Marino Niola Dietologie

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la Repubblica sabato 27 luglio 2013

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 DietologieI greci e la modica quantità

Così con il cibo si sconfigge l’hybris. Da Aristotele a Plutarco il mangiare sostenibile è segno di civiltà e ideale politico

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Marino Niola

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È l’uomo a fare la dieta o è la dieta a fare l’uomo? È vera la seconda. Perché l’umanità nasce nel momento in cui inventa il suo regime alimentare. Come dire che homo sapiens e homo edens sono la stessa persona. Mentre i nostri antenati pre-umani si comportavano come animali e mangiavano quel che offriva madre natura. Sostanzialmente carne cruda e vegetali. Un menù per individui forti, ma letale per i più deboli. Ed è proprio il fatto di scegliere cosa, come e quanto mangiare a far evolvere la specie. Insomma siamo a dieta da sempre. Molto prima che arrivassero i Dukan, Messegué, Atkins, Oshawa. E gli innumerevoli profeti del benessere che oggi dispensano ammonimenti, comandamenti e suggerimenti. Aglio olio e sermoncino.

In realtà non abbiamo inventato nulla che gli antichi non sapessero già. Senza la moderna nutraceutica, ma in compenso dall’alto di una superiore concezione dell’uomo e del suo posto nella natura e nella società. Così, se noi consideriamo la dietetica una parte della medicina, per il grande Ippocrate invece è il contrario. È la medicina a esser parte della dietetica. Semplicemente perché dare a ciascuno il cibo che serve a tenere in equilibrio corpo e anima è il primo e indispensabile presupposto di ogni cura. Il celebre motto ippocratico «il cibo sia la tua terapia e la tua terapia sia il cibo» è giunto fino ai nostri giorni come leit motif di un’etica dietetica. Proclamata a chiare lettere nel primo punto del rituale giuramento di Ippocrate, in cui i medici promettono ad Apollo, Asclepio, Igea e Panacea, i numi tutelari della loro arte, di regolare la dieta per il bene dei malati. Dove però la parola diaíta non significa semplicemente modo di mangiare ma forma di vita. Ed è qui la differenza con la nostra idea di regime alimentare. Che per lo più si risolve in un controllo meramente quantitativo delle calorie, del peso e delle misure. Laddove i Greci parlano di vita, noi riduciamo tutto a girovita. Ecco perché le privazioni che ci infliggiamo per avere il ventre piatto e gli addominali a tartaruga spesso non producono altro se non frustrazione e depressione, anoressia e bulimia.

Pericoli che gli antichi intravvedono benissimo. Tant’è vero che nelle Epidemie, un importante testo ippocratico, si cita come esempio estremo di accanimento salutistico, il caso quasi mostruoso di Eradico. Che costringeva i suoi pazienti a fare jogging anche con la febbre, li sfiancava con incontri di lotta e li estenuava con bagni di vapore che li prosciugavano. Magri e scattanti ma spesso agonizzanti. E lui stesso era il primo a imporsi questa disciplina dissennata, fatta di poco cibo e moltissima palestra. Senza il minimo strappo alla regola, nemmeno il più innocente peccato di gola. Finendo per condurre una vita da moribondo in perfetta salute. Un antenato di quegli ayatollah della leggerezza che oggi vivono da malati per morire sani.

