Richard Newbury La guerra degli inganni che beffò i tedeschi in Normandia

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il Foglio 15 giugno 2013

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La guerra degli inganni che beffò i tedeschi in Normandia

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Gli Alleati avevano un pugno di agenti doppiogiochisti, un’armata fantasma, un piano per far credere a Hitler ciò che desiderava credere. Senza, lo sbarco a Omaha Beach sarebbe stato un suicidio, la vittoria un miraggio

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di Richard Newbury

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“Oh che intricata rete che tessiamo /

Quando la pratica dell’inganno iniziamo’’

(Sir Walter Scott, “Marmion”, canto 6 st. 17)

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Il 6 giugno 2013 si è celebrato il sessantanovesimo anniversario dell’audace e rischiosissimo sbarco in Normandia (D-Day). Era l’inizio dell’invasione della Fortezza Europa – già precedentemente unificata secondo il metodo tradizionale, vale a dire con la violenza – da parte delle Forze armate del Regno Unito, del Canada e degli Stati Uniti d’America, le cui unioni erano ben più consolidate e le cui politiche erano più consensuali e rappresentative. Il clima e la Wehrmacht misero in dubbio la prospettiva di un successo; anzi, lo stesso Churchill temeva che l’impresa sarebbe fallita.

Ora che il Regno Unito si è finalmente deciso a ritirare la propria Army on the Rhine (operazione che sarà completata nel 2019), nel nome della trasparenza e dell’amicizia fraterna, potrebbe essere il momento più opportuno per rivelare che la riuscita invasione del continente fu dovuta non alla sorpresa ma all’inganno e al trucco strategico, nonché all’azione di un pugno di agenti che, come vedremo, facevano il doppio, il triplo e addirittura il quadruplo gioco. Tanto coloro che pianificano una politica paneuropea quanto coloro che invece vi si oppongono farebbero bene a tenere a mente il segreto di questa vicenda.

Come si fa, in un’isola venti miglia al largo delle coste del continente europeo, a nascondere quattro milioni di uomini e donne pronti per lanciare un’invasione, con tutte le loro migliaia di navi (per la precisione, 6.047 mezzi da sbarco e 1.200 navi da guerra), decine di migliaia di carri armati, armi e velivoli (1.100 aerei da trasporto, 800 alianti e 10.000 caccia e bombardieri)? Detto altrimenti, come ci si sottrae alla vigilanza di un nemico che pattuglia un Vallo atlantico potentemente fortificato, nel quale duecentocinquantamila lavoratori coatti avevano gettato ottocentomila tonnellate di cemento al mese, e che era difeso da due corpi d’armata formati da novanta divisioni al comando del feldmaresciallo Von Rundstedt – dove sarebbero dovute sbarcare undici divisioni (290.000 uomini) nelle prime trentasei ore? Secondo Churchill, l’ispiratore e spesso l’artefice di queste ruses de guerre, “in tempo di guerra la verità è talmente preziosa che dovrebbe essere sempre protetta da un cordone di bugie”. Questo era particolarmente vero nei confronti di uno stato maggiore tedesco il cui grande mentore del Diciannovesimo secolo, Von Clausewitz, insegnava: “Una gran parte delle informazioni ottenute in guerra è relativamente dubbia”.

Era stato Churchill, allora ministro dell’interno, a creare, nel 1910, l’MI5 (contro-spionaggio) e l’MI6 (spionaggio oltremare). Come primo Lord dell’Ammiragliato aveva drasticamente modernizzato la Royal Navy. Nel 1915 la sua brillante carriera sembrò giunta alla fine a causa del fallimento del suo piano per rompere il terribile stallo della guerra di trincea con la conquista dei Dardanelli “sul soffice ventre dell’Europa” e l’apertura di un secondo fronte mobile lungo il Danubio a partire dal Mar Nero, proprio a fianco dei russi. Ma questo sbarco fallì, provocando, come oggi sappiamo, la perdita di 252.000 soldati alleati, per colpa del mancato coordinamento tra l’esercito e la marina e dell’incapacità di sfruttare il fattore sorpresa.

