Un amante irresistibile che pero’ amava solo Emma Bovary


Il Foglio

sabato 11 maggio 2013

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Gustave Flaubert

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Un amante irresistibile che pero’ amava solo Emma Bovary

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Ritratto impressionista di Flaubert

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Era un uomo impossibile, disperato e spiritosissimo, un precursore di genio che sopravvisse alla disillusione di una generazione mettendosi a raccontarla. La sua vita, le sue passioni in una nuova biografia ricca di rivelazioni

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di Marina Valensise

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Ritornare a Flaubert. La scelta urge di questi nostri tempi invasi dall’autofiction, da una letteratura perdutamente narcisistica dove chiunque, in balia dei suoi demoni personali, può dichiararsi autore, scrittore, diventare magari un romanziere di culto spiattellando in lungo e in largo la sua vita, le sue segrete passioni, le sue intime frustrazioni egomaniache. Ritornare a Flaubert urge, dunque, oggi più che mai, perché il grande scrittore francese, nato all’indomani della Restaurazione, dopo la tormenta rivoluzionaria, e morto quasi sessantenne nel 1880, agli albori della Terza Repubblica, fa un precursore di genio che in anticipo sui tempi inventò il vero antidoto alla degenerazione di quelli nostri.

Lo dimostra in pieno l’ottima biografia che a Flaubert ha dedicato Michel Winock, storico della Francia postrivoluzionaria, già autore di una monumentale biografia di Madame de Staël e ora recidivo con 500 pagine sulla vita del padre di Madame Bovary, Salammbô, di Frédéric Moreau, l’antieroe dell’“Education sentimentale”, uno dei romanzi più intelligenti dell’Ottocento. L’ultima biografia di Flaubert uscita da Gallimard, dopo quella di De Biasi pubblicata da Grasset e insieme all’Autoritratto di Flaubert presentato ora da Bertrand Le Gendre, per i tipi Perrin, testimonia di un’attenzione crescente nei confronti dell’eremita di Croisset. Ed è soprattutto un libro ricco, denso, fantastico, un libro pieno di spunti e di rivelazioni anche per quei lettori che conoscono a menadito la vita di Flaubert, le sue ubbie, le sue ossessioni, avendone letto e riletto oltre ai suoi romanzi la mitologica “Corrispondenza”, che è il romanzo preterintenzionale della sua vita, uscita in cinque tomi nella collana della Plèiade. La nuova biografia si legge in effetti come un romanzo a parte. E’ il romanzo di un immenso scrittore, uomo impossibile, generoso e segreto, disperato e spiritosissimo, figlio viziato, padre mancato e zio affettuosissimo di un’unica nipote che lo porterà sul lastrico. E’ la storia di un genio malinconico che adorava scherzare, e sin da piccolo si divertiva a inventarsi personaggi immaginari ai quali assegnare nei suoi giochi coi fratelli i ruoli più ridicoli del mondo. E’ il racconto della passione e dei tormenti di un adoratore del grottesco che colse con sensibile preveggenza la tetraggine dei tempi moderni, tempi senza eroismo, senza epica, senza eroi, perché tutta l’umanità è assorta nel culto dell’utile e dedita esclusivamente alla ricerca del profitto. E’ anche la storia di un ragazzo bellissimo, alto e biondo come lo sono i normanni, con gli occhi chiari come il mare, un tipo sportivo, che montava a cavallo e nuotava come un tritone, ma era abitato nell’animo dalle paure di un disadattato, e per tutta la vita scelse di vivere da recluso, confinandosi come un eremita nella casa di famiglia a Croisset, sulle rive della Senna, per combattere la noia, schivare l’invadenza delle molte donne che ambivano il suo amore, resistere alla degenerazione dei tempi e alla disillusione che colpi tutta una generazione di giovani quando il sogno della palingenesi rivoluzionaria s’arenò nel nuovo ordine borghese, nelle ambizioni prosaiche riassunte nel motto di Guizot, ministro di Luigi Filippo: “Enrichissez vous par le travail et par l’épargne”. Ora Winock, che di quell’epoca è uno studioso esperto, ha riscritto attraverso Flaubert la vita di un genio romantico che incarna nella sua opera e nella sua esistenza la delusione di quella generazione, propulsa dall’eroismo degli ideali universali al trionfo del profitto, al calcolo degli interessi meschini, passando in pochi decenni dall’epica della conquista militare alla redditività del capitale, grazie al commercio, all’industria, alle manifatture. E perciò dimentica dell’arte, del bello, del gusto, dell’onore. Di questa straordinaria metamorfosi Flaubert fu infatti fra i sensori più sensibili, prima di diventarne il testimone e in parte la vittima. E la sua biografia oltre a essere la storia individuale di una disillusione epocale, è il ritratto di uno scrittore che sopravvisse alla disillusione mettendosi a raccontarla, il romanzo di un genio romantico che amò l’amore, ma se ne ritrasse, avvinto com’era dalla passione sublime per l’arte e la letteratura, e convinto che per realizzarla fosse necessario reprimere l’amore e sacrificarlo.

