Alessandro Piperno Il genio fuori dalla bottiglia

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John Cheever

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Corriere della Sera – la Lettura

6 ottobre 2013

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Il genio fuori dalla bottiglia

La passione eti(li)ca di John Cheever felice di non somigliare a chi amava. I racconti e i diari del grandissimo scrittore americano vanno affrontati in modo complementare. Rivelano un uomo buono inquinato dalla letteratura

Alessandro Piperno

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Forse tutta questa storia del bere, su cui insistiamo parlando di John Cheever, è più complessa di quanto si è soliti raccontarla. È vero, nel diario intimo (The Journals of John Cheever), soprattutto dagli anni Sessanta in poi, le confessioni sull’etilismo diventano sempre più petulanti. E tuttavia Cheever non è Poe, non è Lowry, non è Capote, non è Bukowski. Le sue sbronze, per sua stessa ammissione, somigliano a quelle di Fitzgerald: una sommessa resa alla vita non scevra da un ironico disfattismo. «Sto seduto in terrazza a leggere dei tormenti di Scott Fitzgerald. Io sono, lui era, uno di quegli uomini che leggono le tragiche vite di scrittori alcolizzati, autodistruttivi, con un bicchiere di whisky in mano e le guance bagnate di lacrime».

Mi pare che il rapporto di Cheever con la dipendenza sia di stampo baudelairiano: l’alcolismo è debolezza, non stile di vita, né protesta sediziosa, tanto meno ispirazione demoniaca. «Il mio senso della moralità» scrive «è che la vita è un processo creativo e che qualsiasi cosa vada a logorare o impedire questa spinta sia malvagia e oscena». I drink per colazione, le merende a base di gin, le gastriti serali, le insonnie: tutto questo è malvagio e osceno. «Devo portare nel mio lavoro, e il mio lavoro mi deve dare, quel legittimo senso di benessere di cui godo quando c’è bel tempo e ho dormito molto. La salute è istintiva per me, e può esserlo anche per la letteratura». Sembra una di quelle esortazioni alla salute e al lavoro che Baudelaire si infligge nel Mio cuore messo a nudo, e che puntualmente disattende. Così come baudelairiana è questa confessione: «Prima penso: lavoro, lavoro, lavoro, sarà questa la soluzione a tutti i miei problemi. Il lavoro darà un senso alla mia infelicità. Il lavoro darà un motivo alla mia vita. Venti minuti dopo la mia mente divaga verso la bottiglia di gin, e subito la seguo».

L’educazione puritana spinge Cheever a trasfigurare in senso salutista il ménage borghese, la morigeratezza etilica, il coito tradizionale. La sua narrativa (checché ne dica lui stesso) non è quasi mai alticcia. È sobria come la dieta di un monaco tibetano, ma molto più gustosa. Cheever deplora la vita bohèmienne. Dopo aver letto On the Road di Kerouac (un altro mammone alcolista cripto-omosessuale del Massachusetts) Cheever ne prende le distanze con orrore: «La mia vita è molto diversa da quella che descrive lui. Non c’è quasi un solo punto in cui le nostre emozioni e relazioni coincidono. Io sono profondamente e continuamente assorbito dall’amore per mia moglie e i miei figli. Offrire ai miei figli l’opportunità della vita è la mia passione. Che questo amore, questa passione, non abbia corretto la mia natura è ben noto. Ma c’è una meravigliosa serietà in questa faccenda del vivere e non ne siamo esentati in quanto poeti». Cheever lo scrive dopo aver liquidato il talento di Kerouac con severità: «Sembra che la questione dell’eccellenza non lo sfiori neanche». Cheever assimila lo stile di vita di Kerouac alla sua prosa sciatta e nebulosa. Come se esistesse un legame segreto tra vita ordinata e precisione artistica. Se righi dritto scriverai cose buone. Se lotti per non mandare in pezzi una vita coniugale che fa acqua da tutte le parti, per garantire il benessere ai tuoi figli (vitto, villeggiatura, università), avrai in dono eloquenza e rigore. La gloria letteraria passa per la rinuncia. E qui che la lotta contro l’alcol e la lotta per diventare scrittori si sovrappongono.

