Marina Valensise Il blues dell’Ingegnere

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il Foglio sabato 28 settembre 2013

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 Il blues dell’Ingegnere

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Le idiosincrasie, il sarcasmo, la cognizione del dolore.

L’ultimo Gadda nelle lettere a Pietro Citati

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Marina Valensise

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Non bene, benissimo ha fatto Pietro Citati a disobbedire a Carlo Emilio Gadda, che gli chiedeva di “stracciare subito in minuti pezzulli” le tante lettere che gli aveva spedito, soprattutto d’estate. Ci ha regalato un libro magnifico (Carlo Emilio Gadda, “Un gomitolo di concause. Lettere a Pietro Citati, 1957-1969”), edito da Adelphi, grazie alla perfetta cura di Giorgio Pinotti. Un libro grondante amore, amicizia, dedizione, il modo migliore per perlustrare i romanzi di Gadda con la sicurezza della mappa giusta. Offre uno spaccato prezioso della cultura italiana negli anni del boom, quando le generazioni, anche se non necessariamente in senso anagrafico, si aiutavano. Tra i due, il più maturo era il più giovane Citati, trentenne collaboratore del Giorno, consulente di Livio Garzanti, che sovvenzionò il “Pasticciaccio”, assillando Gadda “come una Didone che teme l’abbandono” perché pretendeva l’esclusiva e sognava di sgominare Einaudi, che aveva i diritti della “Cognizione del dolore” e dei primi romanzi. Solerte, caparbio, dolcissimo, era lui, il “dottor Citati”, la spalla editoriale ed esistenziale dello scrittore sessantenne, ulcerato dalla vita, arrivato tardi alla gloria, al successo, ai cento scocciatori che l’assediavano per estorcergli interviste e dichiarazioni.

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Gadda, grande ipocondriaco misantropo, poteva sembrare un disadattato. Maniacalmente ossessionato dagli acciacchi della vecchiaia, facile preda della paranoia, viveva in balia di mille fissazioni e sospetti. Epperò, dotato di ironia straripante, era un raccontatore fantastico, un affabulatore sornione che ammantava della sua lingua lussureggiante ogni minuto aspetto della realtà. Forse per sfuggire meglio all’esistenza grama, al naufragio della vecchiaia, alle ferite mai rimarginate della vita, che nella calura romana si trasformavano in un fiotto di recriminazioni. Il fatto è che nemmeno al culmine della gloria, riusciva a prendersi sul serio. Incapace di accomodarsi su quel piedistallo che gli aveva allestito Garzanti, la sua Didone gelosa, per meglio autoderidersi si paragonava alla Lollo, alla Loren, alle star di quel mondo di cartapesta che abitavano l’immaginazione italiana negli anni del boom. “Il ‘chiasso’ è un fenomeno dell’epoca attuale, determinato soprattutto dalla inderogabile necessità di vincere il chiasso altrui, di superare acusticamente spazialmente, fotograficamente, la grida elaudante, le poppe della Lolò e lo sguardo sexy della Sophia” annotava in cerca di silenzio il 3 ottobre 1957, in risposta a una cartolina di Citati. “Io non posso competere, quanto a culo, né con l’una, né con l’altra: ma se il pesciarolo non urla più del pesciarolo concorrente sulla piazza, rimane col merlano in mano” (dove “merlano” sta per merluzzo).

Gadda viveva da solo, assistito da una portiera russa generosa di sé che fungeva da telefonista, e più tardi dalla mitica Giuseppina Liberati, che vivrà per lui fino alla morte. Viveva a Roma, in via Blumenstihl, in un continuo stato di allarme, per la voracità degli editori, documentata benissimo in questo carteggio, dove la mediazione Citati-Gian Carlo Roscioni spicca come dirimente nel contenzioso Garzanti-Einaudi e l’inavvedutezza di alcuni critici rifulge. Come quella di Domenico Porzio (che bollò il romanzo come “un pasticcio di dubbia digeribilità e di assai scarso interesse romanzesco”), o di “ex squadristi o borsaneristi” che gli negarono il Premio Marzotto (“me ne frega un fico secco”), per risarcirlo poi col Premio degli Editori, come fece Emilio Cecchi col sostegno di Raffaele Mattioli. “Scusi questo sfogo dal pozzo di solitudine e disperazione in cui mi trovo, c’est mon alcool à moi” scriveva Gadda a Citati la domenica 2 agosto 1959. “Stracci subito in minuti pezzulli questa mia mala carta: che occhio d’altri mai non la veda. Stracci e dimentichi”.

