Alfonso Berardinelli Lévinas e Heidegger, ovvero la nube tossica della cultura contemporanea

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Hans-Georg Gadamer e Martin Heidegger nella Foresta Nera (1923)

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Il Foglio 24 gennaio 2013

Lévinas e Heidegger, ovvero la nube tossica della cultura contemporanea

Alfonso Berardinelli

La missione impossibile (e insopportabile) di moralizzare “Essere e tempo” con la scoperta dell’ombrello

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Quando non ho niente da dire, mi prendo una piccola vacanza e parlo di Heidegger e dei suoi seguaci. Un paio di volte l’anno vale comunque la pena di buttare un occhio, di mettere il naso o allungare la lingua per sentire il sapore dei discorsi interminabili e della rimuginazione infinita di cui sono capaci maestro e discepoli. Se non lo avete mai fatto e se vi siete liberati dell’immotivata soggezione per quel tipo di filosofia (che sulla soggezione del pubblico conta molto) dovreste provare. Con tutto il rispetto (se meritato) per le brave persone che a volte sono quei filosofi, c’è quasi sempre da ridere.

Mi dispiace molto non avere avuto l’età giusta né l’opportunità di frequentare un corso di quel farabutto, di quel Tartufo, di quell’orco teoretico della Selva nera… no, volevo dire di quell’ineffabile e inimitabile maestro che ha sciolto la lingua a molti imbecilli filosofici contemporanei incoraggiando un dissennato spirito di imitazione e di replica. Mi dispiace molto non averlo visto in azione, Heidegger: perché quell’uomo è riuscito a ipnotizzare, almeno per qualche anno o qualche mese, allievi diretti che più tardi si sono in parte o del tutto allontanati da lui, come Hannah Arendt, Herbert Marcuse, Karl Löwith e Günther Anders: autori di saggi nei quali il maestro di un tempo veniva pietosamente (Arendt) o impietosamente (Anders e Lowith) criticato.

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Ma il magnetismo del linguaggio di Heidegger non si è esaurito, nonostante l’acutezza dei suoi critici. L’oscurità, l’ambiguità, il dire tutto e niente, la capacità di parlare d’altro qualunque sia l’oggetto del discorso e di lodare il silenzio senza smettere di parlare, sono difetti che in ambiente filosofico si trasformano alchemicamente in pregi. Il troppo famoso ma anche discutibile motto conclusivo del “Tractatus” di Wittgenstein, “Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”, se onestamente applicato, poteva smagnetizzare la bacchetta magica di Heidegger. Ma possiamo figurarci quanta poca voglia abbia un filosofo di mettersi a tacere. Vuole invece discutere la questione del tacere, di cosa significa tacere, di come è nata la parola e l’idea, se tacere è possibile, a quali condizioni e con quali effetti collaterali e indesiderati. Tra questi ultimi effetti, il più temibile è che se taci perdi la cattedra e lasci il campo a concorrenti e rivali. Meglio scrivere cinquecento pagine sul tacere in sé e il tacere per gli altri, sul tacere “in quanto tale”, e vincere un concorso.

Ma queste maliziose e meschine osservazioni non devono trovare ascolto. L’orecchio del filosofo è puro e a forza di purificarsi può ricevere solo parole come Essere e Nulla, Essere e Divenire, usando le quali non si finisce mai di navigare nel nulla e di divenire quello che si è, senza mai precisare che cosa.

Già loquace su questi inesauribili temi era stato Heidegger. Una volta adottato in Francia, paese che più loquace non è possibile, l’esoterica profondità tedesca derivata dai mistici medievali è diventata mondana, è entrata nella produttiva macchina discorsiva di rhétoriqueurs del calibro di Sartre, Blanchot, Derrida e dei loro mille seguaci.