Le lezioni tratte da questo fallimento si rivelarono la chiave del successo per lo sbarco in Normandia nel 1944, il più imponente di tutta la storia. Fu anche il motivo per cui Churchill passò parecchie notti insonni, ragionevolmente preoccupato dall’eventualità di un cruento disastro sulle spiagge francesi. La prima lezione dei Dardanelli fu quella di nominare il coraggioso ammiraglio Lord Mountbatten capo delle operazioni congiunte al fine di coordinare i comandi della marina, dell’esercito e dell’aviazione: primo imprescindibile requisito per il successo dell’invasione. La seconda lezione fu quella di creare, nel 1940, la London Controlling Section, composta da nove uomini e una donna, con il compito di elaborare e orchestrare “Body-guard”, il piano di inganno senza il quale lo sbarco in Normandia sarebbe stato un autentico suicidio. Un insuccesso avrebbe costretto la Gran Bretagna a chiedere la pace e obbligato gli Stati Uniti ad abbandonare l’Europa.

“Bodyguard” era un piano di gioco strategico concepito per essere abbastanza vicino alla verità da ingannare Hitler sulle intenzioni alleate in Europa e far credere all’alto comando tedesco ciò che desiderava credere. Avrebbe innanzitutto costretto Hitler a disperdere le sue forze in tutta Europa in modo da non permettergli di avere una sufficiente concentrazione a Dunkerque, la zona prescelta per lo sbarco in Normandia, come invece sperava di fare Rommel. In secondo luogo avrebbe ritardato la reazione tedesca all’invasione facendo presupporre altre zone per lo sbarco.

“Bodyguard” avrebbe persuaso Hitler a credere in sei considerazioni strategiche. Primo, che gli alleati erano convinti di poter vincere la guerra esclusivamente con i bombardamenti e che, di conseguenza, se avessero mai tentato uno sbarco, lo avrebbero fatto a luglio. Secondo, che gli alleati erano pronti a invadere qualsiasi regione d’Europa dalla quale Hitler avesse ritirato le proprie guarnigioni. Terzo, che un’invasione congiunta anglo-americana-russa della Norvegia avrebbe costretto la Svezia, ossia il principale fornitore di acciaio della Germania, a unirsi agli alleati per un’invasione della Danimarca. Quarto, che, essendo possibile un’invasione attraverso la Manica solo verso la fine dell’estate, la principale direttiva d’invasione alleata sarebbe stata, in accordo con la nota opzione preferita di Churchill, nei Balcani: a) un attacco anglo-americano su Trieste; b) un’invasione britannica della Grecia; c) un’invasione anglo-russa dei campi petroliferi rumeni. La Turchia sarebbe stata “persuasa” a unirsi agli alleati, mentre altri sbarchi sarebbero stati effettuati sulle coste italiane, per esempio ad Anzio. Vienna e Monaco sarebbero state l’obiettivo strategico degli alleati. Quinto, che i russi sarebbero stati d’accordo a non iniziare la propria offensiva prima della fine di giugno, impedendo così a Hitler di ritirare le proprie forze per impiegarle nella difesa della Francia. Infine, data la solidità del Vallo atlantico e delle forze che lo difendevano, che gli alleati avrebbero avuto bisogno di cinquanta divisioni per effettuare l’invasione, ma che queste, così come le necessarie forze navali, non avrebbero potuto essere pronte prima di luglio e dell’inizio dell’offensiva russa.

Poiché tutte queste minacce erano il riflesso delle sue stesse paure, Hitler cadde nella trappola e le ritenne vere.

