Claudio Giunta È l’ora della discontinuità

Copia di Contini 3

Il Sole 24 ore – Domenica 30 dicembre 2012

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È l’ora della discontinuità

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Nell’occasione del centenario libri e mostre eccellenti, ma anche la necessità di superare certa aura intorno al gran filologo

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di Claudio Giunta

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Da studente, quando leggevo Contini, il primo sentimento che provavo era la paura. Alla Scuola Normale, dove ho studiato, si faceva la gara a chi era più blasé (cioè più spaventato), e ricordo ancora il pomeriggio di tarda primavera in cui uno dei miei compagni di corso ammise che «sì, Contini a volte è criptico». A volte criptico? Io capivo una riga sì e due no di quello che scriveva, e a prezzo di infiniti sforzi. A volte criptico? Uno che scrive un periodo così: «Motore del sistema è la Logica, cioè una dottrina che, serbando la pluralità in qualche modo herbartiana dei “valori” irriducibili e autonomi, non li lasci irrelati ma, riconoscendo in ognuno di essi l’integrità del soggetto trascendentale, li articoli idealmente?» O così: «L’imitazione nel senso rinascimentale è infatti programmaticamente postuma, si muove nell’àmbito del già accaduto, inserendovi una serie di variazioni, dove si ammira la perizia retrospettiva nella riproduzione dei rapporti formali e si vedono elaborati paralipomeni collocativi?».

Non era, come si vede, solo un fatto di linguaggio, era un fatto di linguaggio e di conoscenze. Contini scriveva difficile, soprattutto perché saltava un mucchio di passaggi e dava per scontato che il lettore lo seguisse nelle sue scorciatoie, e afferrasse senza troppi problemi i concetti a cui rimandano, allusivamente, sintagmi come «pluralità herbartiana» e «paralipomeni collocativi». Ma era soprattutto un esperto, un esperto settoriale di ogni singolo settore nel quale decideva di esprimersi, dalla filologia alla filosofia, dalla linguistica alla critica letteraria: «un tecnico dagli infiniti scrupoli», dice di sé in una lettera. Anche molti poeti e molti filosofi sono difficili da capire, ma dopo un po’ si trova la chiave del loro linguaggio, si trovano i fuochi dai quali s’irradia il loro pensiero, s’intuisce un centro. Contini non ha un centro, non esiste un sistema-Contini: il suo centro era trasferito nell’oggetto del quale volta a volta decideva di occuparsi: Michelangelo, Proust, l’ecdotica dei poeti delle origini, la fonetica dell’antico lombardo. Leggerlo significava dunque colmare gli spazi lasciati vuoti nel suo ragionamento, ma per colmare questi spazi bisognava conoscere almeno un po’ delle cose che lui conosceva così bene. Mi ci sarebbero voluti anni. Non per capire tutto, ma per capire almeno quei saggi suoi che rientrano nel mio campo di ricerca, filologia e letteratura medievale: il saggio su Croce, per dire, che ho letto e riletto, mi è ancora per vari tratti impraticabile.

Il mio secondo sentimento, leggendolo, era l’ammirazione, ma l’ammirazione per qualcuno che non c’entrava niente con me, che era e sarebbe restato per sempre out of my league. Ammiravo quello che è ovvio ammirare, cioè la capacità di essere, di essere stato sin dai suoi vent’anni, sia un sommo filologo romanzo sia un sommo critico militante, cosa che non è troppo strana oggi (mai però a quelle altezze), ma era più unica che rara nell’Italia degli anni Trenta e Quaranta: qui Contini fa semmai serie, in un suo personalissimo modo, con Spitzer, Auerbach, Curtius. Che dire, che cosa elogiare, più precisamente, in questo personalissimo modo? Al di là della genialità di tante analisi, che potrei soltanto ricopiare parola per parola, la cosa che mi ha sempre colpito era la capacità che Contini aveva di coordinare il giudizio puntuale sopra un testo o un autore, o un loro frammento, e la visione storico-letteraria, la capacità cioè di fissare la posizione di quel testo o di quell’autore nella diacronia.