Platone, nemico di ogni eccesso, rimprovera a questo tipo di ortoressici un’attenzione esagerata al proprio corpo che li rende un inutile peso per la polis. Su questo l’autore della Repubblica non ha dubbi. Le diete non servono a prolungare la vita all’infinito né a produrre highlander performanti e superdotati. Ma a essere felici, operosi e in possesso del giusto equilibrio psicofisico. Che non dipende dall’applicazione pedissequa di format nutrizionali, come facciamo spesso noi, quando ci proponiamo di perdere sette chili in sette giorni. Ma è il risultato di un circolo virtuoso. Fatto di conoscenza di sé e dei propri limiti. L’effetto di un negoziato tra bisogni e desideri, tra prevenzione e soddisfazione. È in questo senso che la massima socratica «conosci te stesso» va letta anche alla luce dell’idea platonica della cura di sé. Intesa prima di tutto come capacità di leggere e di ascoltare il proprio organismo, di decifrarne i segnali. E di conseguenza stabilire ciò che è bene e ciò che è male per la salute di ciascuno. Per questo, secondo Platone, un cittadino responsabile è il miglior medico di se stesso. Nessun luminare può saperne di più e meglio dell’interessato. Siamo a distanza siderale da quell’idea anfetaminica della forma fisica che oggi chiamiamo fitness. E dalle tante mode alimentari rilanciate dai guru della nutrizione. Queste sarebbero state considerate delle forme di dietologia per schiavi dagli Ateniesi dell’età di Pericle. Che non a caso distinguono due tipi di medici. Quelli per gli uomini liberi, che dialogano e negoziano le prescrizioni con il malato. E quelli per gli schiavi, che impongono ricette e ordinano regimi come dogmi indiscutibili.

Se dunque i Greci non amano gli eccessi, non è certo per sudditanza al diktat della magrezza. Ma per una ragione sociale e politica. Perché abbuffarsi è il segno di una dismisura disdicevole. Una hybris sempre stigmatizzata, sia sul piano morale che su quello fisico. Perché a fare gli uomini è proprio la misura, la regola. Gli appetiti sregolati sono tipici dei bruti e delle bestie. Come Polifemo che non a caso mangia come un maiale e beve fino a ubriacarsi. E come Erissíttone, mitico re della Tessaglia, che dopo aver letteralmente divorato tutti gli averi di famiglia, vende perfino sua figlia in cambio di cibo. E alla fine mangia se stesso per placare la sua voracità bulimica. E perfino l’etimologia della parola bulimia—da boûs bue e limós fame—fa capire che gli antichi considerano le grandi abbuffate un comportamento antisociale. Un aggiotaggio delle risorse politicamente scorretto. Molto meglio una dieta sobria ed equilibrata. Come quelle suggerite da Socrate e dal neoplatonico Porfirio, pane, miele, olio, frutta, verdura, legumi, formaggio. Pochissima carne, poco pesce. E una modica quantità di vino che fa volare il pensiero.

Insomma mangiare di tutto un po’ aiuta a mantenere peso e forma stabili. Evitando le dannosissime diete yo-yo, che fanno male alla salute e alla condotta, su questo sono tutti concordi. Da Aristotele a Galeno, da Pitagora a Plutarco. È un mangiare sostenibile che diventa contrassegno di civiltà. Critica culturale e ideale politico. Con qualche millennio di anticipo sulla nostra abbondanza frugale.

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la Repubblica lunedì 29 luglio 2013

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 Dietologie. Quello che passa il convento

Perché la religione vuole il digiuno purificatore. Cristiani, ebrei, musulmani e anche induisti tutti sono chiamati all’astensione rituale dal cibo come penitenza e momento di iniziazione