Tomo per l’ennesima volta su questa gigantesca nube tossica della cultura contemporanea, perché vedere un brav’uomo come Emmanuel Lévinas che si dibatte nella rete del linguaggio di Heidegger per moralizzarlo, è uno spettacolo insopportabile. Vedere l’onesto che crede nell’ipocrita, è una cosa che non si perdona. Ma infine bisogna pur dare a Lévinas le responsabilità che sono di Lévinas, lasciando in pace il seduttore Heidegger, cosiddetto filosofo dell’esistenza che ha parlato solo di essenza, ma sulla sua esistenza di cattedratico filonazista non ha mai pronunciato una frase. Vengono i brividi quando si legge nelle storie della filosofia che Heidegger ha assunto su di sé l’eredità rivoluzionaria di Kierkegaard e di Nietzsche, che sono andati di persona incontro all’angoscia o all’autodistruzione pur di pensare la sempre terribile verità.

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Di Lévinas è uscito ora da Castelvecchi “Etica e infinito” (126 pp., 14,50 euro), una serie di dialoghi che con il filosofo ha avuto Philippe Nemo (cognome interessante), con una lunga prefazione (44 pagine) di Franco Riva, della quale forse non c’era bisogno dato il carattere ovviamente, affabilmente esplicativo dei dialoghi, in cui viene ripercorso e chiarito, per così dire, tutto l’itinerario intellettuale dell’autore.

Lévinas non parla troppo bene di Heidegger. Ma dice della sua opera più famosa, “Essere e tempo” (1927), una cosa che dovrebbe pesare (e pesa, in effetti) sulla sua coscienza filosofica di ebreo e talmudista, e cioè che quell’opera sarebbe uno dei libri più belli, “con altri quattro o cinque”, di tutta la storia della filosofia: con il “Fedro” platonico, la “Critica della ragion pura” di Kant, la “Fenomenologia dello spirito” di Hegel e forse il “Saggio sui dati immediati della coscienza” di Bergson. Niente Cartesio né Spinoza, la filosofia inglese non esiste, per non parlare di quella italiana, che forse esiste, e dei veri filosofi dell’esistenza come, appunto, Kierkegaard, Schopenhauer, Nietzsche, nonché Montaigne.

Un filosofo come Lévinas che dice essere l’etica la sola “filosofia prima” (lo diceva anche Guido Calogero, che nessuno nomina da mezzo secolo) non sa niente dei grandi moralisti: dice di amare Dostoevskij e non si rende conto che chi legge Dostoevskij non può, non dovrebbe prendere sul serio un incantatore di serpenti come Heidegger. Il punto di forza, la scoperta dell’ombrello del buon Lévinas è che va superata l’ontologia, il discorso sull’essere, perché bisogna distrarsi (dis-trarsi!) dall’essere che dice “io” e aprirsi all’”altro”, all’amore del prossimo, da aiutare e con cui parlare faccia a faccia, perché etica e socialità sono questo.

Forse per capire e dire tali cose non c’era bisogno né di Heidegger né di Lévinas, che “mette in questione” Heidegger e lo supera eticamente. L’intervistatore tenta di insinuare dei dubbi parlando di “contesto” nel quale si parla di ontologia, ma Lévinas insiste nel sottolineare l’importanza che ha “la comprensione del verbo essere”. L’interlocutore dice: “Ma oggi esiste una scolastica heideggeriana”. Niente da fare, Lévinas ricorda “il fondamentale apporto del pensiero di Heidegger nel nuovo modo di leggere la storia della filosofia”.

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Una cosa bella, questa sì fondamentale, Lévinas la dice: Heidegger avrebbe “risvegliata la ‘verbalità’ nella parola essere” e “ci ha abituati proprio a questa sonorità verbale”. Sì, sonorità verbale, essenzialmente e allo stato puro. C’è poco da aggiungere.

7 Pensieri su &Idquo;Alfonso Berardinelli Lévinas e Heidegger, ovvero la nube tossica della cultura contemporanea

  1. lei forse dovrebbe, in uno di quei momenti in cui non sa che fare, porsi nella disponibilità d’ascolto di un linguaggio che tenta di dire non l’ente, ma l’essere, e che quindi modula se stesso in modalità differenti da quelle del senso comune e della cultura ontica.

