Baricco Una certa idea di mondo/19: La trilogia Adamsberg

La Repubblica 1 aprile 2012

dal 18 novembre 2012 in edicola

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Una certa idea di mondo

I migliori cinquanta libri che ho letto negli ultimi dieci anni

Fred Vargas La trilogia Adamsberg

“Ma in realtà va bene qualsiasi titolo di Fred Vargas,

purché ci sia il commissario Adamsberg”

di Alessandro Baricco

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Non vado matto per i gialli, odio i thriller. Lo dico serenamente e senza nessuna fierezza particolare. Semplicemente non fanno per me. Mi dà fastidio fisico trovarmi nella condizione, cara a molti, di divorare un libro per sapere come va a finire. Io trovo già abbastanza inelegante che i libri “vadano a finire”, figuriamoci se mi piace farmi tenere sulla graticola da uno che ci mette cinquecento pagine per dirmi il nome di chi ha tritato il parroco. Devo anche dire che non riesco ad apprezzare la prodezza: fare arrivare un lettore alla fine di un thriller è come far arrivare uno che ha fame alla fine del tubo delle Pringles. Sai che roba. Fategli finire un piatto di broccoli bolliti a merenda, e ne riparliamo.

In generale penso che la ragione per cui vai avanti a leggere, nei libri, non dovrebbe essere che vuoi arrivare in qualche posto, ma che vuoi rimanere in quel posto lì. Non ho letto II Giovane Holden o Cent’anni di solitudine per sapere come andavano a finire: mi andava di stare in quella luce, o leggerezza, o precisione, o follia, più tempo possibile. È un paesaggio, la scrittura, non va a finire da nessuna parte, è lì e basta. Respirarlo è quello che si può fare. E la trama?, dice. La trama non conta niente? Certo che conta, per carità, dei libri che non raccontavano niente ci siamo liberati anni fa, per favore non torniamo indietro. Però immaginate di stare seduti su una sedia a dondolo a godervi un paesaggio, nell’aria pulita del mattino. Ora provate per un attimo a smettere di dondolarvi. Non è la stessa cosa vero? La trama, in un bel libro, è il dondolio della sedia. E il vento che ridisegna l’erba di quel campo, il passare delle nuvole che saltuariamente cala ombre passeggere sui colori. Forse quel volo d’uccello, e in alcuni casi il rumore di un treno che passa lontano. La trama è quel che si muove nel paesaggio della scrittura, rendendola vivente. È l’increspatura sul pelo dell’acqua: è così importante che, in modo impreciso, la chiamiamo mare.

Capite allora che per uno che la pensa così i thriller siano un dispetto. Quando sono scritti coi piedi, un’offesa. Una certa gratitudine la nutro solo per quelli che si perdono per strada: quelli che nel loro procedere verso il nome dell’assassino si attardano a vagabondare un po’, collezionando mondo intorno. Come un cacciatore che si perda a contemplare la campagna, o i cespugli di more. L’esempio classico, nell’ambito dei polizieschi, è Maigret: adoro come invece di cercare l’assassino si limiti spesso ad aspettarlo, ricostruendo semplicemente il mondo intorno a lui. Così io leggo e sto a Parigi, annuso portinerie, sfioro letti sfatti, sorseggio Armagnac e prendo il vento sui ponti: il nome del colpevole mi è a ogni pagina più indifferente (talvolta anche a lui, Maigret). Se arrivo alla fine è giusto perché in qualche modo resta il desiderio di mettere i pezzi a posto, ma così, per completezza, come raddrizzare il quadro sulla parete. Nulla di più.

L’ho detto, se siete dei giallisti non fate tanto conto sui miei soldi.

Resta solo da capire come mai allora si stia parlando di Fred Vargas, oggi, in questa pagina. La riposta più semplice è: lei scrive così bene. Posso tranquillamente distrarmi dall’intreccio, che mi accorgo potrebbe essere mozzafiato, e godermi il panorama: quei dialoghi perfetti, la comicità elegante, gli aggettivi scelti con cura, il ritmo della frase, l’assoluta assenza di soluzioni banali. Mi succedeva anche con Chandler: lo leggevo solo per lo humour impareggiabile, e per il sound fumoso e guascone: mai capito niente dell’intreccio. Io leggo i libri di Vargas perché non mi ricordo che sono thriller, tanto sono scritti bene. E metto nello “scrivere bene” anche una capacità di inventare personaggi, e tenerli su, che posso solo invidiare. No, dico, ma cos’è Adamsberg? Il suo modo di amare Camille, i due orologi, la cattiveria intermittente. Uno la cui risposta preferita è: “non so”. Mi fa impazzire quella sua arte del tempo vuoto, il talento nello strappare parentesi di nulla alle sue giornate: chi è capace di quel vuoto, lo sa usare, ed è il suo caso. E il suo vice, Danglard? Io me lo sognavo da anni, poi l’ho trovato lì, ma ero sicuro che da qualche parte c’era. Non è tanto per i suoi cinque figli, o per i litri di bianchetto chi: si scola, o perché qualsiasi grande personaggio ha bisogno di una spalla: è quel suo modo di sapere le cose, tutte, e qualsiasi, in ogni momento. Irreale, naturalmente: ma che ci stanno a fare i libri se non per correggere il reale? E il tenente Betancourt, l’enorme donnone che può tutto? Io entrerei nella polizia, pur di aver a che fare con una così. Non so, Vargas li trova da qualche parte dell’immaginazione, dove riposa una qualche correzione della realtà, e nel restituirli sulla pagina ci vendica della modestia delle nostre giornate. Non saprei come chiamare un simile esercizio (letteratura?), ma sono lieto che esista, che qualcuno lo esegua così bene, e che io me lo possa godere quando proprio ne ho le tasche piene (bene, ho salvato dall’estinzione un’espressione italiana che aveva le ore contate).

Il libro

Fred Vargas La trilogia Adamsberg Einaudi 2009

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