Marino Niola

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Più che sulla bilancia il cibo pesa sulla coscienza. Lo dimostrano le privazioni cui ci sottoponiamo da millenni. In principio per la salvezza dell’anima, oggi per la salute del corpo. Una volta in nome di dio, adesso in nome dell’io. Ma al di là delle motivazioni, spesso gli argomenti e i comportamenti si somigliano in maniera sorprendente. Certo è che da che mondo è mondo religione fa rima con restrizione. Penitenza con astinenza. Magrezza con purezza.
Ne erano arciconvinti i Padri della Chiesa, come Tertulliano che considerava il digiuno un passaporto per la vita eterna. Di fatto il moralista di Cartagine trasforma peso e taglia in misure spirituali. Sostenendo che i corpi superslim passano più agevolmente per la porta del Paradiso, che è notoriamente stretta come la cruna di un ago. Oltretutto, se si è molto leggeri, il giorno del giudizio la resurrezione della carne sarà rapida.
E non era da meno sant’Atanasio, per il quale «il digiuno guarisce le malattie, libera il corpo dalle sostanze superflue, scaccia i demoni, espelle i cattivi pensieri, purifica il cuore». Insomma depura l’anima e redime la carne. Come dire che l’Onnipotente è il supremo dietologo dell’umanità e allontanarsi dalle sue prescrizioni non solo nuoce gravemente alla salute ma è anche di ostacolo alla salvezza. Non a caso san Tommaso d’Aquino nella Summa Teologica teorizza la necessità di eliminare dal regime del buon cristiano tutti quei bocconi prelibati che danno piacere e predispongono al peccato. Perché appetito e desiderio sono due facce della stessa medaglia. Lo diceva anche Platone, cinquecento anni prima del Cristianesimo, quando considerava copule e crapule, “etère e manicaretti”, due bombe a tempo per la Repubblica. E in fondo dall’antica cena di Trimalcione ai più recenti Bunga Bunga corre un lungo filo rosso che unisce letti e tavole. E questo resta vero perfino in una società apparentemente secolarizzata come la nostra. A dirlo è l’antropologa femminista Elspeth Probyn dell’Università di Sidney nel suo Carnal Appetites: Foodsexidentities che individua negli chef televisivi – come Gordon Ramsey, Jamie Oliver e Carlo Cracco – i sex symbol del nostro tempo proprio in quanto dispensatori di piaceri, ancorché alimentari.
Su questa linea rigorista sono sempre state d’accordo tutte le religioni, monoteiste e non solo. Se gli antichi Greci erano tenuti ad astenersi dal cibo per prendere parte ai Misteri Eleusini e a quelli Orfici, i Farisei non mangiavano per ben due giorni alla settimana, il lunedì e giovedì. Gli Ebrei invece praticano l’astinenza in occasione dello Yom Kippur, il giorno dell’Espiazione. Mentre i Musulmani lo fanno durante il periodo del ramadan, quando la doppia rinuncia, alimentare e sessuale, purifica l’uomo eliminando i principali fattori di corruzione spirituale e di contaminazione fisica. E nell’Induismo, come diceva Gandhi, non c’è preghiera senza digiuno.
Stare a stomaco vuoto diventa una sorta di misura immunitaria e al tempo stesso iniziatica. Una sacra quarantena. Come quella di Pitagora che per quaranta giorni non tocca neanche una foglia d’insalata alla vigilia del suo viaggio in Egitto per compiere il suo percorso sapienziale di pensatore-guaritore. Idem per Mosè che resta a bocca asciutta “quaranta dì e quaranta nott” – per dirla con il grande Enzo Iannacci – prima di ricevere le Tavole della legge. E ripete la dieta quando si prepara a distruggere il vitello d’oro. Stessa durata ha il digiuno di Gesù nel deserto e quello di san Francesco prima di dettare la frugalissima regola del suo Ordine. Mendicante e rinunciante. Al punto da vietare ai confratelli di possedere terra da coltivare, scorte in dispensa e cantine piene. Un tantino più concessivi i laboriosi Benedettini, i pazienti Certosini e i sapienti Domenicani che in ogni caso devono accontentarsi di quel che passa il convento. E comunque nei monasteri tirare la cinghia è un atto di devozione quotidiana, a metà tra terapia e liturgia.
