Alessandro Piperno L’ultima parabola del santo libertino

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Tullio Pericoli Milan Kundera

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Corriere della Sera 30 ottobre 2013

 

L’ultima parabola del santo libertino.

Niente ha mai un vero perché

 

L’eventoDopo 4 anni ritorna la voce del grande scrittore ceco: «La festa dell’insignificanza» celebra la fragilità di ogni sentimento, compresi il lutto, la gioia e la bellezza

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di Alessandro Piperno

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Insomma, capita questo: mi siedo sul divano per dare un’occhiata alle bozze del nuovo romanzo di Milan Kundera. Accendo la tv, abbasso il volume con la destrezza del videodipendente. Leggiucchio mentre il pollice scorre macchinalmente i canali. Quando sollevo la testa in tv c’è Roberto Calasso, l’editore italiano di Kundera. Su un canale Sky, parla del cinquantesimo compleanno di Adelphi, la sua casa editrice. Abbandono per un attimo Kundera, alzo il volume, per occuparmi del suo editore. So che Kundera non me ne vorrebbe. Dopotutto, si tratta di uno di quei casi fortuiti che tanto gli piacciono («Soltanto il caso può apparirci come un messaggio» L’insostenibile leggerezza dell’essere). È allora che il caso mi serve una gustosa epifania: Calasso, interrogato sulla sua amicizia con Kundera, risponde sornione e lapidario: «È uno dei pochi grandi scrittori viventi. E quando dico pochi, vuol dire che per contarli basta una mano sola».

Una verità inoppugnabile che mi spinge a guardarmi la mano e a chiedermi perché Milan Kundera sia uno dei pochissimi grandi scrittori viventi, e subito dopo a rispondermi: perché per lui tra filosofia e letteratura non c’è differenza. Proprio come per Rabelais e Montaigne, come per Sterne e Diderot, per Kierkegaard e Nietzsche, per Musil e Broch… Narrativa? Saggistica? Letteratura? Filosofia? Perché perdere tempo a distinguerle visto che in fondo si occupano appassionatamente della stessa cosa? «Saggio ironico, narrativa romanzesca, frammento autobiografico, fatto storico, volo di fantasia: la forza sintetica del romanzo è in grado di combinare ogni cosa in un tutto organico, come le voci di una musica polifonica». È ciò che anni fa Kundera diceva in un colloquio con Philip Roth (un altro dito della mano!). E non lo diceva mica per dire. Sfido qualsiasi lettore (anche il più scaltro), aprendo un libro di Kundera che non conosce, a capire in pochi secondi se si tratta di un romanzo o di un saggio. Ma non perché lui scrive romanzi con la precisione del saggista o perché scrive saggi con la furbizia del romanziere. Ma semplicemente perché per lui certe distinzioni non contano. Perché evidentemente quando si mette alla scrivania (ammesso che ne abbia una) non sta lì a pensare: «È ora di scrivere un saggio» o «È ora di scrivere un romanzo». Probabilmente pensa: «È ora di scrivere».

La fedeltà a se stesso nel corso degli anni è stata encomiabile, sopportando persino il trauma del passaggio da una lingua all’altra (da tempo Kundera ha abbandonato la madrelingua per il francese). Kundera è rimasto Kundera: lo stile sobriamente paratattico, il tono dimesso, l’andamento svagato e rapsodico. Quasi tutti i libri di Kundera (soprattutto gli ultimi) sono formati da capitoletti: apologhi solo in apparenza scollegati dal resto. Ma al di là della sfavillante facciata, la cosa più ragguardevole e caratteristica è la voce.

In Kundera la voce di chi narra e la voce di chi riflette sono la stessa voce. Una voce che ha il terrore di pronunciare luoghi comuni, e per questo la prende sempre alla larga, o almeno di sguincio. La voce allusiva, spiritosa, irriverente del libertino settecentesco. I pensieri di Kundera sono sexy e sconcertanti come le eroine dei suoi romanzi. E la sensualità risiede nel fatto che Kundera difficilmente si innamora di un’opinione. Tratta le opinioni con disinvoltura erotica. Non sorprende la sua venerazione per Diderot (anni fa gli dedicò anche una pièce teatrale). Diderot ha insegnato a Kundera che pensare è un’attività postribolare e narrare un delizioso pretesto.

