Amour di Michael Haneke

Il Foglio 27 ottobre 2012

Nuovo Cinema Mancuso

AMOUR di Michael Haneke, con Jean-Louis Trintignant, Emmanuelle Riva, Isabelle Huppert

di Mariarosa Mancuso

Cose di Jean-Louis Trintignant, 82 anni a dicembre, che le interviste di Fabio Fazio non dicono. Cominciò a recitare nel cinema perché era indebitato, e un agente allora famoso, André Bernheim, gli promise una cifra mensile sostanziosa (minacciando di abbandonarlo, se l’attore avesse continuato a fare lo snob che preferisce il teatro).

Sul set del “Sorpasso” di Dino Risi arrivò per caso. Nel ruolo era stato scritturato Jacques Perrin. L’imperativo era girare a Ferragosto, quando Roma si svuota. La produzione era in ritardo, le scene nelle strade deserte furono girate con le controfigure. Ritarda oggi e ritarda domani, Perrin decise di girare un altro film. La produzione cercò un attore il più possibile somigliante alla controfigura, e fu così che Trintignant ebbe la splendida parte. Ha rifiutato tanti film: “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola (la parte andò a Dennis Hopper), “Incontri ravvicinati del terzo tipo” (la parte dello scienziato andò a François Truffaut), “Il servo” di Joseph Losey. Non ha simpatia per Klaus Kinski, con cui ha recitato nel film di Sergio Corbucci “Il grande silenzio” (western, tra le nevi di Cortina D’Ampezzo), e poi nell’intervista a Première si pente: “Forse non bisogna parlare male dei morti”. Alla produttrice che gli aveva dato il copione di “Amour” in un momento di grande sconforto disse: “Ho più voglia di suicidarmi che di girare questo film”. Risposta: “Accetti di lavorare nel film, per suicidarsi avrà tempo dopo”. Cose che non sapete di Emmanuelle Riva, 85 anni: ha debuttato in “Hiroshima Mon Amour”, film manifesto della Nouvelle Vague, facendo innamorare tutti i maschi dell’epoca, che distratti dai suoi occhi perdonarono alla sceneggiatrice Marguerite Duras i dialoghi più ridicoli mai sentiti al cinema. Cose da sapere su ‘Amour’, che ha vinto la Palma d’oro a Cannes e racconta la fine di un amore durato una vita, in un bell’appartamento borghese con libri, divani, tappeti, pianoforte (prima di andare in pensione insegnavano musica). Il film era a rischio di retorica e sentimentalismo, evitati portando il realismo all’estremo (chiunque abbia mai accudito un anziano avrà i brividi). Haneke, finora gran torturatore di spettatori, come tutti si addolcisce con l’età. Commozione, lacrime, attori grandissimi, e un magone che resiste fino a casa: il regista austriaco, che ancora crede nella sperimentazione, nel finale si ritrae.

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Il Fatto Quotidiano 26 ottobre 2012

Grande schermo

Amour ecco l’inno alla morte di Haneke

Boris Sollazzo

Michael Haneke è uno di quei registi che sanno farti male. La sua arte è forma e contenuto che lottano per primeggiare, è voglia di entrare dentro una storia perseguirne le incrinature, le crepe, la demolizione umana e materiale. Lo fa seguendo una grammatica rigorosissima, cinematografica ed emotiva, non tentando furbe scorciatoie come, per citare due idolatrati da chi se ne intende, Lars Von Trier e Kim Ki-Duk. Piaccia o no, questo cineasta è un maestro per la straordinaria capacità di sbrogliare l’intricata matassa di un cinema individualista che si fa subito, con forza, materia collettiva di riflessione. Amour è questo, e molto di più. È la forza dell’amore che aggira, salta, distrugge anche gli ostacoli più infami, è una vita dignitosa e un talento gentile rovinati dalla violenza della malattia e dall’inesorabilità della vecchiaia. Haneke ci porta nella quotidianità di una coppia ottantenne, con poche inquadrature e gesti impercettibili ci fa intuire un sentimento grande e consolidato, poi con lucidità ci pone difronte al dolore. Secco, inevitabile, infame: va lì a togliere a lei la musica, ragione di vita, a lui la compagna vitale e sveglia che ama da sempre. Basta uno sguardo fisso, un blackout e il nostro cuore è pieno d’angoscia. E Haneke come al solito, non ci salva dall’ingiustizia, dalla conseguenzialità di ciò che racconta, dalla sua coerenza di immagini e parole (poche, ovvio) che ci soffocano e allo stesso tempo ci portano dentro una narrazione di grande respiro. In un gioco metacinematografico il regista dà a Emmanuelle Riva e Jean-Louis Trintignant – interpretazione maestosa la loro – Isabelle Huppert come figlia, ago di una bilancia rotta. Perché la fine è nota e inevitabile, certe malattie contagiano tutti e rovinano più vite: lei, che si perde, ma anche lui roso dall’inadeguatezza, dalla disperazione, da un amore fedele contro ogni avversità.

