Elisabetta Rasy Nel carcere per ritrovarsi

61b20116b27c2c676ee37fa3572a3668

John Cheever

.

Il Sole 24 ore – Domenica

3 febbraio 2013

.

John Cheever

.
Nel carcere per ritrovarsi

.

Lo scrittore americano torna con «Falconer», una salvifica discesa agli inferi che fa riavere al protagonista la sua purezza di cuore e con gli eccellenti diari inediti in italiano

di Elisabetta Rasy

.
Leggendo oggi, a trentacinque anni dalla sua pubblicazione, Falconer di John Cheever non si può non restare impressionati. Per più di un motivo. La storia si svolge in un carcere, Falconer appunto, e come in tanta letteratura e tanto cinema americano il carcere è un microcosmo. Sorprende però la posizione di Cheever: dallo scrittore americano, in pieni anni Settanta, è lontana qualsiasi idea di realismo, di denuncia, di attaccamento alla cronaca o di minimalismo psicologico. La detenzione del protagonista, il colto e tossicomane fratricida Ezekiel Ferragut, è, piuttosto esplicitamente, una discesa agli inferi per ritrovare l’integrità e la salvezza del cuore, e alla fine tornare nel mondo dei vivi liberandosi – materialmente – del sudario, come Cristo, pronto per la resurrezione. Una fitta trama simbolica, in cui metafisica e teologia si intrecciano secondo la grande tradizione di Melville e Hawthorne, come nota Goffredo Fofi nella postfazione a una nuova edizione del romanzo (ma nella classica e perfetta traduzione di Ettore Capriolo). Sorprende un’idea altissima della prosa, sostenuta non solo dal talento ma da una fede cieca nel potere della letteratura. Ma sorprende anche trovare a poche pagine dall’inizio la trascrizione letterale di un brano del diario di Cheever: la visita al detenuto della gelida e crudele moglie Marcia non è che la replica di una scena di vita vissuta tra lo scrittore e la devota nonché pazientissima moglie Mary, narrata in una delle cinquecento fitte pagine del volume che raccoglie i suoi “Journals” dagli anni Quaranta fino alla morte, a settant’anni, nel 1982, inediti finora in italiano e ammirevolmente tradotti da Adelaide Cioni con il titolo Una specie di solitudine per Feltrinelli, che sta ripubblicando sistematicamente le opere dello scrittore americano, ormai unanimanente considerato uno dei grandi del Novecento.

Dire che questo massiccio volume si legge come un romanzo è esatto ma riduttivo perché è lo stesso autore ad averlo scritto come un romanzo. Non solo ci sono brani di pura narrazione destinati a entrare poi nella sua fiction, ma anche dove l’autobiografia è precisa e dettagliata Cheever non si scosta mai dalla sua trama, non si lascia mai distrarre dalle contingenze esterne. Il suo programma è chiaro e lo enuncia in una manciata di righe redatte in un giorno imprecisato – mai compaiono nel testo una data o un luogo – degli anni Sessanta, gli anni della sua battaglia col mondo, con la letteratura e anche della sua affermazione come maestro delle short-stories, che nel 1979 gli avrebbero valso il Premio Pulitzer: «Non camuffare nulla, non nascondere nulla, scrivere di quelle cose che sono più vicine al nostro dolore, alla nostra felicità… scrivere della nostra dolorosa ricerca di noi stessi, messa a repentaglio da uno sconosciuto all’ufficio postale, da un volto intravisto dietro un finestrino di un treno; scrivere dei continenti e dei popoli dei nostri sogni, dell’amore e della morte, del bene e del male, della fine del mondo».

Come funziona per la sua narrativa, il programma funziona per i suoi diari. C’è molta carne al fuoco, molta incarnazione, così tanta storia personale, così tanta geopolitica dell’anima che i grandi avvenimenti del mondo di fuori godono dell’attenzione di poche righe. Cheever sa dove vive mentre il tempo scorre, ma riduce a qualche parola il dolore per l’assassino di J. F. Kennedy, la diffidenza per la presidenza Johnson, la marcia per i diritti civili a Washington (solo il disprezzo per Reagan ha un po’ più di spazio: «un attore cowboy avvizzito e anziano con le vene così calcificate e la memoria così impoverita che ricorda raramente le opinioni campate in aria che ha espresso al pranzo del giorno prima»). Ciò che gli interessa è il personaggio Cheever, che guarda con disperato e rassegnato affetto la rete davvero fitta dei suoi “incontri intensi e profondamente rotti” con gli altri, la sua “aberrante carnalità”, l’amore intenso che prova per i figli, il tormento per la propria omosessualità e la passione conflittuale per la moglie, la lotta contro “la morte, la rabbia e la paura”, che molto spesso o quasi sempre lungo l’arco della sua vita cerca un sostegno – distruttivo- nell’alcol.

Cheever usa il diario in due modi che si integrano tra loro: come confidente al quale nulla bisogna tacere nella pratica di una rigorosa e a volte crudele religione della verità, e come qualcosa di simile allo strumento sul quale il musicista esercita quotidianamente la sua mano. Come vita colta in flagrante e come letteratura in atto. Il risultato è che i suoi “Journals” diventano così una sorta di Grande Romanzo Americano in diretta. Lui è un everyman come tanti altri, con i mali e i tormenti di tanti altri: il sesso – sono gli anni in cui il sesso cambia aspetto, dopo la guerra il biologo Kinsey pubblica il suo famoso rapporto che sconvolge la morale puritana degli States – e i soldi e la lotta per il successo. Come ogni everyman americano crede con ingenuità e accanimento nel successo. Malgrado l’alcol Cheever non è uno scrittore maledetto e non ama il mondo on the road: tra le tante letture che annota con ammirazione, Bellow soprattutto, da Kerouac prende accurate distanze letterarie e esistenziali, difendendo il suo tormentato ordine contro l’aggressivo e esibito disordine dell’altro. Frequenta regolarmente la privilegiata residenza per scrittori di Yaddo mentre altrettanto regolarmente pubblica racconti sul New Yorker, incontra altri scrittori, la cocotte Truman Capote e un giovane Philip Roth “agile, talentuoso, intelligente”; viaggia, ama l’Italia e Roma dove ambienta alcuni suoi racconti, riceve premi e incarichi di prestigio.

Il diario è il negativo, o la traccia lasciata sulla matrice da tutto questo. Tutto è annotato, la decadenza del cane, i dialoghi ascoltati per strada, i giochi dei bambini, le malattie e gli orgasmi, le litigate coniugali e i tramonti, il colore dell’acqua del fiume, il numero di pagine che riesce a scrivere quotidiamente, l’ “agonia romantica” che il passaggio del tempo produce, la fautuità di un giovane amante, i soldi che gli vengono pagati per una short-story. Ma niente è aneddotico, niente casuale: la lotta per la parola esatta è la lotta per la verità della vita, la lotta per “una prosa libera da espedienti” è la stessa lotta per porsi “in un rapporto vitale con il mondo, con questo paradiso quasi perduto”. Per tutto questo, per la sua irruenza umana e il suo torrenziale splendore narrativo, tra tanti noiosi bestseller e casi letterari fasulli, il diario di Cheever è uno dei libri più appassionati che negli ultimi anni siano atterrati nelle libreria italiane dall’altra parte dell’oceano.

* * *

download

John Cheever, Una specie di solitudine, i diari, traduzione di Adelaide Cioni Feltrinelli, Milano, pagg. 504, € 20,00

9788887517132

Falconer, traduzione di Ettore Capriolo. Postfazione di Goffredo Fofi, Feltrinelli, Milano, pagg. 208, € 8,00

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...