Cesare De Seta Raffaello. Gli ultimi capolavori del “divino” maestro

La Repubblica 23 dicembre 2012

Raffaello. Gli ultimi capolavori del “divino” maestro

Cesare De Seta

Due tra i più grandi musei del mondo, come il Louvre e il Prado, si sono associati per una mostra su Raffaello. Gli ultimi anni, a cura di Tom Henry e Paul Joannides (fino al 14 gennaio 2013, poi a Madrid), e la pietanza non poteva essere più succulenta con oltre 100 pezzi tra dipinti, disegni, incisioni e tappezzerie. Il divino Raffaello, tale l’appellativo che si guadagnò in vita, ebbe un’attrezzata bottega che gli consentì di rispondere alle numerosissime commesse pubbliche e private: tra i suoi maggiori allievi e collaboratori ebbe Giulio Romano e Giovan Francesco Penni che gli fanno compagnia. L’arco cronologico va dal 1513, quando fu eletto al soglio pontificio Leone X, e la precoce morte del pittore, architetto e scrittore quale fu il Sanzio. Quando chiuse gli occhi Raffaello aveva solo trentasette anni: mi chiedo, girando per le sale, cosa avrebbe potuto dipingere se avesse avuto una vita longeva come Leonardo e il suo massimo rivale Michelangelo. Aveva dipinto quel capo d’opera che sono le Stanze in Vaticano e, l’anno seguente l’elezione del papa Medici, fu nominato architetto della fabbrica di San Pietro: nonostante un tale onere, negli ultimi anni dipinse un incredibile numero di opere a soggetto religioso, ma anche straordinari ritratti.

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Vorrei partire dall’ultimo che Raffaello dipinse, in cui si raffigura con il suo prediletto Giulio Romano: Raffaello è in secondo piano, ha un volto precocemente invecchiato, quasi a confermare la leggenda che la sua prematura morte fosse dovuta a stravizi amorosi. Il maestro poggia la mano sulla spalla di Giulio ed è un gesto paterno e un’investitura, ma pur segno di una complicità intellettuale. L’allievo volge lo sguardo con intensità verso qualcosa, ma un’ombra di tristezza li accomuna, quasi presaghi di un destino che tra poco si compirà. È evidente che nella composizione Raffaello s’avvale di un modello messo a punto a Venezia da Tiziano e Lotto. E non v’è dubbio che il discepolo è Giulio, se si confronta il ritratto che gli fece il Vecellio. Giulio diede a suo figlio il nome del maestro, e lui e Penni ereditarono la bottega: ma Romano fu artista più dotato con una sua spiccata personalità, più lieve e appannata in Giovan Francesco straordinario disegnatore.

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Di poco precedente è il celeberrimo ritratto di Baldassare Castiglione sodale e guida di Raffaello anche nella stesura della Lettera a Leone X sulle antichità romane. Il volto esprime l’auctoritas del saggio letterato ed è un’icona del Rinascimento al suo apice. La gamma cromatica e tonale, quasi sabbia dorata, è molto diversa dal precedente doppio ritratto e dall’altro doppio ritratto di Andrea Navagero e Agostino Beazzano, dove ai mantelli scuri fa da contrasto il verde oliva del fondo. Anche qui l’eco della laguna è del tutto pertinente ai veneziani raffigurati.

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Quali parole spendere per la Donna Velata? È una donna bella nel fiore degli anni e veste da aristocratica: pare certo che fosse un’amante che il pittore «amò fino alla morte», dice Vasari. La fanciulla certo rassomiglia alla Madonna Sistina e anche a Santa Cecilia, quasi che Raffaello l’abbia assunta a icona del bello femminino.

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Il grande dipinto della santa è un’allegoria dell’ Udito: infatti Cecilia abbassa sulla veste l’organo portatile che ha in mano e volge lo sguardo verso il cielo, come rapita dalle voci degli angeli che cantano e leggono uno spartito. A terra una viola da gamba con le corde spezzate, dei tamburelli e il triangolo: dunque un’elegia, dove il piacere della musica cede a un’estasi mistica, con la fìgura possente di San Paolo assorto nella contemplazione. Il cielo è intensamente azzurro e volge al violetto, il santo abbigliato con una camicia verde e una veste rossa, con tinte molto intense, mentre le altre figure hanno abiti chiari. Una composizione statica, come quella di Giovanni Battista nel deserto ìl cui paesaggio sul fondo è inequivocabilmente leonardesco: diverse volte Raffaello e la sua bottega tornarono sul tema del Battista.

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Al contrario, in San Michele che atterra il demonio tutto è movimento e energia di gesti, e i disegni preparatori di Penni sono di rara finezza.

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Della Trasfigurazione in Vaticano ci sono repliche dei due allievi e molti disegni con dettagli della composizione di mano di Raffaello di un’incantevole perfezione. Il tema delle Madonne gli fu assai caro, ma se dovessi cedere allo sciocco gioco della torre, non butterei certo La vergine con bambino, san Giovanni e santa Elisabetta, olio su tavola, del quale re Filippo IV di Spagna disse: «He a quí la perla de mis cuadros!», perla che il maestro dipinse negli ultimissimi anni di vita.

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L’accentuato chiaro scuro del fondo, organizzato su più piani, fa pensare a Sebastiano del Piombo, ma c’è l’eco di Leonardo per la fluidità della composizione che ricorda un celebre cartone del maestro di Vinci. Giulio Romano è ben sensibile alla composizione del maestro quando dipinge la Sacra famiglia, ma la tavolozza è assai più vivace, come è nel suo temperamento e come testimonia la splendida Flagellazione. Ai disegni di Giulio è dedicata una mostra nell’ala Denon. La storia di come tante tele siano giunte in Francia e in Spagna è narrata in un esemplare catalogo (Rmn) e ci dice come Francesco I e Filippo IV non ebbero esitazione nell’onorare il genio di Raffaello.

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