Parlare di certe cose è difficilissimo, mostrarle è quasi impossibile: Haneke però trova nella sua poetica e nella sua etica, lucide fino alla ferocia, la chiave per non cadere nel patetismo e, allo stesso tempo, immergerci nel dolore.

E certi interrogativi che si vorrebbero risolvere per legge qui si esplicano nella loro immensità. Ogni contraddizione, qui, viene al pettine, e nulla sembra scontato o ideologico. Ma naturale, come lo sono la vita e la morte.

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Il Messaggero 25 ottobre 2012

Solo Haneke può suonare la musica della fine
Il bellissimo Amour una coppia una casa, l’addio

di Fabio Ferzetti

IL momento più difficile della vita, che naturalmente è la fine, in un film che tiene fede per due ore al suo titolo: Amour. Senza effetti di stile, ma con un linguaggio sorveglia-tissimo che esalta la prova davvero magnifica dei protagonisti. E senza ricorrere a medici, letti d’ospedale, flebo, cateteri e altri elementi ricattatori, immancabili nella pornografia del dolore oggi dilagante. Anzi senza mai uscire dal vasto appartamento parigino in cui vivono gli anziani musicisti Emmanuelle Riva e Jean-Louis Trintignant. Se non nel prologo, un concerto visto dal palcoscenico, perché sono loro due a interessarci. Unica concessione al mondo esterno insieme a qualche giornale, alle visite della figlia (Isabelle Huppert) o di un ex-allievo ora famoso concertista, e a un piccione bizzarro che si ostina a entrare dalla finestra. Come la vita che resiste, malgrado tutto.

Dopo film magnifici e terribili come Funny Games, La pianista, Niente da nascondere, Il nastro bianco, si poteva temere che il regista austriaco avrebbe riservato la stessa durezza agli ultimi mesi di questa coppia unitissima e devastata dalla malattia improvvisa di lei. Falso allarme. Haneke non è mai stato più delicato, anche se non fa sconti. Dal primo malore al ritorno a casa dopo ¡’operazione, al progressivo e inesorabile deteriorarsi della Riva (la grande protagonista di Hiroshima mon amour), fino al momento estremo, sullo schermo ci sono solo loro, i loro ricordi, i loro sentimenti, quella casa piena delle cose di una vita. Insomma i loro sentimenti, ma senza mai un’ombra di sentimentalismo (perfino la musica è usata con parsimonia ammirevole).

Questione di sguardo: Haneke coglie bellezza, e tenerezza, e sentimenti indicibili, nei momenti più imprevisti (quel goffo abbraccio per alzare la moglie inferma e farla sedere sulla poltrona che diventa un paradossale pas de deux). Concentra decenni di routine e probabilmente di felicità coniugale in poche frasi, un campo lungo, un lampo di civetteria o di ironia («Tu che diresti se al tuo funerale non venisse nessuno? – Oh… niente probabilmente!»).

E difende la libertà di scelta dei malati e dei loro cari (mai più in ospedale chiede la Riva, e il marito promette) senza fare proclami, ma con una discrezione e insieme un’empatia che dovrebbero proibire per sempre di etichettare il bellissimo Amour, dominato dall’insofferenza dei protagonisti per quel male che non solo li aggredisce ma invade la vita che gli resta, come un film «su» – sulla malattia, la vecchiaia, eccetera. Da vedere in originale naturalmente, per cogliere ogni vibrazione, ogni sfumatura, di questa partitura carezzevole e implacabile. Come lo sguardo che Haneke posa sui suoi due memorabili protagonisti.

AMOUR (dramm., Fr.-Austria, 105)

di: Michael Haneke con: Jean-Louis Trintignant, Emmanuelle Riva, Isabelle Huppert Laurent Capelluto

★★★★

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Goffredo Fofi  Amare entro i nostri limiti

Il Sole 24 ore – Domenica 28 ottobre 2012

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Alberto Crespi L’ultimo atto dell’amore

L’Unità 25 ottobre 2012

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Alberto Crespi Viva l’«amour»

L’Unità 28 maggio 2012

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Natalia Aspesi Il trionfo dell’amour

La Repubblica 21 maggio 2012

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Paolo Mereghetti Eccezionale prova di mimetismo sul set

Corriere della Sera  21 maggio 2012

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Simone Pecetta Amour di Michael Haneke

Ondacinema

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