Insomma il minimo comune denominatore di tutti questi stenti e patimenti è che diminuire il peso del cibo compensa quello eccedente dei peccati. Una bilancia metà fisica che mette su un piatto la carne e sull’altro lo spirito. La sacralizzazione di un principio dietologico. Come dire che il drenaggio del corpo elimina le tossine dell’anima. E rende buoni, puliti e giusti. Più adatti all’incontro con Dio. È per questo che i cristiani osservano il cosiddetto digiuno eucaristico prima della comunione. E per la stessa ragione le grandi sante, Caterina da Siena, Chiara d’Assisi, Teresa d’Avila, sono passate alla storia per il loro ascetismo estremo. Che trasforma le privazioni in un superamento dei limiti del corpo. Il celebre storico americano Rudolph Bell, professore all’Università del New Jersey, ha parlato di “santa anoressia”. Una volta la chiamavano anorexia mirabilis, cioè miracolosa, quasi fosse opera divina. È questo il modello cui si ispirano le cosiddette fasting girls, le ragazze inappetenti che nell’Inghilterra vittoriana trasformano il digiuno in un gesto di contestazione dell’ordine patriarcale. Una sorta di femminismo alimentare che svuota letteralmente il loro corpo per renderlo inadatto alle funzioni e alle mansioni cui sarebbe destinato. Come dire che se la società maschilista vuole chiudere la bocca alle donne, loro non la aprono neanche per mangiare. Facendo di questo singolare sciopero della fame la fragorosa rottura di un format etico ed estetico. Così la privazione si smarca dalla religione. E lascia il campo alla medicina, alla politica, all’estetica. E alla dietetica. Che fa dell’astinenza un cammino di salvezza terrena, una forma di ascetismo secolarizzato. Un decalogo della wellness. Fatto di comandamenti igienisti e di fioretti laici. Che trasformano ancora una volta il cibo in un campo di battaglia tra bene e male, mascherati da salute e malattia. Esasperando il culto del benessere fino a farne una forma di penitenza, con il Bio al posto di Dio. È quel che facciamo un po’ tutti noi quando ricorriamo al tè verde come esorcismo e alla prugna umeboshi come vade retro. Rischiando qualche volta di vivere da malati per morire sani.
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la Repubblica giovedì 1 agosto 2013
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Dietologie. Guai al grasso
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Quando l’obesità diventa peccato. In molte culture il peso è visto come simbolo di Satana. E il dimagrimento è associato a una redenzione dal male
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Marino Niola
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«Vade retro grasso, ti ordino di lasciare questo corpo! ». È la formula con cui la guru californiana Mary Ascension Saulnier esorcizza le cellule adipose dei suoi clienti, a suo dire star hollywoodiane alla ricerca della forma perduta. L’ineffabile, la donna che sussurra alla ciccia, dice di entrare in contatto con le membrane cellulari e di scacciarle, come padre Amorth con Satana. Viene il sospetto che la sconcertante terapia con la materia grassa elimini anche quella grigia. Eppure la surreale Mary Ascension è semplicemente l’ultimo anello di una millenaria catena lipofoba che vede nel sovrappeso una tara morale, una colpa da espiare. Insomma una demonologia ponderale che affonda le sue radici nelle Sacre Scritture.
«Guai a voi, uomini pingui», tuona l’implacabile profeta Amos settecento anni prima di Cristo. Gli fa eco il non meno severo Isaia che mette gli obesi tra i malvagi perché la loro voracità oltrepassa i limiti del lecito. E a gettare benzina sul fuoco degli anatemi veterotestamentari ci si mette pure Platone che considera la gastrimargia, ovvero la follia del ventre, un crimine contro la Repubblica. Un disordine alimentare che diventa indizio certo di un carattere antisociale, di un egoismo bulimico. Non siamo lontani da quanto professa nel 1926 il medico americano Leonard Williams, autore di un best seller come Obesity, che bolla di egoismo le persone troppo grasse perché impongono agli altri lo spettacolo indecente della loro taglia over size.