Flaubert, perciò, fu un amante irresistibile sì ma discontinuo. Fu un innamorato a distanza, che preferiva tenere lontana la donna, anche a costo di negarsi, come successo con Louise Colet la poetessa sua Musa, grande sua corrispondente, con cui visse una storia in due atti, che Winock ricostruisce con la curiosità di uno storico e la leggerezza del pettegolo che parla in nome della filologia.

LColet

Louise Colet

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Il primo atto inizia nell’estate del 1846 e dura un paio d’anni. Flaubert, figlio della borghesia provinciale di Rouen, ha 25 anni, è un patito di letteratura, e un giurista mancato. Suo padre, Achille Cléophas, è un chirurgo stimato, colto e illuminato, che gli consiglia di leggere Montaigne e lo vorrebbe avvocato. La madre è un’ex orfanella adottata dal di lui primario, diventata poi una volterriana convinta. La bella Louise Colet, invece, di anni ne ha 36. E’ una poetessa che adora George Sand, ha sposato un professore di flauto, scrive sui giornali approfittando della libertà di stampa del regime orleanista e sgomitando alquanto. Grazie alla protezione di Victor Cousin, professore alla Sorbona considerato il più grande filosofo vivente, di cui diventa presto amante, ha aperto un suo salotto letterario. “La Musa” è una donna di sicura bellezza, volitiva, determinata, feroce. Non ha paura di niente. Una sera ha persino tentato di accoltellare Alphonse Karr, l’umorista che essendo lei incinta aveva osato fare pesanti allusioni sulla probabile paternità di Cousin. Karr era riuscito a disarmarla e la cosa era finita lì, anche grazie al grande critico letterario Sainte-Beuve che per conto dello stesso Cousin era riuscito a soffocare lo scandalo sul nascere.

Louise e Gustave si incontrano la prima volta il 29 luglio 1846 in casa dello scultore James Pradier. Bastano solo due giorni e due giri di calesse al Bois de Boulogne perché tra loro sia amore. Solo quattro incontri in due anni, e in compenso un intenso carteggio tra Croisset, dove Flaubert continua a vivere rintanato, e Parigi, dove lei tiene il suo salotto. “Sì, tì desidero e ti penso. Non riesco a fare più niente, ti rivedo ancoro nello studio di Pradier accanto al tuo busto, col tuo abito blu, le tue braccia, il tuo viso”, scrive lui invasato. “Sì mia bella, tu mi hai avvolto nel tuo fascino, mi hai compenetrato della tua sostanza. Oh! Se ti ho potuto sembrare freddo, se le mie satire sono brutali e ti feriscono, quando ti rivedrò voglio coprirti di amore, di voluttà, di ebbrezza; voglio farti ingoiare tutte le felicità della carne, fino a stancartene e fartene morire”. Lei all’inizio sembra scettica, lo tiene sulla corda. Ma lui insiste: “Tutte le stelline del mio cuore convergono intorno al tuo pianeta”, perché l’amore per lui va oltre i sensi: “Non c’è mai stato tra me e una donna l’unione che esiste tra noi due”. Lei è perplessa “a alla fine cede e s’infiamma. Eppure lui, per quanto invasato, resta un amante virtuale. Sempre lontano, confinato nel suo eremo normanno, trova ogni volta una scusa per evitare che lei lo raggiunga, e le si concede col contagocce. Da qui dissapori, litigi, recriminazioni. “Tu credi che io voglia solo godere…”, le scrive esasperato. “Mi accusi di non avere cuore… Ecco, volevo scriverti a lungo, ma non trovo niente da dirti. Sono turbato, agitato; il ricordo del dispiacere che ti ho provocato è come uno spettro che mi attira e mi fa paura. Ma la colpa è mia!”.