    • Signor Berardinelli le consiglio a questo punto di leggere approfonditamente opere di Lévinas come Altrimenti che Essere o la Traccia dell’Altro, oppure due opere critiche sul rapporto Lévinas Heidegger: una di Sansonetti dal titolo Lévinas e Heidegger edita da Morcelliana, e la seconda di Gaspare Mura dal titolo Emmanuel Lévinas: ermeneutica e “separazione”, edita da Città Nuova. Capirà come non solo Lévinas ma anche atri filosofi tra cui Derrida sono andati oltre il concetto di differenza ontologica portando avanti una critica abbastanza congruente nei confronti dell’ontologia heideggeriana e oltremodo inaugurando nuovi problemi. Con questo non si intende svalutare Heidegger, si intende invece considerare un’altra differenza più prossima quella dell’alterità dell’altro nei confronti del soggetto ek-sistente. Ognuno può dire le cose che vuole in filosofia, risposte oggettive al cento per cento non ce ne sono, ma quel che conta è problematizzare, vedere le questioni e le risposte da diverse prospettive, senza porne soltanto una all’apice come dogmaticamente veritativa. Come le dicevo c’è tutto un pensiero dietro Lévinas, molto complicato e stratificatosi negli anni, e anche dietro l’opera Etica e infinito. Per questo non si può obliterare questo pensiero in maniera semplicistica, come se non fosse nulla, invece a mio avviso bisognerebbe avvicinarsi ai testi con degli esercizi di confronto e riflessione.

    • Ma COSA vuole lei “dire dell`essere” a parte il fondo indifferenziato che e` e non e` nulla e che quindi tutte le (talvolta poetiche) montagne di libri hedegeriani e severiniani sono puri sfiati ? Questa pura corbelleria ha fatto si` che gli enti concreti si smarriscano nelle nebbie contemplative di alcuni solitari pensatori e per favore lasci perdere il senso comune da tali aristocratici del pensiero cofuso con “senso banale”. Noi non abbiamo, ne a priori, possiamo avere, NESSUNA altra certezza che il senso comune e per la ragione piu` solida del mondo: siamo persone comuni. Del “senso comune” gli Heideger e Severino, tentano di lasciar in piedi solo l`identita assoluta. Qundi comunque il senso comune, anche se stravolto dal loro “solo questo”.

