Alberto Arbasino A tavola con Guttuso

La Repubblica 29 ottobre 2012

A tavola con Guttuso

Ritratto di un artista che amava lo scandalo

di Alberto Arbasino

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Quale sarà stata, invero, l’“aura” degli Anni Trenta, ovvero «Le arti in Italia oltre il fascismo», secondo la dicitura dell’attuale mostra fiorentina in Palazzo Strozzi? Processioni di vecchiette penitenti e supplici da racconto piccolissimo-borghese di Palazzeschi, come in Soffici e Viani? Masacci e Pieri della Francesca monumentali e corporativi e “fgés” anche se bagnanti, per Sironi e Colacicchi e Capogrossi e Carrà? Manichini e donne con teste da uccello come in De Chirico e Savinio, nonché in una Colette Rosselli che mi ha regalato lei? Omoni come Rosai, che in viuzze post-cézanniane d’Oltrarno proverbialmente intimano «sverga nell’àndito» a terrorizzati piccini? Ritratti di donnette algide e attonite, demolizioni di abitazioni più o meno squallide, intimazioni di nazismo sia attraverso “bellezze” da future pubblicità di moda, sia da «Gott mit uns» con residui di torture…

Passando al vicino Forte dei Marmi, però, nasce la sensazione che il meglio di quel “clima” si dovesse piuttosto ai razionalismi balneari e temperati dei Buzzi e Michelucci e Busiri Vici e Cattaneo ed altri per le ville e i villini Agnelli, Pacelli, Spinola, ibrario, Pesenti, Contini Bonacossi, Scialoia… Da parte nostra, nei più vicini o lontani Anni Cinquanta, si può rammentare la sontuosa inaugurazione milanese del Teatro Manzoni, con affreschi o mosaici di Achille Funi nel foyer. All’Opera di Roma, invece, a una solenne matinée stravinskiana con allestimento di Manzù, si ritrovavano parecchi estimatori, oltre che Palazzeschi, Milloss, Brandi, Cagli, Vlad…

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In tutto il suo splendore postcubista, riecco alla mostra centenaria di Renato Guttuso la celeberrima «Crocifissione» che fece scandalo al Premio Bergamo 1942, e di cui a Palazzo Strozzi c’è solo un sommario bozzetto. Accanto al ritratto pacioccone di De Pisis, di Carlo Levi, e alle tristi «Maschere» di Gabriele Mucchi. Complessivamente risultano migliori i grandi formati, nel salone centrale, benché la famosa «Vucciria» palermitana sia sempre apparsa troppo naturalistica, e negli illustri «Funerali di Togliatti» si noti l’assenza della moglie o vedova Rita Montagnana in mezzo ai deceduti Gramsci e Lenin e la molto astante Nilde lotti, che simpaticamente ricordo — quando si era lì alla Camera — nella puntuale rigorosa ripetizione di «col sistema elettronico» (cioè, premere il bottoncino) per centinaia di volte, da perfetta preside.

Eccellenti e sapienti, soprattutto nel colore acceso, «La spiaggia» e «Zolfara», nonché la popolarissima «Visita della sera» e l’affollatissima «Fuga dall’Etna». Sempre meno soddisfacenti appaiono adesso la volgare ma veristica «Discussione» (circa cazzate, s’immagina), e il turistico «Caffè Greco», benché rivanghino memorie parzialmente care nel sopore meridiano, con Paolo Milano che vi porta De Kooning in visita, per sentire De Chirico che indirizzato come «Maestro» da certe sue signore ribatte «Chiamami Peroni, sarò la tua birra».

Ma nel citazionismo compulsivo che si ficca tra i realismi o i neorealismi trionfa il «Convivio», con Picasso tra i suoi personaggi così spesso infiltrati in tutt’altre situazioni, le cosiddette «picassate alla siciliana». Però un «Muro di Erice», in fondo, risulta affine a taluni tetti siciliani di Klee. E comunque, anche in assenza di tonnare, ogni pesca al pesce spada si rivolge direttamente a Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca.

Spesso i piccoli formati sono meno efficaci, come se la struttura giusta sia monumentale. Bagliori di cani notturni, o le finestre luminose nella «Sera a Velate», però, e i fichi e i fiaschi e i girasoli e i cactus sprigionano luci mediterranee fortissime. Come gli autoritratti e i ritratti: soprattutto di Mimise, Moravia, il tristissimo Antonino Santangelo. Ma chi sarà stato? Molti anni fa, si vedeva in giro una marchesa Santangelo, allegra, vivace; ma accanto alle accurate bibliografie giornalistiche, manca in questo catalogo ogni notizia esplicativa. Bisogna ricorrere, per queste, al catalogo della mostra di Guttuso a Venezia, Palazzo Grassi.

Mancano qui stavolta le «Allegorie», che Guttuso mi donò con affetto e una cara dedica («amico difficile e dolcissimo», ed. Rondanini, 1981), così come nove anni prima inviava con molti auguri multicolori una sontuosa collezione di «Immagini autobiografiche» a cura di Werner Hartmann (ed. Toninelli, 1971). E quante sorprese, qui. Un «Cristo alla colonna» (da Caravaggio, 1966) apparteneva a Lanfranco Rasponi, a Ravenna. «Guernica» di Picasso si trovava ancora al MoMA, a New York. Nel 1937, maneggiando un teschio e un fiore secco accanto a Mimise, incombono i versi e la morte di Garcia Lorca. Notte metafisica e cupi presentimenti nel Capodanno del 1940, quando va a fuoco il palazzo della Cancelleria, e i passanti aprono gli ombrelli sotto la pioggia (coll. privata, Alessandria). Fosse Ardeatine, marzo 1944. «Nella realtà del ricordo, la terrificante poltiglia si è trasformata in dorata materia solare». Ma in una «Fucilazione a Roma», del 1942, come mai le caratteristiche SS mettono al muro accanto al Cupolone?

