaggini. Rileggendo queste poesie con la traduzione inglese accanto, ho riscoperto la forza depuratrice, disintossicante dell’italiano di Patrizia Cavalli. Il suo lessico è misto e ibrido, ma la sua dizione è immancabilmente pura. Si intuisce subito che è proprio la purezza della dizione lo scopo per cui scrive. Quando una cosa è precisamente detta, la mente guarisce dal malessere, dalla malattia dell’imprecisione. La purezza non è altro che il risultato dell’energia e vitalità linguistica e l’energia è anche la possibilità di ottenere il massimo con la minima quantità di parole. Di solito l’inglese è più sintetico e breve dell’italiano: quando scriviamo in prosa ci accorgiamo di quanto siano pesanti e poco maneggevoli i nostri polisillabi, le flessioni verbali, le preposizioni semplici e articolate. Basta scorrere l’indice di questa antologia per vedere che invece fin dal primo verso l’italiano della Cavalli spesso batte l’inglese in velocità e brevità. Anche nei casi in cui la traduzione replica l’originale in perfetta simmetria, perfino il lessico italiano scelto dalla Cavalli è più rapido di quello inglese.

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Bisogna ringraziare il poeta che rende fieri della propria lingua e ne esalta le risorse. Non voglio dire che rapidità e brevità in poesia siano un valore o un dovere. Anzi, la stessa Cavalli sa fare altro. Nei suoi libri più recenti che sono anche, credo, i migliori, “Pigre divinità e pigra sorte” del 2006 e “Datura” pubblicato qualche mese fa, compaiono sette poemetti di varia misura e tessitura, uno, il più lungo, in forma teatrale. In questi casi, la velocità (che mi fa pensare a volte a Emily Dickinson) è sostituita da una crescita ramificata di figurazioni, personificazioni, argomenti, scene urbane (che mi ricordano certi “tableaux parisiens” di Baudelaire). Ma tanto la velocità che l’architettura ubbidiscono alla ricerca dell’enunciato e della sintassi più efficienti e fedeli alla cosa da dire: forme verbali che afferrano il pensiero nel momento in cui accade, o meglio lo inventano, che sia semplice e diretto o laborioso e variato. A volte esclamazione, preghiera, invettiva, aforisma. A volte auscultazione, raziocinio, recita umoristica con tutti i suoi attributi e procedimenti retorici.

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Alcuni dei suoi quattordici traduttori hanno osservato per esempio (cosa secondo me decisiva) che la musica verbale della Cavalli non è affatto così semplice da tradurre come sembra: la sua particolare velocità, dice Jorie Graham, in inglese “può diventare quasi banale. Ho provato a conservare la ricchezza di significati mulpli nella velocità del passaggio da una lingua all’altra. E l’italiano della Cavalli è così spontaneamente, naturalmente idiomatico, e l’idioma abbrevia, mentre nell’american english si tenderebbe a usare un idioma specifico, ma questo rischia di suonare totalmente falso tradendo la semplicità a tutti comprensibile del suo tono”. Geoffrey Brock dice: “Ho cercato di dare in inglese alle sue poesie un’ossatura metrica flessibile, più o meno analoga al suo uso del metro italiano, che ho sempre trovato sia piacevole che sorprendente (…) una delle cose che amo di più nell’italiano delle sue poesie è il modo in cui la sua lingua, così contemporanea, fa uso e ridà vita a certe tecniche tradizionali”.

Anche Rosanna Warren annota qualcosa di simile: “Ho cercato di usare un pentametro inglese flessibile come base (…) perché Patrizia usa una misura endecasillabica flessibile. Trovo affascinanti queste poesie per la loro combinazione di espressioni colloquiali, casuali e di modi filosofici petrarcheschi (‘il mio bene’, ‘il mio male’); di affermazioni molto dirette, prosaiche; e di un improvviso decollare verso un linguaggio figurato”.

Mentre David Shapiro sottolinea il fatto che “lei ti sta dando l’état présent di tutta la sua anima, il suo stato presente ma anche il presente del mondo (…). E’ come aver scoperto una poesia greca, quando i greci volevano essere veramente felici”.

Come lettore avevo sempre notato le stesse cose. Nonostante la velocità e l’improvvisazione dei suoi incipit, arrivano presto, se non subito, gli endecasillabi, le rime per caso o per equilibrio fonico, rime quasi sempre fuori schema, anarchiche, fisiologiche, che sembrano autoprodursi dalla lingua d’uso, oltre che dalla memoria istintiva di un ordine classico remoto che arriva in soccorso al momento giusto a dare forma all’informe. Non c’è nessuna coerenza stilistica intenzionale. Non c’è neppure un’idea preconcetta di poesia. Tutto nasce dalla testarda volontà di afferrare ciò che sfugge, non la verità ma la cosa come è, mentre si forma e si trasforma.