Tutto questo rende Kundera uno scrittore di sorprendente inattualità. Oggi tutti hanno un’opinione su tutto: sulla cultura, sulla politica, sull’economia, sulla gastronomia, sugli uomini, sulle donne, sull’onesta, sulla disonestà, sul bene, sul male… E usano qualsiasi mezzo (anche il più epigrammatico) per comunicartela. Kundera tratta le opinioni forti con cautela. Immagino che questo dipenda da una deformazione biografica: la sua vecchia battaglia contro il totalitarismo. Una vera ossessione che condiziona tutto quello che scrive.

Non sono uno storico delle idee, e quindi chiedo scusa per l’ingenuità, ma cos’è una società totalitaria se non un posto in cui le opinioni forti hanno assunto una tale autorevolezza istituzionale da diventare ottuse e minacciose? E, in alcuni casi, addirittura omicide. Kundera reagisce alla forza bellicosa delle opinioni forti con la spregiudicatezza intellettuale. La sua devozione al romanzo sembra scaturire proprio dall’idea che il romanzo sia un luogo in cui il giudizio è stato abolito: «Sospendere il giudizio morale» scrive ne I testamenti traditi «non costituisce l’immoralità del romanzo bensì la sua morale. Una morale che si contrappone alla inveterata pratica umana che consiste nel giudicare subito e di continuo tutto e tutti, nel giudicare prima di e senza aver capito. Dal punto di vista della sapienza del romanzo, questa fervida disponibilità a giudicare è la più esecrabile sciocchezza, il peggiore di tutti i mali». Per non correre il rischio di trasformarsi, a sua volta, in un borioso ideologo, Kundera si para dietro allo scherzo, all’ironia, allo sberleffo: «Tra romanziere e lettore i patti devono essere chiari fin dall’inizio: le cose qui narrate, per quanto terribili possano essere, non sono serie».

Se dovessi dare una definizione di un grande scrittore, direi che si tratta di un tale il cui compendio dei libri scritti nel corso d’una carriera intera va a comporre un unico libro, lungo (e talvolta persino noioso) quanto una vita umana.

È evidente, fin dalle prime battute, che La festa dell’insignificanza, il romanzo in uscita oggi, è una nota a piè di pagina del grande «libro kunderiano». Inizia con un certo Alain che cammina per Parigi, guarda le ragazze, riflette sui loro ombelichi, su come essi abbiano influenzato l’immaginario erotico contemporaneo. Un pensiero bizzarro e inutile che sarebbe piaciuto a Fielding.

Che cos’è La festa dell’insignificanza?

Un divertissement surrealista, una parabola felliniana, in cui si alternano personaggi alle prese con elucubrazioni stravaganti. Ciarlieri, peripatetici, brilli, un po’ vanesi, talvolta fin troppo astratti ma chi se ne importa. Ogni tanto alludono a un loro inventore che immagino sia Kundera stesso. E, in effetti, Kundera li tratta come marionette. Li sfotte e li comprende. Ad essi affida i suoi classici motivi: dall’involontaria comicità dei dittatori comunisti alla futilità di ogni esperienza umana.

A un certo punto, Alain, camminando, va a sbattere contro una ragazza. Costernato le chiede scusa, mentre lei inveisce contro di lui. Pochi secondi dopo riflette sulla follia di ciò che gli è appena capitato. Perché la ragazza lo ha insultato? E perché lui le ha chiesto scusa? In fondo erano entrambi allo stesso tempo colpevoli e incolpevoli di quel piccolo incidente. Così Alain comprende che gli esseri umani si dividono in due grandi categorie: chi chiede sempre scusa e chi non fa altro che accusare gli altri: «Sentirsi o non sentirsi colpevole. Secondo me, il punto è proprio questo. La vita è una lotta di tutti contro tutti. È risaputo. Ma in una società più o meno civile come si svolge questa lotta? Non possiamo scagliarci gli uni contro gli altri non appena ci vediamo. In compenso, cerchiamo di buttare addosso agli altri l’ignominia del senso di colpa. Vincerà chi riuscirà a fare dell’altro un colpevole».

