Riscoprendo il mondo perduto di Stefan Zweig

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La Repubblica 9 luglio 2013

Riscoprendo il mondo perduto di Stefan Zweig

Tornano in libreria le opere dell’autore austriaco

Irene Bignardi

Il 1° settembre del 1939, un grande poeta inglese autoesiliatosi negli Stati Uniti, W. H. Auden, seduto in un bar della cinquantaduesima strada di New York, scriveva la sua forse più celebre, emozionante poesia, «incerto e spaventato / mentre svaniscono le intelligenti speranze/ di un basso decennio disonesto» e «ondate di rabbia e di paura / circolano sopra le zone luminose e buie della terra».

Quel giorno le armate di Hitler avevano invaso la Polonia. Quel giorno un altro grande chiudeva il suo libro, autobiografia, diario di mezzo secolo, rimpianto, di quello che chiamerà Il mondo di ieri (e che si può leggere negli Oscar Mondadori). Aveva appreso la terribile notizia a Bath, la città placida ed elegante che aveva fatto da sfondo alle storie borghesi di Jane Austen, che era stata per un po’ il suo rifugio nell’esilio scelto per sfuggire alla marea montante del nazismo, e che avrebbe dovuto presto lasciare, lui, ebreo e perseguitato, perché costretto dalla banale stupidità della legge ad essere considerato, in quanto cittadino austriaco, dalla parte del nemico. «L’Europa è finita, il nostro mondo distrutto». Reduce dal divorzio dalla prima moglie, Stefan Zweig si preparava a cercare rifugio in Brasile, a Petrepolis, con il suo nuovo amore, Lotte, per finire la sua biografia di Balzac e, dopo avere spedito ai suoi editori il manoscritto di Il mondo di ieri, per inscenare il 22 febbraio 1942, una delle più drammatiche ed eloquenti uscite di scena del secolo: morendo suicida con accanto la sua giovane moglie, mano nella mano, per overdose di Veronal, rifiutando il mondo non più suo che cambiava tragicamente e che non sarebbe mai più stato lo stesso.

Una morte tragica per una vita straordinaria. Perché davvero “il mondo di ieri”, quello dell’Austria del giovane Stefan Zweig, ebreo di famiglia colta e ricca, l’Austria di un sovrano che parlava “ai miei popoli”, dove tutto era organizzato secondo regole di ordine e di tolleranza, davvero era, a leggere le pagine del suo libro, un mondo bellissimo. Sembra quasi di essere in quello raccontato da Woody Allen, con qualche ingenuità, in Midnightin Paris. Ti volti di qua e incontri il giovane Hemingway, ti giri di là e vedi la tostissima Gertrude Stein. Nell’Austria di Zweig si muovono Sigmund Freud, Hugo von Hofmannsthal, Rainer Maria Rilke, Franz Werfel, Wilhelm Jensen, il papà della Gradiva, Arthur Schnitzler. E nel corso dei suoi molti viaggi di giovane apprendista della vita, sempre un po’velato di malinconia, sempre un po’ depresso, Zweig incontra Emile Verhaeren e Herman Hesse, Gorkij e Rodin – e la sua futura moglie, Friderike Maria von Winternitz, che sarà la sua compagna sino al cambio della guardia con Lotte, la giovane assistente e amica con cui saluterà per sempre il mondo di ieri.

Stefan Zweig è quello che si dice oggi un “evergreen”, un autore la cui popolarità non si è mai spenta. Ma è anche uno di quei grandi scrittori che, come altri grandi- Graham Greene, Somerset Maugham, Georges Simenon, e, tanto per metterci un italiano, Mario Soldati – ha la qualità/torto di essere leggibile, di appartenere, in un mondo che si è aperto al modernismo, alla stirpe stevensoniana dei “tusitala”. Ed è quindi un narratore che sa farsi seguire, con una scrittura e un’empatia straordinarie, abilissimo sia nella misura della grande biografia (come quelle che ha dedicato a Maria Stuarda e a Fouché, a Balzac e, con un titolo perfidamente ironico, a Maria Antonietta, Una vita involontariamente eroica), sia in quella tutta viennese della novella, il racconto lungo, il romanzo breve. E questa facilità, nella gerarchia dei valori letterari, gli ha giocato contro, sospingendolo qualche volta, complici le protagoniste di Bruciante segreto, di Paura, di Lettera da una sconosciuta, la novella che ispirato il magico film di Max Ophuls, nella pericolosa categoria degli scrittori per signore.

Ora, passati i settant’anni dalla sua morte e scaduti i diritti, Stefan Zweig ritorna grazie a una serie di riedizioni. Da Maria Antonietta e Balzac, proposti da Castelvecchi, a Ventiquattro ore nella vita di una donna, edito da Passigli. Dalla mirabile Novella degli scacchi  riproposta da Einaudi, a Brasile, tradotto da Elliot, dove Zweig si cimenta con la letteratura di viaggio e con la sua nuova patria (e con qualche momento che potremmo giudicare una gaffe: come quando lamenta che si vogliano eliminare le favelas), Senza dimenticare il piccolo drappello di testi che Adelphi, cultore dell’epoca e dei suoi protagonisti, ha sempre avuto in casa: da Amok a Bruciante segreto, da Paura a Lettera da una sconosciuta.

Ma vale la pena di affrontarlo, Zweig, pezzo per pezzo, come fanno i protagonisti della amarissima Novella degli scacchi. Che è la cronaca di una passione divorante, la metafora dell’esilio e della solitudine, l’analisi del rapporto tra passato e presente. E un capolavoro.

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