Il fatto è che i due hanno dell’amore un’idea inconciliabile. Lei rifiuta la distanza, gli incontri al contagocce, lui ne teme la presa, non vuole farsene divorare. Così prima di partire per la Bretagna con Maxime Du Camp, di cui Louise è gelosissima e le cui lettere a e da Flaubert sono state di comune accordo distrutte, chiarisce la cosa senza troppi complimenti: ‘Per me l’amore non può e non deve stare in primo piano, ma nel retrobottega della vita. Mi pare ci siano altre cose nell’animo che, prima dell’amore, sono più vicine alla luce, s’avvicinano al sole. Se prendi l’amore come pietanza principale dell’esistenza: no. Come condimento: sì”. Louise incassa, e non risponde. Lui poi continua a cercarla, le spiega che quel viaggio con Du Camp gli serviva come l’aria perché si sentiva soffocare. Lei smette di scrivergli, lui insiste, e lei di nuovo recrimina. “Vi ho dato il fondo, voi volevate l’apparenza, l’attenzione, gli spostamenti, tutto ciò come ho cercato di farvi capire io non potevo darvi”. Non basta che lei lo tradisca con un giovane polacco, ignara che anche lui gli è infedele; quando lei annuncia di essere di nuovo incinta e non di lui, per lui è la rottura: “La mia mostruosa personalità, come voi dite amabilmente, non è tale da cancellare in me ogni sentimento onesto, umano se preferite. Un giorno, forse, lo incontrerete di nuovo e vi ripentirete di aver speso per causa mia tanto dispiacere e amarezza”.

La fine dura poco. E infatti il secondo atto inizia nell’estate 1851, al ritorno di Flaubert dal grand tour in oriente, per durare fino alla primavera del 1854. A riaccendere le ceneri è lei, Louise, la Musa, che non l’ha mai dimenticato, che legge e rilegge le sue lettere e non ha mai smesso di amarlo. Un bel giorno decide di partire e si presenta a casa sua, a Croisset. Flaubert, che vive come un adolescente attempato con la vecchia madre, è a tavola con degli ospiti e non la può ricevere. Le promette di andarla a trovare la sera stessa, alle otto. Lei sta per risalire sul battello alla volta di Parigi ed ecco che arriva lui. “Cosa volete da me? Devo parlarvi. Impossibile qui. Troviamoci a Rouen”. Di quel famoso incontro fra ex amanti che tre anni dopo si ritrovano di nuovo, esiste il resoconto di lei, che Winock cita ampiamente. Flaubert compare vestito alla cinese, pantaloni larghi, una blusa indiana, con una cravatta di seta gialla ricamata di fili d’oro e d’amento, e lunghi baffi pesanti che gli coprono la bocca. Ha solo trent’anni ed è già calvo. Ma Louise che non l’ha mai dimenticato è pronta a tutto per lui, anche a trasferirsi in un villaggio vicino. “Sarei un miserabile a ingannarvi, ma nulla posso per la vostra felicità”, replica lui, mettendo subito le mani avanti. Lei geme, piange, ammette i propri torti, l’eccitazione provocata dalle appassionate lettere di lui e però mai appagata. Descrive una scena da film, con lui che l’ascolta buono buono, cerca di fare luce con una candela per vederla meglio, e alla fine le prende le braccia con le mani. Dovrà passare ancora l’estate, prima che i due si ricongiungano del tutto. Ma sarà una riconciliazione fugace. Dopo appena un mese ricomincia il copione di sempre, con lei che si lamenta per la lontananza, lui che le promette di andare a vivere a Parigi, le manda i suoi scritti, la prima “Education sentimentale”, il “Saint Antoine” che gli amici Du Camp e Louis Bouilhet avevano bocciato senza pietà. “E’ un genio”, scrive lei sicura il 14 marzo 1852. “Mi ama, io credo che non potrà più fare a meno di me, come io non posso più fare a meno di lui”. Illusa. La passione fa il suo corso con rari incontri intensi nell’alberghetto di Mantes oppure a Parigi, mentre lei sogna l’amore eterno e Flaubert ha solo una fifa blu di metterla incinta: “L’hypothèse de transmettre la vie à quelqu’un me fait rugir, au fond du coeur, avec des colères infernales”.

In quei due anni, Flaubert scrive le sue lettere più belle, dove l’amore dei sensi s’affanna dietro quello dell’arte. “Il tuo amore penetra in me come una pioggia tiepida, e me ne sento imbevuto fino al fondo del mio cuore. Tu hai tutto quel che serve perché io ti ami corpo, spirito, tenerezza. Sei semplice d’animo e forte di testa, pochissimo ‘pohética’ ed estremamente poeta”. Louise gongola. Gli manda i suoi versi, che lui corregge, le sue pièce, che lui boccia senza appello – “stile volgare, lettura faticosa, trascuratezza ridondante”. Ma Urne Roger plaude, obietta lei. “0 manca di gusto o ti prende in giro per gentilezza, a meno che non sia completamente cieca”, replica lui.