Certo, il tema è oltremodo dostoevskijano (Memorie del sotto­suolo), ma declinato con la leggiadria di Kundera: per così dire, senza astio. Del resto, tutto il libro è senza astio. Anche quando mette in scena il suo vero protagonista — l’insignificanza — lo fa evitando toni oracolari e apocalittici. «L’insignificanza è l’essenza della vita» dice un personaggio. «È con noi ovunque e sempre. È presente anche dove nessuno la vuole vedere: negli orrori, nelle battaglie cruente, nelle peggiori sciagure. Occorre spesso avere coraggio per riconoscerla in condizione tanto drammatiche e per chiamarla con il suo nome. Ma non basta riconoscerla, bisogna amarla, l’insignificanza, bisogna imparare ad amarla».

Già, tendiamo a conferire un’importanza nodale alle nostre tragedie, sebbene non ne abbiano alcuna. Ci piace trasfigurare le nostre gioie malgrado esse contino solo per noi. Niente ha uno scopo, niente ha un perché, anche il lutto più terribile non ha senso: non verrà alleviato, né conoscerà riscatti celesti. Persino la bellezza, tutta questa bellezza — la luce di ottobre a Roma è incantevole — non allude ad alcun significato superiore, non promette nient’altro se non un rapido disfacimento. Ma chi lo dice che non sia questo il bello della vita?

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Il volume Adelphi

Esce oggi in libreria per l’editrice Adelphi il nuovo romanzo di Milan Kundera, «La festa dell’insignificanza» nella traduzione di Massimo Rizzante («Fabula», pp. 136, 16). Il titolo più recente del celebre autore ceco, anch’esso pubblicato dalla Adelphi, è «Un incontro», del 2009. “La festa dell’insignificanza”, che contiene elementi sia narrativi che saggistici, può essere considerato una sintesi di tutta la sua opera precedente

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La vita

♦  Milan Kundera è nato a Brno, nell’allora Cecoslovacchia, nel 1929

♦ Oltre che autore di romanzi, è anche saggista, poeta e drammaturgo

♦ Iscritto da studente nel 1948 al partito comunista, ne venne espulso due anni dopo e in seguito si schierò a favore della Primavera di Praga

♦ Nel 1975 emigrò in Francia, ove ha insegnato alle università di Parigi e di Rennes e dove oggi vive con la moglie Vera

♦ Nel 1979, a seguito della pubblicazione de «Il libro del riso e dell’oblio», gli fu tolta la cittadinanza cecoslovacca, mentre nel 1981 gli fu conferita quella francese. Dopo la Primavera di Praga, e fino alla caduta del regime comunista, le sue opere sono state proibite in Cecoslovacchia; i suoi romanzi più recenti li ha scritti in lingua francese e non ha concesso i diritti di traduzione in lingua ceca

♦ È del 1984 il suo più clamoroso successo, «L’insostenibile leggerezza dell’essere»: fu necessario attendere ill 2006 perché desse il permesso di pubblicarlo anche nella Repubblica Ceca

♦ Tra le altre opere famose: «Lo scherzo», «Il valzer degli addii», «La vita è altrove», «L’immortalità» e «Amori ridicoli». Con il saggio «L’arte del romanzo» ha esposto la sua poetica letteraria

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vedi anche:

la Stampa – Tuttolibri 16 dicembre 2013

Elena Loewenthal L’ombelico delle donne è la gioia della vita. Milan Kundera La festa dell’insignificanza Adelphi

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la Repubblica 30 ottobre 2013

Antonio Gnoli Milan Kundera. La leggerezza dell’essere diventa una vertigine senza fine. Dopo anni di silenzio il grande scrittore ceco torna nelle librerie con “La festa dell’insignificanza

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il mattino.it Herzog

Marco Ciriello L’ombelico di Kundera

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storie. rivista internazionale di cultura

Milan Kundera: “La festa dell’insignificanza” scatena i critici e Gad Lerner

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il Fatto Quotidiano 9 novembre 2013.

Caterina Bonvicini Il crepuscolo delle beffe. “La festa dell’insignificanza”, l’amaro ritorno di Milan Kundera dopo quattro anni

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il Sole 24 Ore – Domenica 10 novembre 2013.

Luigi Reitani La festa è un origami. Lo scrittore boemo (passato al francese) seduce con storie dove i personaggi sono come marionette di un teatro poetico

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