Facciamo per un momento il gioco preferito dei critici, quello dei precedenti e delle influenze. Che cosa si può riconoscere a vista? La violenta immediatezza di Saffo e di Catullo? La teoria degli “spiriti corporei” di Cavalcanti? Le canzoni di Dante (“Amor che ne la mente mi ragiona”)? I sonetti di Petrarca (“Pace non trovo e non ho da far guerra”)? L’endecasillabo sciolto, diaristico di Leopardi? E naturalmente l’antinovecentismo di Saba, Penna, Morante. Presupposti sia lontani che prossimi, classici e comunque non imitabili. Autori a cui si può chiedere aiuto, o che vengono in aiuto spontaneamente solo perché il simile attira il simile.

Non è difficile ricapitolare le prime evidenze di questo stile: (a) la paradossale naturalezza della metrica (metrica che è nello stesso tempo artificio e istinto); (b) le rime che arrivano a sorpresa quando è arrivato il momento, quando si annunciava una minaccia di disordine; (c) la sintassi a volte elementare e lineare, tagliata a misura del verso, a volte spezzata o sghemba o dilatata fuori misura, che non si sazia di aggiungere specificazioni e distinzioni; (d) il lessico impietosamente o amorevolmente preciso, non sospettabile di selettività e squisitezza letteraria, lessico parlato e parlabile, anche se specializzato.

All’improvvisazione che taglia e scorcia si alternano le tecniche retoriche, gli spazi mentali dell’allegoria, i tempi vocali del teatro o dell’epigramma, l’andamento esplorativo, rallentato delle descrizioni dal vero e poi sempre più spesso, nei due ultimi libri, la costruzione del poemetto a tema.

Per la copertina americana il più famoso dei poeti newyorchesi, John Ashbery, ha scritto queste due righe, che propongono un’arguta confutazione del titolo “le mie poesie non cambieranno il mondo”: “Like Emerson, Patrizia Cavalli says the same thing over and over, and each time it is amazingly fresh and surprising. The world does change, in the telling”. Così viene detto in breve quasi tutto. Si parte con il riferimento audace e umoristico a un serissimo moralista come Emerson, ma la cosa vale quasi per ogni classico: non sono pochi quelli che tendono a ripetere la stessa cosa in modo sempre nuovo e sorprendente. Ma non è vero che si tratta sempre della stessa cosa. Ogni volta che la dici, la cosa cambia. Perfino il mondo cambia, quando lo dici di nuovo.

E Jhumpa Lahiri ha dichiarato: “Leggere Patrizia Cavalli è pura estasi. Riesce a unire l’acume erotico di Catullo e la limpidezza degli haiku. Con disarmante esattezza dà voce all’instabilità, alle assurdità, alla penetrante intensità dell’amore. Forse le sue poesie non potranno cambiare il mondo, ma hanno cambiato la mia vita”.

In una delle sue rare interviste, Patrizia ha parlato della sua poesia come del solo mezzo che ha per “conoscere e capire nel modo più efficace e rapido possibile” e ha definito la poesia “l’unica scienza di cui mi fido”. Mi scuso per l’autocitazione, ma ora che ci penso, ricordo di aver scritto anni fa questo breve testo non firmato: “Fare scienza di tutto ciò che la scienza trascura o ignora: sembra questa la vocazione più forte e costante che si manifesta (o si nasconde) nella poesia più recente di Patrizia Cavalli. Che pur somigliando sempre a se stessa, sviluppa ora un’attitudine riflessiva di genere filosofico intorno ai misteri di ciò che solo in apparenza è chiaro: le ragioni e le condizioni del piacere e del dolore, i mutamenti impercettibili e decisivi che confondono o che intensificano quello che sentiamo e siamo”.

L’occasione di queste parole era l’uscita nel 2006 di “Pigre divinità e pigra sorte” e sentivo che era ora di mettere da parte lo stereotipo della grazia, della leggerezza e del quotidiano, “tutte parole” aveva detto Patrizia “che mi hanno sempre fatto venire il voltastomaco”.

Ci si era abituati a considerare la Cavalli una ragazza atemporale, le cui poesie non sopportavano né cronologia né storia, sembrava che nascessero per germinazione naturale, senza lavoro, riflessione, complicazione, costruzione. Ma poi il tempo ha costretto la ragazza atemporale a un’ardua lotta per discriminare il vero e il falso e contro ogni realtà fittizia: l’ha spinta a diventare un filosofo per necessità, mistico-materialista o eroico-illuminista (perciò piace tanto sia ad Agamben che a me) che combatte con forze terrestri e celesti, che può essere abbattuto ma mai soccombente.