Adibite al compito specifico di risolvere il problema di nascondere il dove, il quando e l’entità complessiva delle forze erano Fortitude North e Fortitude South. Hitler era ossessionato dalla Scandinavia, dove, nell’aprile 1940, aveva bloccato l’invasione britannica della Norvegia. Grazie all’opera di Fortitude North, vi mantenne, e anzi rinforzò, il contingente di oltre 400.000 soldati, tra cui tredici divisioni dell’esercito, 90.000 unità del personale navale e 60.000 del personale aeronautico, 6.000 SS e 12.000 paracadutisti, rimasti tutti inutilmente in Norvegia fino alla loro resa finale al termine della guerra, anziché poter combattere per ricacciare in mare gli alleati in Normandia. Ciò avvenne grazie alla creazione di una inesistente Quarta armata britannica, forte di undici divisioni e acquartierata in Scozia, per mezzo di trasmissioni radiofoniche, notizie pubblicate sulla stampa locale e informazioni fomite alle spie tedesche dal controspionaggio britannico; il tutto rafforzato da “Graffham”, il nome in codice per le minacce diplomatiche alla Svezia, per denunciare l’industria svedese sul piano internazionale in quanto collaboratrice della Germania ed esigere per gli alleati l’utilizzo degli aeroporti e delle ferrovie svedesi.

A Edimburgo giunse una missione militare russa per coordinare una presunta invasione congiunta della Norvegia; nel frattempo fu diffusa la falsa notizia che il ministro degli Esteri britannico Anthony Eden si fosse recato a Mosca. I tedeschi credettero all’idea di una invasione da nord fino a dopo il D-Day, quando la Quarta armata si mosse a sud per unirsi all’altrettanto fantomatica Fusag (Primo corpo d’armata statunitense, forte di 150.000 uomini) di Fortitude South, comandata dal generale Patton, che Hitler riteneva fosse al comando dell’invasione. Questa armata fantasma, con le sue trasmissioni radio, carri armati gonfiabili, aerei e mezzi da sbarco in compensato, costruiti dalla Pinewood Film Studios, sotto la direzione dell’illusionista Jasper Maskelyne e dell’architetto Sir Basil Spence, era dislocata nell’Anglia orientale, di fronte al Pas-de-Calais, dove Hitler riteneva che sarebbe avvenuto lo sbarco principale. Questa ulteriore illusione fu confermata dagli agenti segreti tedeschi. Ma anche questi erano stati creati ad arte, sicché agenti inesistenti riferirono notizie su un corpo d’armata inesistente. Al famosissimo “Garbo”, per aumentarne la credibilità, fu detto di prevedere lo sbarco quattro ore prima dell’alba del D-Day. Hitler gli conferì immediatamente la Croce di ferro. In quello stesso momento le stazioni radar tedesche, lasciate intenzionalmente in piedi e operative, riferivano – ancora un’altra illusione – di “una grande flotta che si sta raccogliendo davanti a Calais”. Il “cordone di bugie” aveva colto nel segno. La “preziosa verità” sul D-Day era salva. Ora le possibilità di successo erano del 50 per cento.

Che lo sbarco stesse per avvenire era per i tedeschi cosa ovvia. Altrettanto ovvio era che questa invasione sarebbe cominciata non appena ci fossero state le condizioni climatiche, la luna e l’alta marea più favorevoli per trasportare i mezzi da sbarco oltre la zona minata lungo il Vallo atlantico sull’intera costa francese. Ed era altresì ovvio che soltanto la costa da Dunkerque a Cherbourg sarebbe stata adatta per uno sbarco, in quanto la sua distanza permetteva la copertura aerea dei caccia decollati dagli aeroporti britannici. “Ovvio”, infine, era per i tedeschi che questa via più breve verso il Pas-de-Calais (e la più breve anche verso il Reno e la Ruhr) sarebbe stata quella prescelta dagli strateghi alleati (tra i quali c’era anche mio padre).

Nel 1943 il piano per ingannare i tedeschi era convincerli che gli alleati non avrebbero optato per la “ovvia” scelta della Sicilia e dell’Italia, ma avrebbero invaso invece o i Balcani o la Sardegna o la costa mediterranea francese. Nel 1944 il piano era di convincere i tedeschi che questa volta si era optato per la scelta “ovvia”! Nell’estate del 1943 gli strateghi alleati decisero che, “nonostante gli ovvi vantaggi offerti dal Pas-de-Calais per la sua vicinanza alle nostre coste”, le lunghe spiagge della Normandia, meno difese e con comode vie per penetrare all’interno con le truppe corazzate, erano un obiettivo migliore; la mancanza di un porto poteva essere superata utilizzandone uno prefabbricato (il Mulberry Harbour), insieme a Pluto (un condotto petrolifero sotto la superficie dell’oceano).