Citati invece ha messo per cinquantanni sottochiave quelle lettere, tacendo la dedizione assoluta nei confronti del Gran Lombardo. In un suo ritratto di Gadda, inserito dal curatore in una nota, leggiamo: “Gadda veniva spesso a casa nostra. Era cerimoniosissimo, ci portava sempre regali, soprattutto marrons glacés. Arrivava vestito con l’eleganza (verbale e di abiti) di un borghese milanese dell’ottocento, salvo che aveva il nastro del cappello unto, come un mendicante. Allora si capiva che era un ‘umiliato e offeso’. Con le sue infinite attenzioni sembrava che volesse farsi perdonare qualcosa; e che, per il solo fatto di vivere, si sentisse in colpa verso tutti gli uomini. Poi, questa lieve tensione si scioglieva: Gadda cominciava a discorrere con la sua amabilità un poco ufficiosa; faceva domande, rideva, arrossiva, si prendeva gioco del proprio riso, raccontava storie esilaranti… Diventava all’improwiso furibondo. Poi disperato, in modo irrimediabile…”.

Tra i due l’amicizia era nata nel 1955 dopo la recensione fatta da Citati al “Giornale di guerra e di prigionia”, e si era consolidata col tempo in un rapporto di abnegazione e ricreazione di cui questo libro offre una testimonianza impagabile. Il carteggio si compone di quarantaquattro lettere scritte tra il 1957 e il 1969. Ma in cento pagine di scambio quotidiano e triviale con un amico che è molto di più che un editore, è un fratello, un consulente, un sostegno, si colgono tutti i nodi di Gadda, la sua idiosincrasia, le sue angustie, il suo genio naturale, allo stadio chimicamente puro, non trattato. Unico rammarico è non aver incluso le lettere dello stesso Citati, che spesso riaffiorano nelle ricchissime note di Pinotti. Altro rammarico è che il carteggio sia circoscritto alla sola estate. Facile immaginare per noi che parliamo solo al telefono e scriviamo solo mail, cosa perderanno i nostri posteri quanto ai moti dell’animo che generano un romanzo, quanto alla radiografia segreta di un’esistenza…

Gadda, puntuale come un orologio svizzero, telefonava al dottor Citati ogni giorno all’una e mezza, mentre il suo amico stava per addentare la bistecca, senza lontanamente immaginare di contribuire all’intirizzimento della stessa: “Se glielo avessi detto si sarebbe ucciso per la vergogna e la disperazione”, confessò un giorno Citati. Nel carteggio troverete molti dei retroscena di quelle telefonate diuturne, perlustrati nel loro contesto, tra “cause e concause”. Parla solo Gadda, è vero, ma la voce di Citati arriva limpida dalla postfazione e dal saggio di Pinotti, e soprattutto dal tra le righe di Gadda che lo insegue in vacanza. Vorrebbe raggiungerlo a Giuncarico, o sulle Dolomiti, ma procrastina di continuo, svicola, allunga i tempi, scivolando nella più ossequiosa cortesia, che Andrea Barbato, cronista dell’Espresso, si sentiva in dovere di irridere. “La semplice buona educazione e la normale gentilezza appaiono a questi zotici una mancanza di carattere e di idee: (belle idee, anzi ideologie, come le chiamano!)”, commenta Gadda esulcerato.