Un uomo buono, lieve e disperato

Il diario intimo di Cheever — lirico come le lettere di Flaubert, lucido come i diari di Kafka — è la testimonianza di come la letteratura possa inquinare la vita di un uomo buono, tutto sommato lieve, di certo disperato. In una famosa intervista alla «Paris Review» degli anni Settanta, Cheever sdrammatizza la sua cultura: «Io non possiedo nessuna terminologia critica e pochissimo acume critico, e questo, credo, è uno dei motivi per i quali sono molto evasivo con gli intervistatori». Ma subito dopo, parlando delle sue letture disorganiche, aggiunge: «Io uso quello che amo, e potrebbe trattarsi di qualunque cosa. Cavalcanti, Dante, Frost, chiunque». E in effetti il diario dà conto dell’uso disinvolto che Cheever fa dei suoi colleghi. Per lo più li rispetta, è sempre disposto a riconoscerne la superiorità, ma per uno scopo ben preciso. Li usa come pungolo, e lo fa per marcare il territorio, definendo il suo stesso talento in negativo. È come se dicesse: ok, loro sono più bravi di me ma questo significa che io sono diverso da loro.

È quasi erotica la venerazione di Cheever per Saul Bellow, tanto da oltrepassare la semplice devozione letteraria: «Saul è più o meno della mia statura, direi, ha i capelli sul grigio e mi pare di sentire quella delicatezza di pelle a volte drammatica, quella drammatica vitalità». Del resto, ne parla in continuazione con slanci amorosi: «Gli occhi hanno il luccichio allegro della lussuria». E ancora: «Mi faccio domande sciocche sulla supremazia delle sue energie creative». Come tutte le forme di innamoramento Cheever prova un’invidia benevola per Bellow. Intuisce che Bellow possiede il vigore e la spericolatezza che lui, Cheever, non avrà mai. Perché se nasci in un agiato contesto del New England non potrai mai competere, almeno sul piano della forza, con un chicaghese la cui famiglia è composta da una pletora di emigrati ebrei e di geniali lestofanti. «Ogni volta che leggo una recensione di Saul Bellow mi vengono i conati. Oh, questa nazione, grande, selvaggia, sguaiata, piena di puttane e pugili, e io qui, bloccato con il mio vecchio fiume al crepuscolo e il deterioramento dell’uomo d’affari di mezza età». E a chiudere: «Il libro di Saul Bellow è stato uno choc per la mia mente».

Cheever si accorge, vorrei dire in diretta, di ciò che noi oggi abbiamo acquisito come dogma: i due astri della narrativa americana del dopoguerra (e forse non solo di quella americana) sono Bellow e Nabokov. Se il primo è ammirato per la libertà e la spregiudicatezza, al secondo viene riconosciuto il merito di aver portato la fantasia stilistica a un livello talmente alto da risultare impareggiabile: «E poi c’è Nabokov, che può essere meglio di quanto si penserebbe possibile».

Verso tutti gli altri l’apprezzamento di Cheever è più distaccato. Dopo aver scritto che Updike ha molto più talento di lui si sbriga ad aggiungere: «Mi difendo dicendo che ha sviluppato un livello di sensibilità tale da essere controproducente, e che la mia prosa testarda e a tratti frivola è più utile». Avendo ammirato la funambolica performance di Roth nel suo Lamento di Portnoy ricorda subito a se stesso: «Le descrizioni della sua gioventù sono anni luce dai miei ricordi immacolati di una zia artistica e di un cugino che suonava Beethoven. I miei genitori non erano ebrei, e casa nostra era grande e ben arredata. Per difendermi — che è una delle mie principali preoccupazioni — osservo che la mia curiosità ha dei picchi, ma che il mio vero interesse scema presto». (Si noti come ricorra il verbo «difendersi»). Il giorno dopo aver visto a teatro Un tram chiamato desiderio di Tennessee Williams, Cheever annota: «Il senso meraviglioso della cattività in un appartamento squallido, e la bellezza della serata, anche se la maggior parte degli accordi suonati sembrano muoversi vicino alla follia». Insomma Cheever ama tutto ciò che non gli somiglia, e sembra contento di non somigliare a ciò che ama.