È questo il grande snodo biopolitico che sta dietro le rappresentazioni dell’obesità di ieri e di oggi. L’idea che si tratti di un accumulo eticamente e politicamente scorretto. Di un aggiotaggio calorico i cui costi finiscono per ricadere sulla collettività. In questo senso c’è un filo rosso che lega le maledizioni bibliche della pinguetudine e le fatwe salutistiche del nostro tempo. Allora si pensava che i ciccioni sottraessero cibo agli altri. Ora invece i fat boys vengono considerati un costo insostenibile per il welfare, delle bombe a tempo per la Sanità. Ne sa qualcosa lo chef sud africano Albert Buitenhuis che proprio in questi giorni (Repubblica, 28 luglio) si è visto negare il rinnovo del permesso di soggiorno in Nuova Zelanda a causa dei suoi centotrenta chili. «La sua salute è a rischio e i nostri servizi sanitari non possono farsene carico», ha detto papale papale l’Ufficio immigrazione. E ne sanno qualcosa anche quei lavoratori con taglia forte che, a parità di competenze, guadagnano il diciotto per cento in meno dei normopeso. A dirlo è una recentissima ricerca svedese. Insomma, umiliati e obesi.
Nella società della leggerezza e dell’efficienza, dove la vita viene medicalizzata ogni giorno di più, i grassi sono i nuovi paria. E l’adipe è diventato l’emblema del male assoluto. Fisico ma in fondo anche morale. Con la differenza che una volta non era il peso in sé a essere condannato, ma gli appetiti malsani e immorali di cui era il sintomo visibile. Mentre con la modernità a essere anatemizzati sono i chili superflui in sé. Eppure a dispetto della scienza e della secolarizzazione il tono resta implacabilmente inquisitoriale. Persecutorio.
Nel Medioevo per esempio nasce lo stereotipo dell’ebreo obeso, discendente diretto del ricco Epulone evangelico. Una vera e propria demonizzazione della carne, ripresa alla grande dall’antisemitismo otto-novecentesco, che la trasforma nella metafora politica del giudeo parassita. Avido di cibo come di denaro. E che ingrassa a spese della società. Le tragiche conseguenze di questi transfert dovrebbero fare da antidoto contro certi integralismi alimentari che oggi vanno per la maggiore. Perché spesso dal salutismo al razzismo il passo è breve. Oggi come ieri. Certo ormai l’etica ha lasciato il passo alla dietetica, la religione alla normalizzazione. E l’espiazione alla nutrizione. Eppure nel furore immunitario di questo tempo tornano a galla fantasmi biblici. E in quello che il grande psichiatra Thomas Szasz, critico feroce dell’industria delle diete, definiva lo “stato terapeutico” riaffiora l’ombra totalitaria di quello teocratico. Tant’è vero che il comandamento della magrezza rimette in gioco un Dio che pesa i corpi invece che le anime in una sorta di prova generale del giudizio universale.
Basta andare a guardare chi ha enunciato i primi precetti della dietologia di massa e inventato alcuni dei suoi alimenti-pentimenti. Sylvester Graham, che nell’Ottocento mette sul mercato l’omonimo cracker ipocalorico, è un ministro del culto presbiteriano. Ed è il bacchettonissimo pastore Charlie W. Shedd a escogitare un programma dimagrante direttamente ispirato alla Bibbia. Nel suo libro Pray your weight away, (Prega per ridurre il peso) uscito nel 1957 – quando l’Italia del miracolo economico sacrificava il vitello grasso sull’altare del benessere – equipara gli obesi ai peccatori e prescrive la preghiera come infallibile anoressizzante. Sulla sua scia nascono le cosiddette diete cristiane, come il movimento Weigh Down, fondato da Gwen Shamblin che conta trentamila centri in tutto il mondo, dove si cerca di buttare giù ciccia a forza di giaculatorie. Da allora i dimagrimenti miracolosi cominciano a moltiplicarsi come le guarigioni a Lourdes. Grazie anche a un vero e proprio esercito di predicatori che tuonano contro il diavolo annidato nell’adipe. Help Lord, the Devil Wants me Fat (Signore aiutami, il diavolo mi vuole grasso) è il titolo di un altro dei best seller della nuova liturgia dietetica. Dimagrire al grido di Dio lo vuole insomma. È una santa alleanza tra una religione uscita dai binari e gli interessi ormai sacri e intoccabili dei  weight watchers, i controllori del peso. Che producono un continuo allarme alimentare che – come dice in The Culture of Fear (La cultura della paura) il sociologo Barry Glassner – esagerano artificialmente i rischi del sovrappeso trasformando la cucina in una fabbrica di malattie.
Il risultato è il diffondersi di un disprezzo talebano della carne. Che può essere mostrata senza veli e pudori a condizione di portare le stimmate della rinuncia. È un imperativo estetico, ma anche un’etica mascherata, un ascetismo secolarizzato che vede nel grasso un demonio da scacciare. E in un corpo non piallato un inestetismo da nascondere. Siamo davanti a un’inquisizione che normalizza i corpi anziché disciplinare le anime. Inchiodando i peccatori alla croce del peso format.