Stanco, “spiritualmente disperato”, lo scrittore fa un bilancio della propria vita: “I nodi vengono al pettine, una vita come quella che ho dovuto passare fin dall’infanzia, e fatiche come quelle che ho dovuto durare, e tragedie belliche e civili e fame e orrori, non possono allibrarsi nell”‘avere’ giulivo di una sempiterna anestesia di vispoteresone grullo e sventato, quale mi è occorso di voler essere per dimenticare i mali annientatoli”, scrive Gadda sempre il 2 agosto 1959. Citati è in vacanza in montagna, mentre Gadda patisce la calura romana e una dieta senza sale, per tenere sotto controllo cuore, fegato, enfisema e malanni vari. E però non può sottrarsi alla vita di società. Lui che è un solitario e detesta le fotografie col suo “faccione”, e odia “le brutte didascalie pesanti (ó Italie)” che le corredano sui rotocalchi, lui che per lavorare ha bisogno solo di silenzio e solitudine, “di non intasarmi l’anima di fatti altrui”, cede alla convivialità letteraria. Eccolo a tavola con Attilio Bertolucci (poeta ed eminenza grigia garzantiana) e Pasolini per “una ennesima cena con Moravia-Morante-Zolla in Trastevere (io, egregio e savio, poco riso in brodo non salato e filettuzzo di manzo non salato)”. Dà sfogo retroattivo all’insofferenza: “Molto baccano, ‘le borghesie fasciste, il Risorgimento fascista’, ecc. La mania della storiografia facile mi pare che prenda la mano per non dire la lingua ai commensali, ai direttori o collaboratori di Nuovi Argomenti e altre sociologiche e ideologiche riviste. Ma la gentile Morante urla e pontefica troppo”, scrive Gadda per scrollarsene il fastidio. Vogliono accusare la borghesia?, si domanda l’ingegnere. Ma se è stata l’unica protagonista “di quello, quel poco, che c’è stato di veramente democratico nella nostra storia, dai comuni lombardi al periodo 1861-1911, dalla fondazione del Politecnico di Milano e dell’industria moderna… questa Accusa urlata in Trastevere, al tavolo stradale dell’‘Impiccetta’. Torno sfiancato, rintronato e vilipeso da codeste verbose facilonerie Tresteverine dove l’agnosticismo epicureo-municipalistico-simpatico di Attilio, assiste muto, e languente in gentili rossori, all’aspra cornacchiante erogazione di teoremi storiografici dei due coniugi romanzieri”.

Per Moravia e la Morante Gadda non ha pietà. Cita, con non poca invidia, il risvolto dei “Nuovi racconti romani” della scrittrice, pubblicati da Bompiani: “E’ celebrata l’‘energia romana’ (ammappete!) contro la ‘grettezza’ di certe rappresentazioni (p.e. la mia)”. Ma lo sguardo senza veli sulla realtà, l’occhio del frequentatore di autobus, gli permette di lanciare il siluro finale: “Il 70% delle donne quarantenni (romane) in bus hanno circonferenza-panza ossia panza-circonferenza di metri 1.80÷1.90: quelle non sono troppo cicciose, troppo polpute, oh no! Polputo e idropico è il Gadda! Il peso è risalito da kg. 92 netto-nudo a kg. 97 netto-nudo. Evidentemente è questa la misura di equilibrio per alimentazione scarsa. Per alimentazione normale sarebbe 99÷100 netto-nudo”.

Ed ecco che, mettendosi al centro della scena, attirando su di sé come un novello san Sebastiano tutte le frecce dell’infelicità e della disperazione, Gadda si trasforma in un istrione regale perché, spiega Citati “inscenava il grandioso spettacolo del proprio odio e del proprio dolore, come se al mondo esistesse solo l’eccezione inimitabile della sua vita”. Così, passando dal girovita delle matrone romane alla dittatura della dieta, Gadda spara a zero contro la “Grande Accademia Internazionale di Superterapeutica digiunativa che imperversa oggi come cieco tornado nelle università del mondo”, protesta contro le mode effimere che nascono crescono e muoiono, uccise da contromode opposte e contrarie, e sempre irrise dalla realtà che oppone maestosa il suo zoccolo duro. Un alano non può diventare un maltese, un pastore tedesco non può trasformarsi in un fox-terrier, rimuginava Gadda in balia della sua dieta. “Uno dei commensali in Trastevere ha ordinato e distrutto prosciutto e melone, ossobuco in forma di Trinacria di dimensioni invereconde, filetto alla griglia dimensione controsuola; spigola, e gnocchi alla sabato-romano, ordinò ma non potette avere nella confusione e nell’urlìo; e spremute e zucchero. Ma solo il Gadda è pantagruelone gargantuoso”. E giù con dettagli clinico-farmacologici deliranti: “Fra le altre trovate cliniche, mi sono state autorevolmente e seriosamente suggerite delle ‘supposte di glicerina’ a scopo elicitante. Ma nel luglio romano la signorina ‘supposta’ arriva per così dire a piè d’opera che è una pallina gelatinosa in procinto di squagliarsi: il presumere di incul…care la virtù suppositizia o suppositiva che dir Lei voglia nel cu…ore dei refrattari con un ricciolino di burro semisfatto è una trovata dell’Accademia che giustifica tutte le mie debolezze nei confronti del dialetto”.