Il saggio su Pascoli, a sceglierne uno, è forse il luogo in cui questo talento splende con più vigore; ma, per esempio, tutta quanta l’antologia dei Poeti del Duecento resta esemplare proprio per questo motivo, per il modo in cui le deboli, spesso evanescenti personalità degli autori vengono assorbite e valorizzate nel flusso della storia dello stile. Quasi a caso: «Chiaro Davanzati, anche dove ne cercò di nuove, percorse strade che non portavano al futuro. La struttura irreversibile della grande lirica dantesca, opposta al melodismo trobadorico e siciliano dal libretto a zone intercambiabili, è condizionata da una strenua applicazione ragionativa e da un risentimento linguistico che sono legati, l’una e l’altro, all’esperienza di Guittone. Il nostro va per tutt’altri binari…». Al polo opposto, il polo della sintesi, ho sempre trovato straordinarie quelle formule definitorie che, lette una volta, si riaffacciano poi alla memoria, quasi come versi di poesie che rivelino a poco a poco la loro profondità: «una litote in senso vastissimo», «è il suo romanticismo che è condizione del suo classicismo», «a Dante, qui, non interessa punto un visibile, ma, ch’è tutt’altra cosa, una visibilità» – sono tutte argomentazioni scorciate, rapprese in immagini, la cui verità è, per così dire, apprezzabile, ma non veramente traducibile senza resti in plain prose.

Contini è nato un secolo fa, e il 2012 è stato un anno di commemorazioni. Il clou tra Pisa e Firenze, a dicembre, con un congresso, una mostra e ben quattro nuovi volumi usciti per le cure degli studiosi che fanno capo alla Fondazione Ezio Franceschini di Firenze, dove è conservato l’archivio di Contini. Soggezione – se non proprio paura – e ammirazione si rinnovano.

Dei quattro, il libro più interessante è forse quello all’apparenza più arido, l’Inventario dell’archivio di Gianfranco Contini curato da Claudia Borgia (Edizioni del Galluzzo, come gli altri citati più avanti). L’archivio contiene le lettere, i materiali relativi alle lezioni, gli estratti. Ma lo studioso, il devoto di Contini, sgrana gli occhi soprattutto di fronte a certi misteriosi inediti: un foglietto con diciassette righe manoscritte sotto il titolo La sindrome di Balzac; un foglietto di appunti per una conferenza (mai pubblicata) dal titolo, davvero poco continiano, Dante e la malinconia, foglietto che è riprodotto nel catalogo della mostra «Scartafacci di Contini» (a cura della stessa Borgia e di Franco Zabagli). Il quarto d’ora che ci vuole per decifrarlo, con la lente, si spende in mille deliziose congetture: come sarà riuscito a collegare tutti quei nomi (D’Annunzio Soffici Ungaretti Petrarca Monte Andrea Cino…)? Ma sfogliare l’Inventario serve poi soprattutto a ricordare una cosa che può sembrare ovvia, ma che ovvia non è, e cioè che Contini era soprattutto uno scrupolosissimo professore, e che gran parte del suo tempo era dedicata alla correzione del lavoro degli studenti, o alla cura delle tante imprese editoriali nelle quali fu coinvolto, prima fra tutte l’edizione «Petrocchi della Commedia». È un aspetto poco appariscente, ma la grandezza di Contini sta anche e soprattutto qui: e ne fa fede non solo la gratitudine ma il vero e proprio amore che i suoi allievi, ormai a loro volta maestri anziani, ancor oggi gli votano.

Terzo volume, la splendida Biografia per immagini curata da Pietro Montorfani (le foto più belle a pagg. 148: Contini anziano che studia per scrivere un saggio su Manzoni: dunque anche lui doveva studiare?). Quarto volume, la corrispondenza con Aldo Capitini, che i curatori Adriana Chemello e Mauro Moretti hanno intitolato Un’amicizia in atto. A leggerlo tutto insieme non è, bisogna dire, un carteggio memorabile. Contiene alcune lettere interessanti, ma di un interesse tutto sommato limitato: lettere che documentano l’impegno e le riflessioni politiche dei due corrispondenti in margine alla vicenda del Partito d’Azione, impegno e riflessioni il cui rilievo, almeno quanto a Contini, non dev’essere esagerato (molto equilibrata, in questo senso, la premessa di Moretti). Ma il carteggio contiene anche qualche brutta lettera, quel genere di lettere, oggi e-mail, che a tutti quanti può capitare di scrivere ma che a tutti quanti dispiacerebbe di veder pubblicate.