Fa male tanta intensità

Devo delle scuse al lettore. Mi sono reso conto con disappunto di aver esagerato con le citazioni. Di norma non ammiro l’articolista che cita continuamente. È un atteggiamento pedante e disonesto: appropriazione indebita di ingegno altrui! La sola giustificazione che mi sento di accampare è che la lettura simultanea del diario di Cheever e dei suoi racconti, intrapresa qualche settimana fa e terminata l’altro ieri, è stata una delle cose più emozionanti che mi sia capitata negli ultimi tempi. E quando ami così tanto uno scrittore hai voglia di copiare le sue frasi, come un tredicenne innamorato che riempie il diario con il nome e il cognome dell’amata. Più che un omaggio è un’esigenza fisiologica. Cheever è un grande scrittore, va bene. Ha scritto una manciata di racconti che per inventiva e nitore stilistico non sfigurano accanto a quelli di Gogol’. Ma la mia emozione non c’entra niente con tutta questa bravura. L’emozione, come ho già detto, scaturisce dalla lettura sincronizzata (diciamo così) del diario e dei racconti. Due opere antitetiche, eppure complementari e indivisibili. La vita privata e la vita pubblica di un essere umano. Il diario contiene tutto quello che i racconti omettono: gli affetti, l’amore per la famiglia deturpato dall’alcol e da una straziante bisessualità. Il lirismo, l’euforia e l’insoddisfazione. Chi conosce e ama i racconti di Cheever — Una radio straordinaria, La storia di Sutton Place, L’angelo del ponte, Il nuotatore — conosce il fascino della stringatezza, l’incanto della sospensione. Una sobrietà che deplora svolte melodrammatiche, e si comprime in una feroce essenzialità. Cheever stesso, nel diario, si lamenta del fiato corto e della prosaicità dei suoi racconti: «Leggo qualche mio racconto. Mi irrita quanto sono precisi, sembra sempre che stia mirando a dei bersagli piccoli (…). E mi irrita anche la mancanza di veri e propri climax. Quante volte nella vita sono stato squassato da un violento orgasmo? Almeno quante sono le stelle in cielo, eppure non sembro capace di metterlo per iscritto». Cheever si sbaglia, naturalmente, è troppo severo con se stesso. Ma allo stesso tempo sancisce, quasi senza accorgersene, la differenza tra i diari e i racconti. Gli orgasmi trattenuti nei racconti esplodono nei diari, che, a loro volta, forniscono ai racconti la materia pulsante e dolorosa, ma per così dire, decontaminata. Un mutuo soccorso che è un capolavoro.

I grandi libri ti danno il senso del tempo. Leggi il diario e i racconti, leggi un po’ dell’uno e un po’ dell’altro, e ti sembra di invecchiare con Cheever. Lo spicchio d’America che lui mette in scena non esiste più da un pezzo, eppure nelle sue pagine rivive con una tale inoppugnabilità. Per i patiti di serie tv dirò che si tratta dell’America di Mad Men. O quella di un bel film di qualche anno fa: Lontano dal paradiso. La costa orientale. Gli open space dell’Upper East Side, ma anche i sobborghi più o meno eleganti; le bambinaie che portano i ragazzini a Central Park; le giovani mogli che fanno shopping da Bloomingdale’s; i fermacravatta, i cappelli a larghe falde, le gonne a campana; le spiagge del New England; i tosaerba, le siepi sfoltite, i cani che abbaiano alla luna; i cocktail, le sigarette, le piscine, i barbecue; alcolismo e ambiguità sessuale; gli adulteri e il deprimente passaggio dalla giovinezza alla mezza età; il fallimento dietro l’angolo…