Nel marzo del 1943 “Tar” Robertson, dell’MI5, alla guida della segretissima sezione B1A del XX Comitato (dove XX stava per il numero venti ma anche per la doppia croce), insieme a una piccola squadra di agenti che facevano il doppio gioco fece, come richiesto, il suo primo rapporto mensile a Churchill. “In tutto, sono cadute nelle nostre mani centoventisei spie. Di queste, ventiquattro si sono dimostrate disposte a fare il doppio gioco. Dodici altre persone, più altre sette persone immaginarie, sono state consegnate al nemico come spie della Doppia croce. Altre tredici spie sono state giustiziate”. “Estremamente interessante”, annotò Churchill a margine del rapporto. Egli stesso aveva creato l’MI5 e l’MI6 prima della Grande guerra e provava grande piacere per il loro utilizzo come arma; per dirlo con le sue stesse parole: “Imbroglio nell’imbroglio, piano e contropiano, stratagemmi e tradimenti, veri agenti, falsi agenti, agenti doppiogiochisti, oro e acciaio, la bomba, la spada e il plotone d’esecuzione: tutto era intrecciato in un tessuto così intricato da risultare incredibile ma vero”.

Questo “intreccio”, come ora sappiamo, continuava dato che il funzionario dell’MI5 che redigeva il rapporto per il primo ministro era il maggiore del Nkvd noto come “agente Tony”, vale a dire, Anthony Blunt, illustre storico del barocco, cugino della regina, curatore dei settemila quadri della sovrana e reclutatore degli altri quattro membri del Cambridge Five: Kim Philby, Guy Burgess, Donald Maclean e Frances Cairncross. Tutti costoro furono ora collocati nel centro più segreto dello sforzo di guerra britannico. Stalin, perciò, riceveva un rapporto sugli agenti doppiogiochisti ben più dettagliato di quello che riceveva Churchill. Tuttavia restava scettico perché sospettava che facesse parte di un piano antisovietico, dato che non poteva credere che l’intelligence britannica potesse impiegare persone con un ben noto passato comunista, come era il caso delle cinque spie di Cambridge. Nel 1979, dopo la rivelazione della sua identità, Blunt disse al suo ex capo dell’MB: “Mi ha dato enorme piacere essere in grado di passare ai russi il nome di ogni funzionario dell MI5”.

Grazie alla decifrazione dell’“indecifrabile” codice Enigma i messaggi dell’Abwehr (l’intelligence militare tedesca) indirizzati ai loro agenti in Gran Bretagna, e le risposte di questi ultimi, divennero accessibili agli alleati. Nel giugno del 1943 Tar Robertson si rese conto di disporre di una nuova arma talmente segreta che persino lui stesso all’inizio ne era inconsapevole. Ora aveva l’intero cartello di spie dell’ammiraglio Canaris che operava nel Regno Unito sotto il suo diretto comando.
Quest’arma segreta non si basava sulla scienza, l’ingegneria o la forza. Non era in grado di uccidere direttamente il nemico, ma era capace di entrare dentro la sua testa. Giungendo fino allo stesso Hitler costringeva i nazisti a pensare, e quindi a fare, esattamente ciò che volevano i britannici.