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la Repubblica 5 agosto 2013

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Dietologie. Orgoglio vegetariano.

Dai Greci al femminismo così un’abitudine diventa controcultura. Platone e Pitagora consigliavano questa pratica, poi simbolo ecologico e antidoto al dominio maschile

Marino Niola

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Diventeremo tutti vegetariani? Pare di sì, almeno secondo una ricerca dello Stockholm International Water Institute, resa nota dal Guardian giusto un anno fa. Il calo delle risorse idriche e l’overbooking demografico del pianeta ci costringeranno, volenti o nolenti, a dare l’addio a salsicce e costolette. Cambiare dieta ridurrebbe il consumo d’acqua restituendo all’agricoltura immense estensioni di terra. Insomma, meno bistecche uguale più frutta e verdura per tutti. Sarebbe d’accordo anche Platone che nel secondo libro della Repubblica mette a confronto il filovegetariano Socrate e il carnivoro Glaucone. È inutile dire che Socrate ha la meglio. E con argomenti simili a quelli degli studiosi svedesi. Nella città ideale, dice il filosofo del conosci te stesso, si vivrà in letizia mangiando cereali, legumi, miele, frutta e verdura. Niente più guerre espansionistiche e niente spargimento di sangue innocente. Portando a casa un triplo risultato. Politico, dietetico e soprattutto etico. Deve pensarla così anche quel sei per cento di nostri connazionali che, secondo un recente sondaggio Eurispes, ha già scelto di rifuggire le tentazioni della carne. La stragrande maggioranza lo fa per amore degli animali, il resto per ragioni di salute.
E non è un caso che siano soprattutto le donne più alfabetizzate a convertirsi alla proteina non violenta.
In realtà l’opzione erbivora è da sempre un’obiezione di coscienza alimentare. E le sue ragioni sono troppo complesse e nobili per essere solo fisiologiche.
Homo edens infatti non è né erbivoro né carnivoro per natura. Ma onnivoro, per capacità e per necessità. Il che lo ha reso adattabile a tutti gli habitat. A noi dunque la scelta di cosa mettere nel piatto. La pratica vegetariana è dunque il controcanto nutrizionale di una filosofia. È una moratoria alimentare in nome dei diritti del vivente. Così la vedeva Pitagora, che nella storia dell’Occidente è senza ombra di dubbio il padre nobile della green diet. Al punto che fino all’Ottocento, qualunque regime privo di carne si chiama semplicemente pitagorico. E il primo ricettario veggie, scritto da Vincenzo Corrado nel 1781, ha il titolo eloquente Del cibo pitagorico, o sia Erbaceo, principalmente per uso di Nobili, e letterati.
Come dire mangiare light per anime belle.
Di fatto, con l’inventore delle tabelline il cibo diventa un teorema politico di opposizione, una contestazione radicale delle pigre abitudini della maggioranza silenziosa. Per una doppia ragione. La prima è che anche gli animali hanno l’anima e quindi cibarsene è come mangiare i nostri fratelli. La seconda invece è decisamente antagonistica. Nutrirsi in modo diverso serve a sentirsi e a mostrarsi diversi, spesso a sottolineare la propria superiorità rispetto alla gente comune.
