Piero Gelli Religione Adelphi, mezzo secolo da decostruire

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Ferdinando Scianna Roberto Calasso 1989

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il manifesto – Alias della domenica 10 novembre 2013

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Religione Adelphi, mezzo secolo da decostruire

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«Adelphiana 1963-2013»: un’antologia di autori, libri, copertine

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di Piero Gelli

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Leggo con ammirazione, con curiosità, con nostalgia pure, le pagine di questo Adelphiana 1963-2013 – pubblicato per il cinquantenario dell’Adelphi (Adelphi edizioni, pp. 784, € 35,00) – che anno dopo anno campionano, per frattali miticizzanti, una storia e un’antistoria della lettura (spiegherò poi il perché) cui il pubblico, fedele o infedele è chiamato a confrontarsi.  In me, che ho vissuto il secondo Novecento dell’editoria (la seconda parte del secolo breve, direbbe Hobsbawm) in ruoli non marginali, si affoltano alla memoria fatti e misfatti che precedono e poi corrono paralleli alla vicenda adelphiana, le cui origini, è bene ricordarlo, nacquero cariche di sospetto, invise e invidiate. Se la storia di Luciano Foa, con i suoi trascorsi olivettiani, i contrasti einaudiani, la potente e unica Agenzia Letteraria, paterna e poi linderiana (Erik Linder), suscitavano rispetto, l’ingresso previsto del giovanissimo Calasso supposto genio, con le sue ombre asburgiche e il fantasima di Bobi Bazlen, nume tutelare di entrambi, all’inizio fu accolto con sorpresa, per essere poi lui congelato per qualche anno nella nicchia dei beati spiriti: con i suoi libri difficillimi, L’impuro folle, Le rovine di Kash.

L’editoria era ben altro, quei titoli non facevano paura, e neppure le esemplari edizioni che intanto cominciavano ad apparire ben in evidenza sui banconi delle librerie: i meravigliosi classici bianchi (Tommaseo, Defoe, Keller, Buchner), i primi Nietzsche di Colli e Montinari, così discussi e esecrati, in Piemonte. Intanto trasmigravano all’Adelphi molti paramaghi, dall’estero ma anche italiani, tra esoterismo e gnosticismo, Zolla per esempio, Ceronetti, alcuni di provenienza sospetta, come chi lasciava la casa editrice Rusconi, fucina di una destra che cercò di rifarsi anche onestamente una plastic surgery culturale. Intanto col successo, più di stima intellettuale che di vendite nel primo decennio, arrivarono dall’estremismo sinistrorso le prime frecciate ideologiche: fu evocato il nome del barone più chiacchierato e osannato, Julius Evola, quale medium astrale e occulto di tanta produzione adelphiana: una falsità, utile però a ricordarsi che cosa non fosse politicamente il periodo a cavallo tra la fine degli anni sessanta e gli inizi dei settanta per cogliere tutte le aberrazioni referenziali dell’epoca.

Purtroppo, in Italia, tutte le storie dell’editoria nostrana del secolo scorso, sono compilate in accademichese, nel senso che sono scritte da accademici o da consulenti editoriali o redattori a riposo in cerca di un ruolo accademico: sono quindi scolastiche, informate numericamente quanto basta, e noiosissime. Ci vorrebbe qualcuno come Calasso, con la sua cultura e la sua curiosità, ma senza lo sprezzante risvolto che lo contraddistingue: da lui ogni acquisizione, ogni recupero sono cannibalizzati: non esistono un Simenon o un Maugham mondadoriani; un Canetti garzantiano o rizzoliano, e via di seguito. E in qualche modo ha ragione: per lui c’è, in italia, una sola storia editoriale: la sua. Servirebbe, invece di questi manuali crudamente informativi, un’indagine più animata di fatti e di personaggi, più attenta alla ricezione, con uno sguardo più rivolto verso il lettore, come, per esempio, si recipisce, scorrendo le copertine, anno dopo anno, di questa ultima Adelphiana: la messa in scena dello spettacolo sùbito simbolico di strutture significative che la raccolta-rivista «sporadicamente visibile», sin dalla prima uscita nel 1971, veicola e allarga, con l’intenzione, che preferiremmo surrettizia e non conclamata, di costituire un insieme sinfonico dove tout se tient, una persuasiva allegoria della lettura di testi che specularmente si riconnettono. Quasi una religione, quindi, ma indubbiamente periclitante, destinata forse a estinguersi in rivoli di sopravvivenza, come pare temere Calasso nel bellissimo saggio «I libri unici» con cui si apre l’ultima sua raccolta L’impronta dell’editore, per il trionfo, terrorizzante, del «libro unico del mondo» prospettato da Kevin Kelly: una decostruzione dell’universo librario in una digitalizzazione universale: in realtà forse un buco nero di parole, di informazione in cui muore ogni privata identità, ogni personale, individuale modalità di leggere e di recepire.

