Giorgio Agamben Il mistero del male

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Giorgio Agamben

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il Foglio 29 maggio 2013

L’utopia comunista ha bisogno di santi, Agamben ha trovato B-XVI

Alfonso Berardinelli

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Cercherò di riassumere, per quanto mi è possibile e in breve, il chiarimento teologico-politico che Giorgio Agamben ci ha of­ferto nel suo saggio “Il mistero del male. Bendetto XVI e la fine dei tempi” (Laterza, 67 pp., euro 7). Agamben, come sanno i suoi lettori, oltre che il nostro maggiore editore e studioso di Walter Benjamin, è un pensa­tore politico internazionalmente noto per la sua originalità, nonché un profondo conosci­tore della teologia cristiana. E della teologia (come suggerì Benjamin) non ha mai sottovalutato il contenuto storico e politico, la sua pervasiva benché sotterranea influenza sul­la cultura laica moderna. L’erudizione teolo­gica viene usata da Agamben per mostrare, rivelare le tracce di una presenza culturale rimossa dal pensiero illuministico, eppure tuttora attiva nelle forme in cui ci si presen­ta oggi la crisi del mondo contemporaneo.

Perciò, se importa chiarire il significato teologico e politico della rinuncia di papa Ratzinger, è perché tanto nella chiesa quan­to nella società attuale viene vissuto, secon­do Agamben, un medesimo “dramma stori­co”, nel quale si oppongono Cristo e Anticri­sto, economia ed escatologia, diritto formale e giustizia sostanziale, legalità e legittimità.

Nell’ultimo paragrafo del primo saggio, “Il mistero della chiesa”, Agamben scrive: “Ab­biamo cercato di interpretare l’esemplarità del gesto di Benedetto XVI nel contesto teo­logico e ecclesiologico che le è proprio. Ma se questo gesto ci interessa, non è certo soltan­to nella misura in cui rimanda a un problema interno alla chiesa, quanto piuttosto perché esso permette di mettere a fuoco un tema ge­nuinamente politico, quello della giustizia che, al pari della legittimità, non può essere eliminato dalla prassi della nostra società. Noi sappiamo perfettamente che anche il corpo della nostra società politica è, come quello della chiesa e forse ancora più grave­mente, bipartito, commisto di male e di be­ne, di crimine e di onestà, di ingiustizia e giu­stizia. E tuttavia, nella prassi delle democra­zie moderne, questo non è un problema po­litico e sostanziale, ma giuridico e procedura­le. Anche qui, come è avvenuto per il proble­ma della legittimità, esso viene liquidato sul piano delle norme che vietano e puniscono, salvo dover poi constatare che la bipartizio­ne del corpo sociale diventa ogni giorno più profonda. Nella prospettiva dell’ideologia li­berista oggi dominante, il paradigma del mercato autoregolantesi si è sostituito a quel­lo della giustizia e si finge di poter governa­re una società sempre più ingovernabile se­condo criteri esclusivamente tecnici”.

Queste deduzioni hanno il pregio della chiarezza, della semplicità e della radicalità dottrinale. Male e bene convivono e si op­pongono nella chiesa come nella società ca­pitalistica. Il gesto esemplare di rinuncia compiuto da Ratzinger ha voluto rendere il più possibile evidente l’esigenza di marcare l’opposizione fra ciò che nella chiesa appar­tiene al mondo e al suo dominatore Satana e ciò che appartiene a Cristo. La chiesa na­sce e vive nel mondo, ma non appartiene al mondo. La sua “economia” non può sovrasta­re e sopprimere la sua “escatologia”, cioè il manifestarsi nella coscienza morale di un tempo messianico che non è “l’ultimo gior­no” e la “fine del tempo”, ma “che è in cor­so per così dire in ogni istante”.

Ratzinger dimissionario, dunque, come “figura” teologica ed ecclesiologica di una ri­voluzione sociale legittima. Non si può a questo punto non pensare al “tempo-ora” di Benjamin, al suo messianismo rivoluziona­rio, alla sua idea di un’interruzione del con­tinuum storico e del progressismo riformista che frenano e paralizzano l’avvento della giustizia.