Anche quando parla di giovani scrittori affini, spietati come lui, pronti a lasciarsi assalire e scorticare dalla realtà, Gadda mantiene la sua nevrastenia solipsistica, afflitto da amarezza e complessi irrisolti. Prendiamo Goffredo Parise. Lo scrittore vicentino irrompe nella sua vita con “Il prete bello”, primo bestseller del Dopoguerra. Fu Gadda a dirgli di venire a Roma, a trovargli l’appartamento di via della Camilluccia 201, a pochi metri da casa sua, dove Parise sbarcò con la moglie impalmata di fresco, pronto a farsi travolgere dalla Dolce vita. II fotografo Lorenzo Capellini, che di Parise fu amico, ricorda ancora il suo sbarco a Roma con la spider rossa, l’amore per Lucia Bosé, l’umiliazione della moglie veneta, che poi scomparve. “Gadda si era un po’ invaghito di lui, e lui del resto non disdegnava, curioso com’era di ogni cosa della vita. Adorava Gadda, lo considerava un genio. Adorava portarlo in giro con la spider rossa e passare con lui pomeriggi interi”. Nelle lettere a Citati, Gadda racconta le gite fuori porta sulla biposto 1.600 del “pazzo Parise”: “Mi ha colto dal lattaio alle 9 ant.ne al cappuccino. Molto gentile, del resto, lui e la sua bella signora-madonna del Giambellino. La gita con lui solo, dato che la spider è una biposto”, scriveva il 28 agosto 1961, riferendo di “certi gnocchi trascendenti e digeribilissimi” che però non influivano sul suo “giudizio positivo, che era già in incubazione da diverso tempo”.

Gadda e Parise erano, l’uno per l’altro, uno specchio in cui ritrovarsi e riconoscersi. Gadda intercede perché Citati faccia scrivere l’amico da Hong Kong, sul Giorno. Parise lo faceva sognare, gli regalava spunti, idee per nuovi racconti, magari a sfondo erotico-automobilistico. “Nella conversazione bruciata, sulla spider, mi ha suggerito la possibilità (senza volerlo) di un mio articolo sull’erotismo ingenerato dalla ‘idea spider scarlatta inglese fodere marocchino, cil. 1.600’ sulla ciurma che la vede passare, specie ragazze, vigili, carabinieri, poveri”. Gadda rideva, sognava, ma non si faceva illusioni: “Non ne farò nulla, per quanto tutte le battute sue (di Parise) non fossero che conferma di molte mie idee”. Parise gli sembrava “un intelligente e un geniale, anche come osservatore e interprete, certo un po’ pazzo-a-freddo in direzione pittorica e talora un tantino o un tantone surreale, ma molto più vitale del surrealismo alquanto gelido e congegnato di Landolfi”. Parise era per Gadda “un surreale d’impeto, immediato e spontaneo”, per il quale lo scrittore nutriva una simpatia genuina, pronto a prodigarsi, a scrivere per lui una prefazione al “Ragazzo morto e le comete”, da dare a Garzanti per la nuova ristampa.

Il dottor Citati, intanto, seguiva tutto da lontano, ricettacolo di angustie e debolezze, fobie e simpatie di quel vecchio fissato, al quale sapeva come rivolgersi, come parlare. Sapeva come farlo sentire amato. “L’ho vista una volta, per dieci minuti, alla televisione, nel corso di una bellissima intervista. Lei era stanco, si capiva che era triste o appena di malumore: ma ha detto delle cose molto belle, con l’amara nobiltà di certi grandi personaggi shakespeariani, quando di colpo, per qualche rivelazione, scoprono quanto sia aggrovigliata, tenebrosa e faticosa la verità delle cose”, scrisse nel 1969 Citati a Gadda. L’altro sarebbe morto di lì a poco, nelle braccia di Citati che gli leggeva “I Promessi Sposi”.

“E’ stato l’unico grande uomo che ho conosciuto nella mia vita, come profondità tragica di esperienza e di spirito”, dice oggi Citati. Che va ringraziato per avercelo fatto conoscere meglio.

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