Intanto, “Madame Bovary” sta germinado e l’amore per Louise Colet alimenta il seminario sulla letteratura e il nuovo stile rivoluzionario del romanzo francese. “Vorrei fare un libro sul nulla, un libro senza legami esterni, che stia in piedi solo per la forza interna dello stile”. La letteratura per Flaubert esiste solo in virtù dello stile, si regge sulla bella frase, che dev’essere “inchangeable”, cioè non deve poter essere cambiata, come un bel verso, e al pari di un bel verso deve avere ritmo e sonorità. Per questo merita un lavoro di cesello, un lavoro lento, minuzioso, logorante, che per lo scrittore monacale significa contrastare la sua naturale propensione all’enfasi, alla prosa ditirambica, e soprattutto abbandonarsi ad angosce e ripensamenti snervanti. “La volgarità del tema a volte mi dà la nausea e la difficoltà di dover scrivere bene ancora tante cose così comuni è una prospettiva che mi terrorizza”. Flaubert vuole creare il bello a partire dal vero, ha l’ambizione di “braccare il vero, di osservare attentamente dettagli più ordinari”. E’ un teorico dell’impersonalità, che per lui “è il segno della Forza”. Per questo, l’arte dovrà limitarsi a esporre la verità, senza spiegare niente, senza pretendere di dare lezioni. “L’autore, nella sua opera, deve essere come Dio nell’universo, presente ovunque e però invisibile” spiega a Louise che è la sua cavia. “Essendo infatti l’arte una seconda natura, il creatore di questa seconda natura deve agire in modo analogo, facendo in modo che in ogni atomo e in ogni aspetto si avverta un’impassibilità nascosta e infinita”.

Patito dell’impersonalità, Flaubert, dunque perseguiva il bello attraverso il vero, ma non gli sarebbe mai saltato in mente di mettersi a raccontare per filo e per segno la sua vita in prima persona, di spiattellare le sue perversioni, le sue debolezze, facendo passare la verità della sua vita per finzione romanzesca, come fanno oggi gli scrittori contemporanei, privi di senso del limite e dell’inibizione. Certo, è vero che nell’“Education sentimentale”, Flaubert creò un suo alterego, Frédéric Moreau, per raccontare le illusioni di una generazione di rivoluzionari mancati, borghesucoli mediocri dalle ambizioni sbagliate. E’ vero che in quel secondo grande suo romanzo sui costumi moderni diede vita ai suoi fantasmi, primo tra tutti l’amore impossibile per Madame Schlésinger, la bella moglie di un famoso editore musicale conosciuta sulla spiaggia di Trouville. E’ vero che rivisse la sua passione adolescenziale attraverso Madame Araoux, la casta, moglie malinconica dell’intraprendente uomo d’affari parigino che sognava il connubio di arte e industria. E’ anche vero che attraverso l’antieroe Frédéric Moreau rivisse la goffaggine di una passione asincrona, inaccessibile, tutta affidata all’illusione romantica, alla malinconia di un incontro su un battello lungo la Senna, di uno scialle che scivola dalle spalle, di due bande di capelli neri divise da una riga in mezzo, o di un semplice sussurro in una stanza da pranzo in penombra. Tutto vero, certo. Ma al contrario dei narcisisti odierni alfieri dell’autofiction che non perdono l’occasione per esibirsi, mettendo in mostra i loro istinti più osceni, Flaubert voleva scomparire dai suoi romanzi. Non credeva nell’autobiografia, nel lamento piagnucoloso dell’individuo moderno, quest’uomo solo, infelice, insicuro di sé, incapace di affrontare il proprio desiderio, e di andare incontro a un destino. Di tutto questo, certo, fece un ritratto straordinario, in largo anticipo sui tempi, guardando alla sua vita o ripensando trent’anni dopo alle sue illusioni giovanili. Ma da autore di romanzi era uno che credeva nello scrittore divino. Era convinto infatti che lo scrittore dovesse avere la stessa potenza creatrice di Dio. “Madame Bovary non ha niente di vero, è una storia talmente inventata”, spiegherà in una famosa lettera a Marie Sophie Leroyer de Chantepie, una lettrice di provincia che era rimasta estasiata da quel primo romanzo, e gli scrisse una lettera bellissima che avviò tra i due una corrispondenza ventennale, fatta di amicizia, di intimità, di complicità, senza che i due mai sentissero la necessità di incontrarsi, di conoscersi personalmente. “Non vi ho messo niente dei miei sentimenti, niente della mia esistenza”, insisteva Flaubert “L’illusione, (se ce n’è una) nasce al contrario dall’impersonalità dell’opera. Uno dei miei principi è che non bisogna scrivere di sé. L’artista deve essere nella sua opera come Dio nella creazione, invisibile, e onnipotente, deve sentirsi dovunque, ma senza che lo si veda”. Era questa la legge fondamentale dell’arte per Flaubert, il suo credo assoluto che gli valse a volte l’incomprensione dei contemporanei, prima che gli venisse tributata la stima universale dei posteri, come Henry James, come Faulkner, come Kafka, come Borges, come Georges Perec, suoi grandi eredi.