Agamben procede con ogni cautela filolo­gica quando si tratta di esegesi teologica e quando ricorda le tappe della vicenda intel­lettuale di Ratzinger, a partire dalla sua in­terpretazione giovanile di un testo del gran­de teologo Ticonio, attivo nel IV secolo in Africa, fino al suo discorso del 28 aprile 2009 a L’Aquila sulla tomba di Celestino V, che se­condo Dante fece “per viltade il gran rifiu­to”. Mi sembra però che nel passaggio dal­l’ecclesiologia al messianismo politico Agamben non si mostri altrettanto cauto. In termini teologici si può credere di sapere cos’è Cristo e cosa l’Anticristo, ma in termini sociali e politici la “bipartizione del corpo sociale” che “diventa ogni giorno più profon­da” è molto meno chiara. I rapporti fra lega­lità, economia, legittimità politica, giustizia sociale, prassi e potere rivoluzionari sono stati il problema tragicamente irrisolto dal 1789 ai comunismi del XX secolo. Sulla teo­ria della rivoluzione e sull’avvento della giu­stizia Agamben resta piuttosto reticente. Nella sua strategia argomentativa attuale mi sembra che venga compiuto un rovesciamen­to del rapporto che Benjamin istituì tra teo­logia e materialismo storico in una delle sue più note “Tesi di filosofia della storia”. Alla fine degli anni Trenta, secondo Benjamin, la teologia era culturalmente impresentabile e doveva restare nascosta per manovrare l’ar­mamentario concettuale del marxismo, allo­ra in voga. Oggi succede il contrario. La teo­logia ha vinto, sembra aver conquistato e co­lonizzato i comunisti utopico-rivoluzionari. Perciò Agamben può essere del tutto esplici­to e filologicamente documentato finché par­la da teologo, ma deve mantenere velata una poco presentabile utopia comunista, per so­stenere la quale si è da tempo sprovvisti di teoria. Così viene delegata al clamoroso ge­sto dimissionario di un Papa la responsabi­lità morale e teologica di alludere alla pe­renne attualità della rivoluzione come “parusia”, come avvento del bene essenziale o del regno di Dio nel mondo.

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il manifesto 29 maggio 2013

Teologia – Il «Mistero del male» di Giorgio Agamben

Fuga dal tempo del dominio

Di Paolo Vernaglione

Una riflessione del filosofo italiano sulle dialettiche irrisolte della teologia politica a partire dalla dimissioni di Benedetto XVI

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Il materialista storico lo sa, che ognuno è dotato di una debole forza messianica, un’esigenza che non si lascia soddisfare facilmente. Parafrasando il Benjamin della seconda delle Tesi di filosofia della storia, possiamo agevolmente leggere le riflessioni di Giorgio Agamben sulle dimissioni di Papa Bendetto XVI nel Mistero del male (Laterza, euro 7) in cui il primo mistero è contenuto. Il breve e denso testo raccoglie una conferenza tenuta a Friburgo nel 2012 per il conferimento della laurea honoris causa in teologia e un commento al «gran rifiuto» di papa Ratzinger. Il fulcro della tesi di Agamben, che da tempo ha aperto un produttivo campo di indagine sul dispositivo politico del messianesimo, sulla scorta dell’insegnamento di Jacob Taubes, in II tempo che resta, e soprattutto sul rapporto tra regole e prassi, (Opus Dei) e oekonomia e escatologia (La Chiesa e il Regno), è che il gesto di Benedetto XVI si inscrive in quella temperie epocale chiamata presente, che è delimitata da due figure, entrambe decisive per capirne l’ontologia: il katechon (ciò che trattiene) e il messìa (colui che viene nel tempo-ora). Diversamente dall’interpretazione teologico-politica che Cari Schmitt ha reso popolare e seducente, a partire da Agostino si fa strada una lettura del katechon che rimette in asse il dramma del tempo presente come tempo della fine, sganciandolo dall’evocazione della fine dei tempi, in cui una post-storia avrebbe compiuto tutta la prassi possibile, derivandone un tempo dell’inanità di ogni azione innovativa o trasformativa.

Questa seconda linea di lettura era in realtà già operante nelle interpretazioni patristiche che individuano il potere che frena nell’impero e addirittura in Nerone quale personificazione del male assoluto. Sulla base della geniale teologia delle regole di Ticonio nel IV secolo, studiata peraltro da Ratzinger, che prevede il corpo bipartito del Signore e della chiesa (insieme malvagia e onesta), il katechon è uno degli elementi del «mistero dell’iniquità», l’altro essendo la venuta del messìa, preceduta dalla rivelazione dell’anticristo; ma attenzione: mistero non significa opera nascosta, bensì azione drammatica, teatro liturgico; iniquità è la brutta traduzione religiosa di anomìa e l’anticristo non è ciò che si oppone al Cristo, bensì ciò che gli è simile e che si afferma quindi come menzogna, male storico, economico, dentro e non fuori dal teatro escatologico della temporalità. Agamben sposta la figura del katechon da elemento esterno e astratto, figura immobile di una teologia politica che si oppone al male radicale, a forza interna alla chiesa e al mondo, al pari del male radicale. L’errore teologico e politico di considerare il trattenimento e il male come poli di una dialettica del tempo lineare, che si risolvono nella venuta del messìa, sulla scorta della dismissione dell’escatologia sia dal tempo mondano che da quello liturgico — ha consentito una filosofia della prassi reazionaria che, da Carl Schmitt a oggi ha di fatto giustificato la conservazione, il trattenimento della potenza umana di sovversione, in vista di una salvifico e destinale «sol dell’avvenire».