Qualcuno adesso pensa a Updike. Sopratutto quello di Coppie. Ma non è così. Il cinismo di Cheever è molto meno esplicito e assai più dolente. C’è un’intensità quasi insostenibile in ogni riga di Cheever. Un’intensità che potrebbe essere la causa della sua sofferenza privata e del suo pubblico successo. In una pagina del diario annota: «Quando, in primavera, si va a pesca nei boschi, ti può capitare di calpestare un ciuffo di menta selvatica e la fragranza rilasciata diventa l’essenza di quella giornata. Camminando sul Palatino, annoiato dalle antichità e della vita in genere, ti può capitare di vedere un gufo che vola via dalle rovine del palazzo di Settimio Severo e di colpo quel giorno e quella città rumorosa e trasandata cominciano ad assumere un senso. Queste immagini sono come le ceneri ardenti dei nostri migliori sentimenti». Un tempo le chiamavano epifanie. Oggi non ha più molto senso chiamarle così. Mi chiedo solo se non sia questa intensità esacerbata a rendere così congeniale a Cheever il racconto e il diario, e assai meno il romanzo. Il romanzo è dispersivo. Necessità di una struttura elaborata. Può concedersi divagazioni e incertezze. Nei racconti e nei diari, invece, sei tenuto a convogliare in uno spazio ristretto la forza esplosiva del centometrista. È quello che fa Cheever. Non mi viene in mente nessun altro scrittore americano dal secondo dopoguerra che abbia mostrato altrettanta devozione per il singolo istante privilegiato. O che abbia saputo raccontare il passaggio da una stagione all’altra con tale naturalezza. Alla fine di un racconto bellissimo leggiamo: «Oh, quelle domeniche sera nei sobborghi, quella malinconia della domenica sera! Quegli ospiti del fine settimana in partenza per la città, quei cocktail svampiti, quei fiori quasi appassiti, quelle corse a Harmon per prendere il Century, quei resti di banchetto resuscitati per tramutarli in cena». Il che non sarebbe niente se Cheever non lavorasse ai suoi personaggi con ambiguità. Su questo c’è una notazione decisiva nel diario: «Dal momento che ci manca un senso ben definito del bene e del male, troviamo impossibile inventarci un cattivo, e la figura del cattivo è fondamentale per le dinamiche narrative. Il laido non è più un cattivo: anzi, la sua audacia è una virtù. Il banchiere usuraio è ammirevole; il sodomita appartiene a una minoranza che merita la nostra comprensione; l’assassino ha semplicemente bisogno di sostegno psichiatrico». Come dire, solo i narratori mediocri non vedono l’ora di giudicare i loro personaggi, e di metterli al muro.

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Una storia americana

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Il Cechov dei sobborghi

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Per gli amanti della short story, John Cheever — nato a Quincy (Massachusetts) nel 1912, morto a New York nel 1982 — è un autore di culto. Tra i suoi estimatori, nel corso degli anni, ci sono stati Ernest Hemingway (che, si dice, quando lesse Il marito di campagna svegliò la moglie in piena notte per recitarglielo ad alta voce), John Updike, Rick Moody, Dave Eggers, David Foster Wallace. Autore di sette raccolte di racconti e di cinque romanzi, vincitore di un premio Pulitzer e di un National Book Award, Cheever, chiamato il Cechov dei sobborghi, pubblicava regolarmente sul «New Yorker». È stato uno scrittore che ha conosciuto negli Stati Uniti un grande successo, ma anche un uomo tormentato, schiavo dell’alcol e della solitudine, votato all’autodistruzione, come ha raccontato anche la figlia Susan che ne ha rivelato la bisessualità. In Italia Fandango dal 2000 ha pubblicato diversi titoli tra cui II nuotatore, Falconer, Il rumore della pioggia a Roma, Ballata, Oh città dei sogni infranti, mentre dallo scorso anno Feltrinelli lo ha rilanciato in grande stile con una serie di edizioni e riedizioni, tra cui il volume I racconti che contiene una selezione definitiva, in parte inedita in Italia, e i diari di Una specie di solitudine, per la prima volta nel nostro Paese.

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