E in quelle «Allegorie», come nell’analogo precedente leonardesco «San Gerolamo, o le tre età», le citazioni più o meno palesi degli antichi o recenti Maestri paiono così abbondanti e fitte e scandalose da renderne ovvia l’esclusione: evidente censura nei confronti di un’immagine dell’Artista che in occasione del centenario si vuole edificante, definitivamente. E non già provocatoria o trasgressiva.

Nessuna sembianza di giovani donne amate, quindi, nemmeno incattivite con capelli-serpenti caravaggeschi da «Testa di Medusa», con rivali acchittati in giacchetta e cravatta e testa da scimmiotto. Addirittura giovani donne multiple, con stesse chiappe e stessa capigliatura, mentre un nero corvaccio si appollaia sulla testa di un Renato invecchiatissimo, forse il medesimo con la testa interamente fasciata, davanti alla lucerna inutilmente puntata di «Guernica». Mentre un citazionismo sempre più efferato ammucchia gufi e topolini, telefoni accanitamente staccati, sveglie, chiavi, tenaglie, Marlene, culone rubensiane, streghe fiammeggianti o in volo su scope o in sconcio bivacco tra serpi e gatti neri. Nonché una Caritas Romana che allatta il suo vecchietto guardando altrove. Ma in tutto questo, dove si troverà adesso la rinomata «Battaglia di Ponte dell’Ammiraglio»?

(Nemmeno appare il primo marito di Mimise, Bezzi Scali, benché congiunto di Guglielmo Marconi, e con palazzo in via Condotti. Però quando Andrea Dotti, nipote di Mimise, sposò Audrey Hepburn, e non si compresero mai perché lei era allergica all’ironia e al gossip, Renato si affrettò a dire che «lei non fa certo film del nostro genere, però è così carina». E in via San Valentino lei arredò l’appartamento con dipinti di Corpora e Dorazio).

Quante memorie rivengono; nella buona stagione si cenava all’aperto, spesso in via dell’Oca, con i Guttuso e i Piovene e Moravia, nonché spesso Pasolini e Garboli. Elsa Morante arrivava sventolando «Paese-Sera» e gridando che bisognava fare qualcosa, e raccogliere firme subito, in favore dei gatti o contro la bomba atomica. E Gadda, il giorno dopo: «Ha strillato molto, la Elsina, anche ieri sera?». Ma verso le undici, mentre si indugiava a tavola, lei si rivolgeva sollecita a Pier Paolo: «Va’, va’, sennò non ti aspettano». Non esistevano ancora, infatti, le nozioni e i termini circa la “pedofilia”.

Renato e Mimise erano giovialissimi, e lui macchinalmente disegnava su pezzetti di carta, poi attento a distruggerli, poiché anche senza firma venivano occhieggiati da taluni astanti. Mimi Piovene era «la barbiera del Laterano», perché aveva imparato a far la barba ai vecchi rifugiati incapaci di radersi. Come del resto Gadda, che si recava ogni mattina dal barbiere della Camilluccia, accanto alla posta donde Parise inviava grossi falli finti alle dame letterarie romane. E l’ingegnere si angustiava: «Daranno la colpa a me!».

Nel Mestiere di pittore (De Donato, 1972) si ritrovano ricordi in comune. Un pranzo da Gianfranco Baruchello per Marcel Duchamp, «comodamente seduto a far niente, una spietata presenza distruttiva». Ma Renato non racconta che mentre Duchamp stava zitto, Giulio Carlo Argan si espandeva sugli artifici dei confessori gesuiti barocchi, per cui si veniva assolti se compiendo un atto contro natura si pregasse Iddio perché ne nascesse una creatura innocente…

E poi, sempre nel ‘69, Oskar Panizza. Era un poeta anarchico tedesco, morto pazzo nel primo dopoguerra, e protagonista di un quadro di Grosz. Avevo appena visto a Parigi il suo Concile d’amour messo in scena da Léonor Fini; e Renato, che la teneva d’occhio, passò un’intera serata per farsi raccontare i dettagli. La Madonna donnona culona in calze nere, il Cristo più emaciato che in Grùnewald… La mattina, portato dal tuttofare Rocco, mi arriva questo gran bel dipinto con dedica affettuosa, scritte di «Das Liebes Koncil» e «Viva Oscar Panizza», e con una letterina per spiegare che non era riuscito a prendere sonno. Oltre a disegni e incisioni minori, mi arrivò poi un gran disegno pieno di figure e figurette d’epoca a un party di Spoleto, «in ricordo di una collaborazione», a proposito di Fratelli d’Italia per il Corriere della Sera. E volendo fare una Carmen in minigonna all’Opera di Roma, si fece dare le foto della nostra Carmen a Bologna, dove i costumi di Giosetta Fioroni erano a pois e semi-pois, mentre le scenografie erano di un architetto quale Vittorio Gregotti.

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