Goffredo Fofi La vita di Adèle

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Il Sole 24 Ore – Domenica 27 ottobre 2013

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Sensualità insistita

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«La vita di Adèle» non è un film sul lesbismo, ma sulla condizione aberrante di solitudine del nostro tempo. Tuttavia Kechiche ricerca troppo l’autorialità, diventando didascalico

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di Goffredo Fofi

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Suggerito per la prima parte, quella adolescenziale e scolastica, dal graphic novel di una giovane francese, Julie Maroh, bello e commosso, sulla difficoltà di accettare la propria diversità sessuale per una adolescente di oggi (Il blu è un color caldo, Rizzoli Lizard, pagg. 160, € 16,00), il nuovo film del cinquantenne Abdellatif Kechiche La vita di Adele ha vinto l’ultimo festival di Cannes e ha riaperto tra i pochi critici esigenti la controversia su un autore dei rari le cui scelte meritano davvero di venir discusse. Franco-tunisino che rivendica le sue origini e la sua cultura, Kechiche è, con Michael Hanecke, austriaco, il miglior regista francese d’oggi, a riprova della insufficienza delle culture nazionali di fronte alla nuova Europa – un discorso che la cultura italiana recepisce con molta fatica e con una colpevole assenza di curiosità e di entusiasmo.

Attentissimo nella comprensione e nella descrizione dei modi d’essere dei francesi e delle francesi di oggi, Kechiche non rinuncia alla sua parte di Arabia, e ne fa la chiave di lettura – fortemente critica – per le sue storie francesi, europee. Come in La schivata, il film che ce lo rivelò, questo è anche un confronto con la tradizione letteraria e cinematografica della Francia, e se in La schivata si partiva dai Giochi dell’amore e del caso di Marivaux qui si parte da La vita di Marianne dello stesso autore, di cui La vita di Adele evoca il titolo. Ma si direbbe che le ambizioni di Kechiche siano più vaste e azzardate, che egli voglia leggere la Francia contemporanea pensando perfino a un Balzac e per la minuziosità e l’eccesso dei particolari ai naturalisti di fine Ottocento, o perfino a Flaubert…

Agli ambienti odierni delle sue scene di vita parigina o provinciale contemporanea è sfuggito il suo film più arduo e temerario, Venere nera, che ci sembrò aggredisse la cultura positivista dell’ottocento con modi iper-positivisti, risultato di un accanimento misantropico che finiva per non salvare la stessa protagonista, vittima dell’ideologia colonialista e razzista sulla quale si è costruita l’Europa più forte. Il sospetto di misantropia che traspare da questo accanimento ci si ripropone anche dalla visione di questo possente affresco che non dimentica mai lo sfondo – e cerca in ogni capitolo o episodio i dettagli significativi: significativi, e molto spesso negativi, anche se dati sempre per oggettivi.

La vita di Adele è costruito per blocchi, e se ellissi vi sono esse riguardano il tempo -ora brevissimo ora lungo – che tra loro intercorre, ma ogni blocco deve mostrare tutto o quasi tutto, tutto vi è considerato importante, e tutto deve concorrere a un’impressione di realtà che ha la sua forza nelle espressioni dei volti, nei primi e primissimi piani, in quanto essi esprimono di intimo e di coscienza. Ma tutto è ogni volta troppo, come se non si volesse scegliere, non si credesse nella virtù della scelta… Le scene d’insieme – cene, festicciole, nella prima parte gruppi scolastici (le manifestazioni si fermano al tempo della scuola, dell’adolescenza) e nella seconda un vernissage…-sono quelle in cui Kechiche presenta di più, con distante freddezza catalogatrice, dimostratrice, né più né meno che la povertà culturale del contesto, culturale in senso antropologico ma anche, impossibile dubitarne, in senso esattamente «culturale», la sua visione critica dei modi di vivere e di pensare e di creare del nostro tempo, frigido, limitante, modaiolo.