Fu proprio quest’arma a convincere l’alto comando tedesco che l’attacco principale sarebbe stato sferrato nella zona di Calais. Quest’errata convinzione – confermata da quella che era ritenuta un’efficientissima rete di spie tedesche – si mantenne anche dopo lo stesso sbarco in Normandia, il 6 giugno 1944, e fece sì che il grosso dell’esercito tedesco (forte di 2.500.000 uomini) rimanesse presso il Pas-de-Calais fino alla distruzione delle forze tedesche dislocate in Normandia alla fine di luglio, con la quale si aprirono le porte per Parigi, Se Rommel lo avesse saputo avrebbe cercato immediatamente di ricacciare indietro gli alleati. E in effetti lo aveva anche già pianificato – ma il 6 giugno era andato a far visita a sua moglie perché le pessime condizioni climatiche sembravano precludere un’invasione. Comunque, fu Hitler in persona a negare a Rommel le truppe necessarie per contrattaccare in forze, dato che temeva un secondo e maggiore attacco a Calais.

Tutti gli agenti del controspionaggio devono sempre sospettare che la propria spia faccia il doppio gioco, se non addirittura il triplo, e stare costantemente in guardia per individuare nei loro messaggi errori apparentemente innocenti che hanno ricevuto l’ordine di inserire nelle loro lettere o comunicazioni radio nel caso che si trovino sotto il controllo nemico. Se un agente doppiogiochista lo avesse fatto il suo organo di controllo tedesco avrebbe tratto la ovvia conclusione che l’altro obiettivo (ossia la Normandia) era quello autentico. E più volte mancò poco che proprio questo accadesse. Per l’Europa, il fallimento dello sbarco sarebbe stato un disastro di incalcolabili proporzioni.

Comunque, riguardando oggi l’Europa, una generazione biblica più tardi, si può dire che, dal punto di vista geopolitico, non molto sia cambiato da quella riuscita invasione. La Germania ancora una volta disequilibra la politica europea con ragionevoli richieste e con la fede nella propria intrinseca superiorità, insieme alla convinzione che devono essere gli altri a pagare per il privilegio di essere suoi vicini.

Come ha sottolineato saggiamente Edmund Burke, non c’è politica che, per funzionare davvero, non debba accettare un certo numero di compromessi – proprio come deve fare ognuno di noi individualmente. Non possiamo né negare la nostra storia né inventare il futuro. In tutte le nostre teorizzazioni sull’Europa dobbiamo sempre ricordare i suoi moderni santi, patroni, i quali, operando come agenti che facevano il doppio o persino il triplo gioco, hanno “creato l’Europa moderna”.

Elvira de la Fuente Chaudoir era una peruviana bisessuale amante della vita mondana e grande giocatrice d’azzardo: comunicava con il proprio funzionario dell’Abwehr attraverso lettere con richieste di prestiti inviate al suo amministratore bancario a Lisbona, nelle quali le somme corrispondevano alle date e ai luoghi dell’invasione. Nell’MI5 il suo nome in codice era Bronx, nell’Abwehr Dorette.

Dusan “Dusko” Popov era un uomo d’affari e playboy yugoslavo. Nome in codice nell’MI5: Tricycle (ossia, tre a letto), nell’Abwehr: agente Ivan.

Roman Czemiawski, un fiero polacco pilota di caccia e funzionario dei servizi segreti, fondò la prima rete di intelligence della resistenza francese (Interallié), poi accettò di recarsi in Gran Bretagna come agente tedesco (nome in codice Hubert) allo scopo di diventare agente britannico (nome in codice Brutus). Si temeva che facesse addirittura il quarto gioco.

Juan Pujol Garcia, il celebre Garbo dell’MI5 (nell’Abwehr il suo nome in codice era Arabel), fu premiato con una Croce di ferro da Hitler in persona. Questo avvenne quando, con il permesso di Eisenhower, Garbo e Robertson, alle tre del mattino del 6 giugno, trasmisero via radio a Madrid la notizia che l’invasione era scattata. Normalmente occorrevano tre ore perché una trascrizione raggiungesse Berlino. Ma l’operatore radio tedesco stava dormendo e quando la notizia giunse nella capitale tedesca, alle 8.30, la terza divisione canadese, era già impegnata a combattere contro la divisione tedesca 719 a Juno Beach. Comunque, dopo questo “scoop” i tedeschi, e lo stesso Hitler, erano ormai pronti a credere a tutte le ulteriori false informazioni che Garbo gli inviò su un successivo sbarco a Calais. La sola qualifica professionale di Garbo era un diploma in allevamento del pollame.