Al di là di questo, leggendo i carteggi di Contini non mi sono mai potuto convertire all’opinione di molti, che Contini fosse, oltre al resto, anche un “grande epistolografo”: troppi manierismi, troppo mestiere, troppo autocentrato. Le lettere a Capitini non mi hanno fatto cambiare idea, anzi. Infine, le lettere, le fotografie, i cimeli, tutti i cari ricordi di questo studioso eccezionale, hanno fatto riaffiorare in me anche un terzo sentimento, che in breve potrei definire come senso di estraneità. Il fatto che fosse out of my league non vuol dire soltanto che sapeva troppe più cose di quelle che io sapevo e so, ma anche che le cose di cui lui si è occupato non sono esattamente le cose che a me interessano, e che i problemi che lui si è posto -le domande che ha fatto ai libri, diciamo -non sono esattamente quelli la cui soluzione, o (meglio) la cui riformulazione a me sta a cuore. Nessun saggio sulla letteratura contiene più intelligenza di un saggio scritto da Contini: ma esistono, almeno per me, moltissimi saggi più interessanti dei suoi. Quanto al suo stile, con gli anni ho trovato il coraggio di assolvermi, ripetendomi ciò che ha detto una volta Isaiah Berlin parlando di Hegel: che se, per quanti sforzi facesse, non riusciva a capire tutto quello che c’era scritto nella Fenomenologia dello spirito, alla fine forse era anche un po’ colpa di Hegel. Ma al di là della forma e degli orientamenti critici di Contini, il senso di estraneità è forse soprattutto dovuto a quella circostanza elementare e ineluttabile che è il passaggio del tempo. Dai saggi, dalle lettere, dagli stessi ricordi di chi ha conosciuto Contini, traspare un’imperturbabile fiducia: nella letteratura, come sistema relativamente autonomo dalle altre scienze umane e sociali; nella filologia e nella critica, come discipline d’elezione per il mestiere d’intellettuale; nell’università, come luogo di produzione e riproduzione del sapere; infine, e più importante, nella centralità della letteratura italiana e della filologia romanza all’interno del curriculum degli studi umanistici. Nel suo saggio su Croce, Contini ha scritto che «è nel mutamento della cultura complessiva di questo secolo che si ritrova il tanto cercato “superamento” della cultura crociana». Ora, il termine superamento, parlando di Contini, sarebbe abusivo; e, prima che presuntuoso, sciocco. In filologia, in linguistica, nella critica, Contini ha detto molte verità; e ha detto moltissime cose interessanti: né delle une né delle altre si dà superamento. Ma d’altra parte è evidente quanto sia mutata la “cultura complessiva” e, molto più in là della cultura, l’aria del tempo: quel senso di fiducia a cui ho accennato si è, se non sbaglio, dissolto. Qualsiasi ipotesi, o augurio, intorno alla presenza delle idee e dei valori di Contini nel dibattito culturale dei prossimi decenni non potrà non tenere conto di questa discontinuità.

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Il Foglio mercoledì 25 gennaio 2012

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Scusate se parliamo di Contini, che fu critico filologo e non filosofo

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di Alfonso Berardinelli

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Oggi la critica letteraria non interessa a nessuno. Al punto che si sente il bisogno di chiedere scusa ai lettori se per caso viene voglia di parlarne. Ma cento anni fa, oltre a essere nati la Morante e Caproni, è nato anche Gianfranco Contini, il maggiore critico-filologo italiano del secondo Novecento.