  2. Mah sono allibito…a parte tutto che studiando veramente a fondo Lévinas, ci sono parecchie cose in cui discordo in questo articolo. Etica e infinito non è un libro appena uscito ma sta in giro se non erro, sin dagli anni ’80, anni in cui la filosofia levinassiana era praticamente completa, già molto matura; oltretutto una critica ad Heidegger non è nuova per Lévinas, esiste già in partenza già dalle prime sue opere. Questo filosofo non fa altro che criticare l’ontologia di Heidegger che ha subordinato il rapporto dell’Io – non come Io penso o soggetto in generale, o Dasein (per dirla con Heidegger) – all’Essere. In realtà l’Io viene visto dal filosofo ebreo lituano come singolarità della persona, singolarità dell’ente in quanto insostituibile “per l’Altro”. In altre parole il soggetto è talmente subordinato all’alterità del suo prossimo che diventa ostaggio per l’altro, sempre responsabile della sua vita. L’Altro è tale in quanto prossimo, in prossimità dell’Io. L’Essere ontologico di Heidegger, ossia l’Es gibt, viene a determinarsi in Lévinas come pura “esistenza anonima”. Es gibt si tradurrebbe in francese con Il y a, cioè con le parole “c’è” per indicare che c’p qualcosa, esiste l’Essere indentificato come esistenza che dura si protrae nel tempo: essere come temporalità che si distende ma senza alcuna determinazione, altrimenti diverrebbe ente. L’Essere di cui parla Heidegger, si risolve in Lévinas una durata anonima, cioè antepredicativa, prima di ogni determinazione e di ogni predicato che lo farebbe essere ente. Ma ciò non significa che l’Essere non sia determinabile, che non si possa far risuonare la sua verbalità a contatto con l’ontico. Se Lévinas afferma che siamo grati ad Heidegger per aver risvegliato la sonorità verbale dell’essere, è perché l’essere non può che circoscriversi attraverso il linguaggio. Ma non il linguaggio poetico o artistico, né tantomeno quello matematico o delle scienze. Il linguaggio è inteso in generale dal filosofi come lingua che serve poer cirsosctivere un evento intramondano, e quindi non certo un qualcosa di ulteriore, di metafisico ad esempio. Nella sua verbalità L’Essere – per Lévinas – è verbo, non in quanto “parola” – Sahe – (inseguita per Heidegger dai pooeti o dai filosofi ), ma in quanto puro “predicato verbale”. Una cosa simile è riscontrabile anche in Frege il più grande logico del Novecento. Se noi asseriamo ad esempio il “rosso”, questo nome è associabile ad un ente che noi identifichiamo come colore rosso. Se si afferma il “rosso roseggia”, non si ha solo un soggetto che fa da ante ma anche un’azione che viene indicata con il predicato verbale, il “roseggiare del rosso”. In pratica l’essere del rosso risuoana nella sua essenza che è quella del roseggiare. Si potrebbe obiettare che è una contaminazione. in realtà l’Essere dell’ente di cui parla Heidegger risiede in tale determinazione, l’essere non è fisso come un nome o un ente, ma fluido, si dà, si ostende temporalmente nella sua verbalità come ad esempio nel roseggiare del colore rosso o in qualsiasi altro verbo. La verbalità è l’azione temporale. Tra l’altro c’è una vastissima letteratura in questo senso e soprattutto una querelle tra Lévinas e Derrida, attraverso uno scambio di battute in vari saggi tra i due filosofi su simile tematica. Per cui è molto facile a mio avviso peccare di superficialità e asserire che per dire tali cose ovvie non c’era bisogno di ricorrere all’Essere, all’ontologia, ecc. Lévinas critica Heidegger proprio perché afferma che l’intersoggettività dell’altro chiama l’uomo prima e oltre ogni temporalità, ancor prima di ogni venuta dell’uomo (Dasein) all’Essere, proprio perché è un atto che non si situa nel tempo e in un ordine di successione che obbedirebbe sempre al principio di identità e non contraddizione. L’intersoggettività, ancor prima del mio incontro con l’altro, è un atto atemporale, anzi “an-archico”, che non ha alcun inizio nel tempo. E per questo riprendendo la Bibbia e il Talmud Lévinas, attraverso un operazione filosofica parla di “Creazione” dove si situa questa dimensione pre-originaria, ma anche di “traccia”, di “enigma” e della validità dei “nomi propri” che circoscrivono quella unicità della persona che è insostituibile in ogni rapporto che ha con l’alterità, e inoltre, di come si può essere santi oltre lo stesso orizzonte del sacro che definisce la religione (proprio perché la santità sta nell’assoluta singolarità della relazione etica). Ciò significa che è l’alterità dell’altro mi fa essere me stesso, perché la mia identità si converte nella mia assoluta responsabilità etica nei suoi confronti. E in ciò sta il discorso sulla ‘prossimità’ di cui parla il filosofo ebreo. Per questo ce ne vuole prima di affermare che si tratta della solita minestra riscaldata, cioè prima di risolvere il discorso sull’etica come un alcunché di scontato, espresso dalla morale tradizionale cristiana o kantiana. C’è tutta una dietrologia che sta alla base del testo Etica e infinito, che parte già dai primi testi levinassiani come Il tempo e l’altro, La traccia dell’altro, Totalità e infinito, il difficile Altrimenti che Essere, più tanti saggi chiarificatori su questa tematica. E’ facile etichettare come sempliciotto il discorso levinassiano e obliterarlo mettendolo nel cassetto quando non lo si è studiato a fondo per comprenderlo, tra l’altro con molta fatica data la complessità.

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