Forse dobbiamo ricordare soprattutto, in quanto maggiormente simile alle priorità e alle sensibilità del Ventunesimo secolo, l’émigré zarista Lily Sergeyev (nome in codice dell’MI5: Treasure, dell’Abwehr: Tramp): quando giunse a Londra da Madrid, s’infuriò a tal punto per il fatto che i britannici, in ottemperanza alle leggi sulla quarantena, non le permisero di portare con sé il suo cagnolino Babs, da minacciare di tradire l’intero sbarco in Normandia aggiungendo due lineette nel messaggio radio che inviò al suo gestore tedesco a Madrid.

Tuttavia, l’agente doppiogiochista senza dubbio più coraggioso fu l’anglofilo funzionario dell’Abwehr Johann Jebsen, che aveva reclutato il suo compagno d’università a Friburgo, Dusko Popov, per sfruttare i suoi contatti internazionali e fare attività di spionaggio a Londra. Il suo ideale era Bertie Wooster, ed era amico del suo creatore P. G. Wodehouse. Jebsen divenne un importante agente infiltrato nell’Abwehr di Madrid. Jebsen fu arrestato a Lisbona il 29 aprile 1944 e condotto segretamente a Berlino, dove giunse il 3 maggio. Fortunatamente, il primo interrogatorio riguardò le numerose truffe di riciclaggio di denaro che aveva compiuto per diversi suoi colleghi. Jebsen resistette alle torture fino al 6 giugno. Se avesse rivelato che Garbo e Tricycle facevano il doppio gioco, tutto il piano di inganno sarebbe fallito e il D-Day sarebbe finito in un massacro. Ma “Bertie Wooster” seppe mantenere il segreto. Hjalmar Schacht, un tempo capo consigliere economico di Hitler, che era rinchiuso nella cella accanto a quella di Jebsen, sospettato di fare parte della resistenza, disse in seguito a Popov di avere visto una volta “Johnny mentre lo portavano indietro da un interrogatorio. La sua camicia era piena di sangue. Mentre le guardie lo stavano richiudendo nella sua cella, Johnny si voltò verso di loro e, con il suo solito fare altezzoso, disse: ‘Sono certo che mi verrà fornita una camicia pulita’”.

“Non abbiamo ancora alcuna prova che Artist [il nome in codice di Jebsen nell’MI5] abbia confessato qualcosa, o che l’Abwehr abbia compreso quale sia la vera posizione”, riferì il capo dell’MI5 Guy Liddell a un preoccupato Churchill. Era “rimasto fedele”. Nel luglio del 1944 fu trasferito, ormai ridotto a uno scheletro vivente, nel campo di concentramento di Sa chsenhausen; nel febbraio del 1945 una scorta tedesca andò a prenderlo. Da allora non fu mai più visto.

Come sempre avviene in queste storie sui Padri fondatori della “nostra” Europa, c’è un colpo di coda. I colleghi di Jebsen avevano progettato il suo rapimento (il nome in codice dell’operazione era “Operation Dora”) due settimane prima del 29 aprile, non perché Jebsen fosse sospettato di essere un agente doppiogiochista o a causa dei suoi scaltri inganni finanziari, bensì perché una fuga di Jebsen in Gran Bretagna avrebbe offerto al capo delle SS Himmler l’opportunità perfetta per un’epurazione degli elementi antinazisti all’interno dell’Abwehr. Furono gli stessi ufficiali che progettavano di uccidere Hitler a organizzare l’“Operation Dora”. Jebsen però, una volta a Berlino, fu preso in consegna dalla Gestapo e rinchiuso nelle sue celle. E’ una sinistra ironia della storia che, almeno nelle intenzioni, fosse stato rapito per preservare il piano di uccidere Hitler, un piano al quale Jebsen/Artist/Bertie Wooster sarebbe stato felice di partecipare.

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