All’inizio, parlavo di antistoria, anche semplicemente alludendo a un’assenza, a un vuoto, come il racconto-ricezione di altri editori, costruito sul modello di quello dell’Adelphi. A dire il vero, Calasso vi allude, nel saggio succitato, en passant, ricordando alcuni momenti che precedono o si ricollegano per raffronti, alla vicenda adelphiana. Per chi come me cominciava a frequentare le librerie verso la metà degli anni cinquanta, sa che sono esistite altre mitologie e iconografie che focalizzavano l’attenzione dei lettori non solo giovani ma, soprattutto, di quelli oserei dire più intellettuali e/o ideologici – se i due termini non suonassero oggi come sbeffeggianti cachinni. C’è stato il lungo e glorioso predominio dell’Einaudi, che per decenni ha catalizzato lo sguardo del suddetto lettore, che non era solo il lettore di sinistra, perché la bellezza della grafica e il valore testuale dei saggi e dei romanzi einaudiani erano o parevano allora indiscutibili, e l’organizzazione commerciale della casa attivissima sia in libreria, sia nelle case degli studenti ratealizzati di opere «necessarie», che poi spesso finivano col non pagare. La nascita dell’Adelphi fu avvertita dalla brigata einaudiana come una reale minaccia, perchè spaccava la predilezione di Linder, perchè carpiva quell’aura che per anni è stata l’indiscusso atout dell’editore piemontese; e questo accadeva, in Adelphi, in parte abilmente subentrando e in parte seguendo ben altre costellazioni, totalmente priva com’era inoltre di quell’asfissia politica, da minculpop pedemontano; in realtà memo opprimente di quello che si diceva, essendo Giulio Einaudi più libero dei suoi tanti ministri del mercoledì.

Arriva poi a cavallo degli anni sessanta la folgorante palingenesi della Feltrinelli di Giangiacomo, neppure un ventennio di sorprendenti epifanie: come dimenticare Il Gattopardo, il Dottor Zivago, Cent’anni di solitudine e molti altri meno eclatanti, e tante iniziative destinate a concludersi sotto il traliccio di Segrate.

Nel 1958, uscendo dalla tutela del padre Arnoldo, Alberto Mondadori fondava «il Saggiatore» che, con l’ausilio di consulenti di prestigio come Giacome Debenedetti, Ernesto De Martino, Enzo Paci e altri crea in pochi anni un catalogo di nuovo Illuminismo che entusiasmò noi studenti: la scoperta di Levy-Strauss e dei Tristi Tropici, di Kerényi, del Sartre saggistico, del Manuale di Armonia di Schoenberg, della struggente autobiografia La svolta di Klaus Mann; ore indimenticabili nel mio rifugio fiorentino di Borgo Pinti, prima dell’alluvione topica. Per ragioni di economia, esemplifico, taglio via e oblitero editori storici importanti, come Mondadori, Bompiani Garzanti, Rizzoli, Laterza, perché è proprio la loro diuturna costante presenza che li mette al riparo dell’idolatria.

Già dai primi titoli, nel ’63 Adelphi, con l’eleganza e la sicurezza di chi può nascondere un disegno che insinuandosi nel tempo, lo significherà, occupa per interi decenni tutti i luoghi della mitologia, marchia di significanza mitica ogni objet trouvé, anche il più scalcagnato, costruisce eventi memorabili come l’edizione Nietzsche Colli-Montinari, scopre le meraviglie della decadenza, una Finis Austriae da cornucopia d’oro che ancor oggi sorprende, si spinge con Alessandro nell’India più sconosciuta (per noi mortali lettori occidentali) e ne rileva le virtualità convergenti, così come accade con le opere di religioni, di filosofia e di antropologia, dove scorra un sottile gnosticismo che è un po’ come l’araba fenice; pubblica narrativa di alta digeribilità, quasi sempre di grandi autori e, con l’estendersi del dominio, recupera i classici italiani del Novecento (Montanelli, Parise, Landolfì, Flaiano, Arbasino, Gadda, ecc.), che presso altri editori sarebbero rimasti impilati nei magazzini in eterno. Nemico della pedagogia libraria, della politica tout-court, Calasso editore e scrittore ha egregiamente usufruito della casa editrice, con i suoi testi che sembrano indirizzare a inedite piste; e ne ha illustrato i modi, ovvero l’arte di fare libri, e le finalità, nella ricerca quasi rabbinica di un sogno, un libro dei libri, ma cartaceo, che contenga tutti gli altri, quelli che abbiamo letto e che vorremmo leggere. Come in questa antologia, così ricca di letture affascinanti, dal Bazlen dello stesso Calasso al Wagner di Bortolotto, dal Pozzi di Isella all’Isherwood di Cameron, si sfoglia, si va avanti, si salta, si ritorna ed è un piacere, il piacere di ridurre la distanza incolmabile tra la nostra e l’altrui verità, come sempre quando si legga sul serio.

Quest’Adelphiana 1963-2013, così pericolosamente celebrativa, come tutte le celebrazioni, racconta anno per anno il potere, la forza evocativa dei titoli e delle sue copertine, applicando al passato la costanza, la riflessione del presente, che forse sentiamo minacciato, non solo per la vecchiaia e quindi la morte, ma per la consapevolezza dell’evanescere delle parole, di un certo modo di capire e assorbire la scrittura: «I fogli di carta sono reali, li ha appena scritti, ma la loro sostanza non è che un’illusione» scrive Fleur Jaeggy parlando di Walser nel suo bellissimo intervento, e pare quasi un epitaffio per l’odierna editoria.

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