L’abdicazione di papa Ratzinger segna invece il tempo presente mostrando l’anticristo dentro la chiesa e dentro lo Stato e allude ad una prassi in cui il tempo del «già» e del «non ancora», lungi dall’essere separati convivono nell’umana facoltà di linguaggio. Essa, con Benjamin, è naturalmente messianica. Agamben rompe sia con le pretese proceduraliste delle democrazie liberali, ormai illegali, che con le elucubrazioni dialettico-sovraniste e stataliste fondate su una presunta legittimità pura di istituzioni che «trattengono» il male. Si tratta invece di stare dentro il dramma escatologico di questo presente, inventando quotidianamente una prassi che non può se non provenire da una facoltà dispiegata di linguaggio in cui il passato metastorico si risolve nella storica realtà del presente.

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il Giornale 20 maggio 2013

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Marcello Veneziani  I profeti dell’Apocalisse sedotti dal nichilismoAgamben e Cacciari riflettono sulla fine del mondo: un sentimento acuito dal trionfo della tecnica e dal momento difficile della Chiesa 

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La Repubblica  14 maggio 2013
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Il mistero del male di Giorgio Agamben sulla scelta radicale di Ratzinger
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di Antonio Gnoli
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Un oscuro teologo del IV secolo fa da sfondo dottrinale alla decisione del Papa di abdicare al suo magistero. Possibile? Ce lo racconta con il solito raffinato incastro di testi Giorgio Agamben nel nuovo libro: Il mistero del male (Laterza). Da anni egli affronta il significato politico della fine dei tempi, sfrondandolo dagli orpelli apocalittici e cogliendone il senso in una plausibile ricerca filologica. I testi a volte ci parlano: nella loro autorevolezza sopportano l’usura del tempo e ci indicano strade che avevamo abbandonato. Non è questo il senso della tradizione, di quella sapienza archeologica che segna a volte il nostro agire più consapevole?
Proprio Joseph Ratzinger, appena trentenne, pubblicò un dotto articolo per spiegare la posizione dottrinaria di Ticonio in merito alla Chiesa. Costui era un donatista che avendo descritto una Chiesa al tempo stesso malvagia e giusta, seppe coglierne la struttura bipartita che comprende in sé tanto il peccato quanto la grazia. In una prospettiva escatologica questi due corpi della Chiesa sono destinati a convivere fino alla fine dei tempi. Allorché il Giudizio universale dividerà definitivamente i malvagi dai giusti, il Cristo dall’Anticristo. Fino a quel momento le due “anime” conserveranno una loro presenza nello stesso corpo della Chiesa. È in questo contesto teologico che Agamben colloca il gesto rivoluzionario di Benedetto XVI. Che non è un atto di viltà – accusa già rivolta a Celestino V – né di stanchezza, ma una meditata e sofferta scelta dottrinaria che lo ha posto all’altezza della drammatica situazione in cui la Chiesa si trova a vivere.
Può, infatti, questo istituto millenario attendere che il gran conflitto tra i malvagi e i giusti si risolva alla fine dei tempi? Ecco perché la prospettiva escatologica va ricondotta a quella storica, il tempo dell’apocalisse al nostro tempo. La Chiesa, ci rammenta Agamben, non può sopravvivere se rimanda passivamente alla fine dei tempi la soluzione del conflitto che ne dilania il “corpo bipartito”. D’altro canto, l’aver ignorato lo sguardo escatologico ha pervertito l’azione salvifica della Chiesa nel mondo. L’ha resa per così dire cieca e priva di scopo. Di qui gli scandali, la corruzione e quel corredo negativo che ne hanno stravolto l’immagine. Agamben sottrae il male al cupo dramma teologico e lo restituisce al suo vero contesto storico, nel cui spazio ognuno è chiamato a fare senza riserve la sua parte. Decidere, d’accordo. Ma su cosa? E per quali opzioni o scelte?
Benedetto XVI suggerisce una strada. La sua decisione radicale rinvigorisce l’idea di giustizia e di legittimità. Rimette in moto una macchina politica senza la quale la Chiesa sarebbe destinata a inabissarsi. Non è di un analogo destino che soffre la nostra società? Ancora una volta teologia e politica incrociano due categorie – legittimità e legalità – oggi confuse o smarrite. La profondità della crisi che la nostra società sta attraversando, dice Agamben, va ricondotta anche al tentativo della modernità di far coincidere legalità e legittimità.
Una Chiesa dei giusti non trionferà senza una lotta ai malvagi; così come una società equa non prevarrà senza il ricorso alla giustizia che è un concetto più profondo della legalità. Chi può avere oggi la forza di trasferire nel profano ciò che Benedetto XVI – con il suo richiamo all’Auctoritas (al potere spirituale) – ha svolto nell’ambito del teologico? Le nostre vite, attraversate da crisi terribili, hanno urgenze mondane che si scontrano con l’ideologia liberista oggi dominante. Nota Agamben che il paradigma del mercato autoregolantesi si è sostituito a quello della giustizia e finge di poter governare una società sempre più ingovernabile secondo criteri esclusivamente tecnici. Chiamiamola pure dittatura dell’algoritmo. Ma chi oggi ha un potere così immenso da potervi perfino abdicare? Non è da questa rinuncia che possa nascere una nuova occasione per la politica. Perché il potere sembra esser sfuggito dalle mani dell’uomo. Ecco il dramma storico e il “mistero” dal quale bisogna ripartire.

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