Sono stati recentemente pubblicati a cura di Nicola Merola gli atti di un convegno (“Gianfranco Contini vent’anni dopo”, edizioni Ets) che si è tenuto due anni fa all’Università della Calabria per riflettere su Contini, scomparso nel 1990: sulla sua identità (filologo romanzo o critico militante?), sul suo metodo, sulle sue preferenze letterarie, sull’eccezionale influenza esercitata. Con tutte le differenze del caso, dopo Benedetto Croce, che ha dominato la prima metà del Novecento, non c’è stato uno studioso di letteratura dotato di un’autorità paragonabile a quella di Contini.

Croce non era solo un critico letterario, era un filosofo e uno storico di fama internazionale. Proprio all’inizio del secolo scorso, fondamentale fu la sua “Estetica”. Il carattere sistematico della sua opera, la sua eccezionale energia polemica, la sua prosa classicheggiante, limpida, architettonica e meravigliosamente razionale rendevano più facile la vita ai suoi seguaci, tenuti come per mano dal grande maestro. Croce rappresentò filosoficamente la sua epoca, ma fu anche nemico della propria epoca. In una certa misura non la capì, la combattè con armi classicistiche e idealistiche, cioè sostanzialmente ottocentesche.
Contini ha fatto molto meno. Non è stato un pensatore originale, sistematico, esplicito e accessibile. In lui la filologia (per di più praticata con una certa civetteria tecnicistica) ha preso il posto della filosofia. Perfino Gadda, l’autore che con Montale lo ispirava di più, gli rimproverò in una lettera di essere criptico: “Vorrei che l’acutezza, la verità e la novità del suo esame critico fossero più distesamente accessibili al lettore medio, p.e. a me; che lei non ungarettizzasse il monologo critico fino a renderlo troppo arduo”.

Eppure un genio idiosincratico e sofistico come Contini ha fatto scuola. Cosa non priva di conseguenze sul linguaggio della critica italiana e sulla sua capacità comunicativa. Leggere una pagina di Contini è perfino più difficile (e certo più ingrato) che leggerne una di Montale o Gadda. La sua è una critica per specialisti. Non argomenta volentieri: mostra, esibisce, indica, documenta caratteristiche testuali prima di avanzare le sue ipotesi interpretative. E’ un critico a suo agio nella forma dell’“esercizio di lettura” e nel genere dell’antologia di testi esemplari e memorabili, commentati con elegante precisione e parsimonia. Ha pubblicato raccolte di saggi e studi, non ha scritto libri. Da filologo che isola testi singoli o indaga sistemi stilistici, Contini ha evitato, per diffidenza epistemologica, di fare lo storiografo. Aveva dubbi non solo sulla conoscibilità dei processi storici, ma perfino sulla loro esistenza. Conoscibili per lui sono i dettagli, i testi, non le totalità culturali e sociali. Amò la prosa d’arte, magari espressionistica (da Cecchi a Pizzuto passando per Gadda), piuttosto che il romanzo (sottovalutò o ignorò Svevo, Moravia, Morante).

A chi parla della “grandezza” di Contini consiglierei un po’ di prudenza, di quella circospetta, avara, snobistica prudenza caratteristica di Contini stesso. Se lo si confronta con un grande critico-filologo come Erich Auerbach, l’autore degli “Studi su Dante” e di “Mimesis” (sul realismo da Omero a Virginia Woolf) i limiti di Contini diventano evidenti e piuttosto scoraggianti.

Sono, salvo eccezioni, i limiti della critica italiana degli ultimi cinquantanni. I suoi seguaci hanno fatto di peggio: sono diventati strutturalisti e semiologi senza cautela né beneficio del dubbio, scavalcando l’“onestà sperimentale” caratteristica di Contini e mettendosi a prescrivere l’applicazione a tappeto dei loro metodi passepartout. Altrettanto tecnicisti, ma senza stile. Dogmatici nelle loro scelte, ma senza gusto e senza neppure mettere in conto che il gusto personale è ineliminabile e naturale in ogni vero critico. Uno dei lati migliori di Contini è che capiva e ammirava anche critici diversissimi da lui: come Francesco De Sanctis e Giacomo Debenedetti, per i quali la letteratura non era solo densità e stravaganza testuale, ma creazione di miti moderni e di personaggi umani in situazione storica.

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