Questo è stato l’anno della Cavalli e c’è da aggiungere qualcosa. Prima è uscito il cd “Al cuore fa bene far le scale”, con poesie e canzoni musicate e cantate da Diana Tejera. Poco dopo è stata pubblicata la nuova raccolta “Datura”, un libro più mentale e umoristico degli altri, o diversamente irruento, nel quale i poemetti sono addirittura cinque e il più lungo, “Tre risvegli”, operina teatrale comico-allegorica, occupa la sezione centrale del libro. Qui la cosiddetta interiorità è rappresentata come la rete che lega corpo, cielo, amore e mal di testa in un groviglio di cause e di effetti elementari e mai prevedibili. Viene offerta al pubblico una radiografia drammatica e una vicenda a lieto fine sulla vita psichica come commedia fisica.

Si trova in questo libro anche una delle cose più belle e potenti che la Cavalli abbia scritto, il poemetto baudelairiano, “La maestà barbarica”. Si tratta della personificazione vivente di una sovranità senza scopo né meta, che inscena una strategia di pose e gesti, di parole indirizzate al nulla o “a certe alte / infami autorità” senza volto. Protagonista è una sublime parodia del tragico, una mendicante regale che non mendica affatto, che non chiede, a cui spontaneamente si dà quello che lei svogliatamente, distrattamente preferisce. E’ una musa “arcaico-tragica” che sfida il senso comune e per provocazione si mostra caduta in basso mentre in realtà è sempre altrove, “in un oscuro dove”.

C’è un messaggio? Forse sì, se solo si vuole. Chi sfida e trascende la comune realtà lo fa a rischio di follia. Ma la follia può diventare un’arte, o più di una, un linguaggio destinato a chi non c’è o non si vede, un modo di essere che non si mescola con gli usi del mondo.

Un consiglio per i pigri, gli increduli e chi ha paura di leggere. Cominciate dal cd pubblicato da Voland, parole della Cavalli, musica e voce di Diana Tejera. Vedrete che la Tejera legge per voi le poesie cantandole, verso dopo verso, parola per parola. Dopo un po’ cercherete di cantare come lei, ma non sarà facile.

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Stanche divinità

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E se mi guardi davvero e poi mi vedi?

Io voglio che stravedi non che vedi!

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Se i miei numeri non vincono

neanche quando non li gioco

vuol dire che per me non c’è più gioco,

nemmeno la sfortuna mi sta accanto.

                              * * *

Sono Pallade Atena

ma mio padre è romano

si chiama Giove Pluvio

e io lo chiamo lo chiamo.

Se lui arriva sto bene;

se ritarda sto male

io dipendo da lui

lui mi è Pasqua e Natale.

                              * * *

Amor che fa la rima

sta un po’ meglio di prima.

Amor che rima fa

tanto male non sta.

                           * * *

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Da La maestà barbarica

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Stanche divinità che mi lasciate all’anima

senza governo troppo esagerata,

voi che mi davate forme e nomi

ora anche voi indistinte vi sciogliete.

C’è al vostro posto una maestà barbarica

che gira nel quartiere, che fa di ogni caffè

e negozio casa sua e da padrona siede

dove capita per scrivere lettere agitate,

che imposta senza busta perché loro

sanno fin troppo bene dove andare,

dirette come sono a certe alte

infami autorità. Resta a lungo seduta

in ostensione del suo pensiero assorto

che le detta le parole più giuste, gli insulti

più appropriati perché possa raggiungere

– nessuno sa che cosa, ma raggiungere.

Mi è capitata in mano una sua lettera,

non c’erano né frasi né parole,

ma c’era una scrittura infatuata di consonanti

triple e vocali gigantesche, tenute

insieme da volute e colonnati,

la prova che il rovello è architettura.

(…)

Quando non fa le recite

o non scrive, si confeziona costumi

portentosi. Lei non segue la moda,

ma l’impone: vanno in molti a spiare

i suoi drappeggi, le cuciture a vista,

i tagli trasversali. La sua eleganza

è quasi una minaccia, passarle accanto

coi propri vestitucci un po’ si trema

e un po’ ci si vergogna. Io non oso parlarle,

ma la guardo, la guardo sempre,

discosta e laterale. Ogni giorno

ho bisogno di vederla, se non la vedo

la vado a cercare, se non la trovo,

provo paura e noia. Temo che muoia,

temo che scompaia.

                                                   Patrizia Cavalli

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