Ora di questa legge fondamentale, e dei mille modi di aggirarla, negarla, smentirla senza però mai ammetterlo, l’ultima biografia di Flaubert pubblicata da Gallimard fornisce un campionario inesauribile. Come se l’autore, Michel Winock, cercasse di braccare lo scrittore Flaubert nella sua stessa partita di caccia, come un segugio che si fosse messo in testa di stanare non la preda, bensì il cacciatore stesso, inchiodandolo alle sue incongruenze, alle molte contraddizioni della sua vita, che però l’arte redime, cancella, stravolge e sublima.

Oltre l’opera d’arte infatti pulsa la vita. E per tornare a Louise Colet, la vita nel suo caso è un poco grama, sempre alla ricerca di articoli, libri, introiti e soprattutto di uno status sociale. Lei insiste per andare a Croisset, vuole essere presentata a mammà e intanto rifiuta di impalmare il professor Cousin. Ma Flaubert non recede, reprime l’amore e la tiene a distanza, inventandosi una serie di scuse, mentre gli amici gli spiegano che è lui che Louise vorrebbe sposare e nessun altro. Nel 1852, esasperata, Louise capitola nelle braccia di Alfred de Musset. Lo scrittore, appena entrato all’Académie française, le ha fatto dare un nuovo premio di poesia, ma il genio è impotente. Una sera, mentre sono in carrozza, Musset ubriaco perso diventa volgare, la spaventa, lei cerca di saltare fuori, cade a terra, si ferisce. “Ditegli che non mi avete trovata”, implora al cocchiere che si ferma per riportarla a casa. “Mia povera Luisa… ti ho visto per un attimo morta sul selciato, con la ruota che ti tranciava lo stomaco, lo zoccolo del cavallo sul viso; tu per terra e per colpa sua!”, la consola Flaubert eccitatissimo, rivivendo la scena a modo suo. Poi, rileggendo la lettera di Louise si domanda se non abbia provato un po’ di gelosia. “Macché, piuttosto l’impotenza, l’inanità, e una sensazione di scandalo, di oltraggio personale, come deglutire una ignominia di cui mi ingozzavano…”. Louise perdona Musset, genio e impotente, e torna da lui, ammirandolo e disprezzandolo. Non ha altra scelta, perché Flaubert è assente. La storia si trascina stancamente, tra gelosie e recriminazioni, e un mare di lettere stupende sull’arte, sul romanzo, sulla letteratura, finché nel marzo 1854 Louise non si invaghisce di un altro accademico, il poeta Alfred de Vigny. Flaubert fa buon viso a cattivo gioco, ma appena scopre che i due sono amanti, trova il pretesto per la rottura definitiva. “Ho saputo che vi siete data la pena di venire tre volte a casa mia”, le scrive il 6 marzo. “Non c’ero e nel timore dei soprusi che la vostra insistenza potrebbe attirarvi dalla mia, la cortesia mi obbliga di avvisarvi che mai ci sarò”. E’ la fine.“Vigliacco, codardo, canaglia”, commenta lei a margine dell’ultimo biglietto di lui, conservato al museo Calvet di Avignone.