L’importanza dei corpi è riservata anzitutto alle scene erotiche, insistite anch’esse fino alla saturazione. Il puntiglio – in verità, un eccesso di zelo – non serve ad accostarci di più ai desideri e tormenti delle due protagoniste Adèle (Adèle Exarchopoulos) ed Emma (Léa Seydoux), ma a ribadire le scelte autoriali del regista, che sembra essere spinto dal demone del dire tutto, mostrare tutto, entrare in tal modo nel cuore di una cultura e di una civiltà, e non solo di una psicologia o di un sentimento. Quest’operazione finisce, ci sembra, per dire meno di quanto ci si potrebbe aspettare, perché le manca alla fin fine quel tanto di sopra e di oltre che non basta la malinconia delle scene finali ad accennare, perché anch’esse dentro la logica di un privato non riscattato da alcuna socialità. Scene peraltro bellissime per la scoperta del fallimento inerente a ogni scelta, in quest’epoca e quantomeno nel contesto affrontato, che è poi quello medio europeo dominante.

Qui Kechiche sembra infine farsi partecipe della solitudine che è il punto di arrivo delle esperienze di vita che egli mostra e di milioni di altre vite parallele. L’essere o scegliersi etero o omo o il muoversi tra le due opzioni e tentazioni non risolve il problema di fondo della solitudine dell’individuo contemporaneo, della miseria delle proposte di liberazione e di affermazione piena e profonda di sé che quest’epoca mette a disposizione. La malinconia del finale è esemplare, ed è un esito perfettamente guidato di un percorso che invece, per le parti dell’adolescenza, è vitale e catturante, nella storia della scoperta di sé da parte di Adèle nel confronto con il gruppo, con il maschio, con Emma.

Non si tratta dunque di un film sul lesbismo e le sue difficoltà, ma di un film sulla condizione umana nel secondo decennio del 2000, nella società europea e nel suo ceto medio dominante, di un film che conferma la bravura di un autore e ne mostra nel modo più pieno le aspirazioni e le ossessioni e ne dimostra i grandissimi pregi, ma anche la fatica o il rifiuto di sollevare il suo sguardo oltre ciò che appare. Ci sono dei modi possibili di andare oltre, di mirare più in alto, di volare più alto? Ci sono, si tratta solo di cercarli.

La fotografia pur densa e amara del mondo così com’esso oggi è, non può più bastare, e si tratta insomma di cercare i modi di guardare dietro, oltre, sopra. Il cinema e le altre arti non riescono più a farlo, sono rarissimi gli autori che vi si cimentano e che hanno la forza di dirci qualcosa di nuovo, che ci dia qualche appiglio per uscire dalla melma di questo presente; ma se non fanno questo, che fanno?

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vedi anche:

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alfabeta2

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Ilaria A. De Pascalis Il tempo intenso del desiderio

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doppiozero

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 Veronica Vituzzi Kechiche. La vita di Adele

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minima & moralia 

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Christian Raimo Nuovo cinema paraculo: la vita e le chiappe di Adèle

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Corriere della Sera 22 ottobre 2013

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→ Paolo Mereghetti Kechiche indaga eros e solitudini nell’incontro tra due studentesse. Il regista trova nel linguaggio del corpo l’autenticità della vita

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il Foglio 26 ottobre 2013

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→ Mariarosa Mancuso La vita di Adele di Abdellatif Kechiche, con Léa Seydoux, Adèle Exarchopoulos, Jeremie Laheurte

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le parole e le cose

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Pietro Bianchi La fedeltà all’amoreLa vita d’Adele di Abdellatif Kechiche

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ondacinema

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→ Giuseppe Gangi  La vita di Adele di Abdellatif Kechiche

La Repubblica 24 ottobre 2013

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Paolo D’Agostini Ecco l’incontro ravvicinato tra Emma & Adele

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la Stampa 24 ottobre 2013

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Alessandra Levantesi Kezich Adele, passione senza filtri. Kechiche insiste sulle scene intime, ma qualche taglio avrebbe giovato

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l’Unità 24 ottobre 2013

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Alberto Crespi Adele, paesaggi d’amore con ragazza giovane. Palma d’oro il film di Kechiche racconta la passione lesbica di un’adolescente, che la porta a rivedere tutto di se stessa

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il manifesto 24 ottobre 2013

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Cristina Piccino Amore e pregiudizi. Il «kolossal dei sentimenti», Palma d’oro a Cannes 2013

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2 Pensieri su &Idquo;Goffredo Fofi La vita di Adèle

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