Oggi parleremmo di controcultura alimentare. Anche se, visti con gli occhi di ora, gli antichi cittadini della polis di carne ne vedevano ben poca e quasi esclusivamente nelle occasioni festive, quando si consumavano gli animali sacrificati agli dei. I Greci, che si definivano per antonomasia mangiatori di pane, consideravano cereali, olio e vino i simboli stessi della civiltà umana. Forse non è un caso che nel Mezzogiorno d’Italia, in quella che fu la Magna Grecia, ancora oggi la carne resti sostanzialmente un cibo festivo. E che il mangiare quotidiano sia in buona parte vegetale. Nel sistema alimentare di quelli che furono prima mangiafoglie, poi mangiamaccheroni – per dirla con Emilio Sereni – la fiorentina è considerata tuttora un’iperbole suntuaria, una sanguinolenta una tantum.
E adesso proprio cereali, olio e vino stanno decretando il successo planetario della moderna dieta mediterranea che – scrive l’antropologa Elisabetta Moro li trasforma in alimenti simbolo di sostenibilità ambientale, di un rapporto incruento con la natura e con le specie.
E che la carne abbia in sé qualcosa di cruento lo dice la parola stessa. Che deriverebbe da una radice kru che ha a che fare con la crudezza, la crudeltà, la durezza, la morte. Un’etimologia che mette d’accordo le fedi vegetariane antiche e moderne. Dai Pitagorici agli Gnostici, dai Catari alle femministe come Carol Adams. Che nel suo best seller The sexual politics of meat (Le politiche sessuali della carne) considera gli animali, esattamente come le donne, vittime di un dominio maschile che ha il suo emblema nel consumo di carne. E dunque rifiutare tartare e barbecue significa rimettere in discussione i fondamenti del patriarcato. Che, facendo della donna la preda dell’uomo cacciatore, finisce per alimentare un immaginario porno-gastronomico che assimila parti del corpo dell’animale e parti del corpo femminile. Così il dominio sulle une diventa lo specchio del dominio sulle altre. Come dire che la virilità ha sempre voglia di carne.
Proprio per questo nel medioevo i soldati disertori e i codardi venivano condannati a un regime esclusivamente vegetariano. Perché si erano comportati da femminucce e pertanto non erano più degni di mangiare cibo da veri uomini. Questo circolo vizioso tra sesso, violenza e carne, che attraversa la storia e le culture, trova conferme trasversali e spesso inattese. Nella città thailandese di Phuket, mecca del turismo sessuale, ogni anno si celebra una cerimonia aperta anche ai turisti, in cui per almeno tre giorni si mangia verde e ci si astiene dal sesso. Un modo per redimere quella colpa epidemica che la carne si porta dietro da sempre.
Lo sapevano bene monaci, eremiti e asceti che, durante il medioevo barbarico, per distinguersi dai mangiatori di carne venuti dal nord rilanciano alla grande il vegetarianesimo. Ancora una volta per ragioni morali più che nutrizionali. In molti conventi ci sono addirittura due cucine, una grande per le verdure e l’altra piccola per le carni. Per non confondere il puro e l’impuro.
In fondo questi buoni cristiani erano meno lontani da Pitagora di quanto credessero. Perché avevano in comune l’afflato verso gli esseri del creato che è il vero filo rosso che unisce i vegetariani di ieri e di oggi. Da Plutarco,convinto che l’amore per gli animali educhi gli uomini alla pietà verso gli altri uomini, a Percy B. Shelley secondo il quale mangiare carne minaccia la quiete del consorzio umano. Fino al veggie pride di Lisa Simpson. Punta avanzata di quel pitagorismo globale che ormai si rifiuta di mettere ketchup sui sensi di colpa.
4 Fine.

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