In realtà, l’unica grande storia d’amore di Flaubert, l’ultima vera e segretissima, fu con l’istitutrice inglese di sua nipote Caroline Hamard: Juliet Herbert, di cui però non resta quasi traccia. L’idillio durò per anni e attraversa la biografia di Winock come un’ombra fedele, irradiando l’alone discreto di una passione forte, misteriosa, solidissima, fatta di rari incontri e lunghe attese, di molti sogni e tantissime confidenze perdute. Questo sodalizio privatissimo e geloso, custodito benissimo e tenuto nascosto persino agli amici più intimi, è stato sottratto all’oblio grazie alla pazienza di tanti eruditi tenaci, che sono riusciti a rompere il muro del silenzio eretto dallo stesso scrittore, e consolidato alla sua morte dalla nipote e unica erede, la quale, per far cassa e sopperire alle necessità della famiglia diede fondo alla corrispondenza dell’illustre zio, distruggendo però tutte le lettere di e per Juliet e molte altre lettere forse compromettenti, vista la libertà di tono, l’oscillazione costante tra la delicatezza e la pornografia. Anche l’istitutrice inglese, “la mia compagna” come la chiamava Flaubert, venne tenuta a distanza, col Canale della Manica di mezzo. Non poteva essere altrimenti. Flaubert poteva servire una sola passione, la letteratura che fu per lui ben più di una passione, una missione totale, assoluta, esclusiva. Di questa missione Winock dà ampiamente conto nei tanti piccoli capitoli, che formano la sua biografia, dando a ciascuno di essi un punto di fuga speciale. In questo modo, la vita di Flaubert finisce per coincidere col romanzo di un ossessivo di genio, di uno scrittore compulsivo che inizia a scrivere fin da bambino e resta avvinto alla scrittura come un albero alla sua linfa, fissato alle radici dello stile, per la sua prosa scolpita, per la sua frase sonora, per la misura del ritmo, per la natura degli avverbi, per il cesello della sintassi, dell’aggettivazione, al punto da comporre lentissimamente, e dare alle stampe soltanto in età adulta una manciata di capolavori della letteratura, che apparvero subito tali solo a pochi eletti, incontrando varia fortuna di pubblico, successo per “Madame Bovary”, poche vendite per l’“Education”. Winock restituisce così il romanzo esistenziale di un grande aristocratico del gusto, paladino dello stile, figlio viziato della borghesia di provincia, che grazie a un attacco di epilessia sfuggì alla laurea in Legge e al destino di avvocato e si votò alla letteratura senza mai accettare alcuna forma di venalità, rifiutandosi di scrivere per i giornali, evitando qualsiasi mercimonio, anche a costo di farsi buggerare e a più riprese dalla rapacità del suo abilissimo editore, Michel Levy, che per esempio con “Madame Bovaiy” investì tremila franchi per ricavarne ventiseimila. Flaubert fino all’ultimo visse la sua vocazione letteraria da ‘rentier” coltivando il suo ideale dell’arte per l’arte, anche a costo di finire i suoi giorni in miseria, senza nemmeno i soldi per fare la spesa o per pagare la cameriera, lasciando appena seimila franchi in un cassetto. Tutto questo per l’imperizia del nipote Ernest Commanville, marito dell’amata Caroline. Lo zio scrittore, infatti, predicava bene, odio per la borghesia, disprezzo del profitto, proclamava fiero “vivere da borghesi ma pensare da semidei”, ma razzolava malissimo. E infatti era stato lui stesso a convincere la nipotina diciassettenne a sposare senza amore quel bellimbusto che si presentava come un buon partito. Era stato lui a contraddire il suo stesso odio antiborghese, per ragioni di mera convenienza borghese. “Non è nato per fare la mia felicità”, dirà trent’anni dopo di quel nipote acquisito che lo ridurrà sul lastrico, costringendolo a vendere il patrimonio famigliare per salvarlo dai debiti. Flaubert riuscì così a evitare il fallimento della segheria di Dieppe di cui Commanville era titolare, per i troppi debiti conseguenti all’acquisto di una partita di legname svedese e al tracollo dei prezzi del legno dovuto alla guerra con la Prussia.

Fu l’epilogo tragico del suo romanzo di una vita, dove l’assurdo si colora di grottesco, dove la malinconia della vecchiaia stinge nel patetico, e dove il caso fa rifulgere le contraddizioni dell’esistenza e il loro lato ridicolo. Pensate: per tutta la vita Flaubert combattè la miseria del profitto, la borghesia predatoria e rapace, priva di gusto e incapace di poesia, denunciò l’in-stupidimento generale, legato per lui al trionfo del suffragio universale, alla democrazia, all’eguaglianza, e dunque la mediocrità e l’avvilimento dei cuori che ne risultano. E scomparendo nei suoi romanzi, cercò di mettere in guardia il lettore dalle illusioni più feroci che ancora oggi affliggono la nostra psiche di contemporanei.

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