Marianna Rizzini Il mago Gotor

Il Foglio 20 ottobre 2012

Il mago Gotor

Chi è l’uomo che Bersani ha scelto come “aiuto” per le primarie e perché i suoi studi sono un antidoto all’antipolitica selvaggia

di Marianna Rizzini

.

L’uomo nuovo di Pier Luigi Bersani per la macchina delle primarie, Miguel Gotor, di professione storico, di padre spagnolo, non si presenta con le maniche arrotolate e non usa metafore operaie o campestri di bersaniana fama (sulle quali però ha scritto, nel 2009, sul Sole 24 Ore, un pezzo semiserio ma critico a cui il segretario ha risposto con una lettera semiseria ma orgogliosa di sé, motivo per cui i due si sono riscritti e risentiti, con stima reciproca – e Gotor è uno che pensa che la stima, dopo i quarant’anni, sia l’unica vera unità di misura dei rapporti umani, ché a un certo punto la simpatia per questo e per quello non basta più). “Sto dando solo una mano al segretario del Pd”, e “mi diverto come un pazzo”, dice Gotor, mostrando a riprova un’agenda elettronica piena di appuntamenti in associazioni culturali, bar, piazze e teatri – e però qualcuno, leggendo il suo nome tra i tre che si spartiscono la faticaccia del tour bersaniano nazionale lo provoca al grido di: “Ecco il prossimo ministro della Cultura”, ma lui dice che un lavoro ce l’ha già, e non potrebbe fare che quello, studiare e studiare, e il suo impegno peripatetico per le primarie, in paesi e città, è soltanto un “volontariato civico” al servizio dell’idea che vita e politica siano “avventura, sfida, coraggio”, per dirla con Gotor e Bersani, e che la “ricostruzione civica sia possibile”, per dirla con Bersani e con l’articolo che Gotor ha scritto per la rivista Tamtàm democratico, in cui si auspica che “civismo e Pd si diano la mano”. Tutte idee che Gotor ha intravisto in Bersani già tre anni fa, quando ha scritto un libro-intervista al segretario del Pd con Claudio Sardo, ora direttore dell’Unità – Sardo aveva letto i saggi di Gotor su Aldo Moro e l’aveva contattato per conoscerlo. Da cosa nasce cosa: a cena venne l’idea, infine uscì “Per una buona ragione”. Gotor non ha mai smesso di pensare che Bersani sia uno “che fa quello che dice – se ti chiama, come è successo a lui quest’estate (“Miguel, ti va di darmi una mano?”) non si può che “darne anche due, di mani”, a costo di trovarsi oberato di impegni, lontano dalla moglie e dalla figlia piccola, e di dover autosospendere per opportunità la collaborazione con Repubblica, almeno per la parte di commento politico in prima pagina.

L’operazione Gotor, comunque, è ardita per i tempi: tutti dicono a Bersani “rottama”, “mettici un giovane”, “butta a mare”, “spazza via tutto”, e lui, Bersani, ha fatto la mossa del cavallo, chiamando come “aiutante” per le primarie un quarantenne che neppure a vent’anni era giovanilista; uno studioso che non vuole fare l’intellettuale organico (anche se è tra i primi firmatari del “Manifesto degli intellettuali per Bersani”) e che con gli intellettuali organici della generazione del ’68 vorrebbe aprire un “conflitto”, cosa altra dalla rottamazione. “Bisogna iniziare un confronto anche polemico” così ha detto Gotor un anno fa, alla festa democratica di Pesaro, alla presenza di Massimo D’Alema e dello storico ed eurodeputato pd Roberto Gualtieri. Bisogna aprire un confronto sugli anni Settanta anche se la generazione che ci precede spesso lo elude, diceva Gotor, ferma com’è su “posizioni irresponsabili, reticenti, persino irridenti” che hanno fatto pagare ai trenta-quarantenni il costo “della ricerca mancata su quel periodo”, e però poi “noi quarantenni non possiamo pensare di avere la pappetta pronta”. E infatti nei libri anche filologici di Gotor su Aldo Moro (“Lettere dalla prigionia” e “Il Memoriale della Repubblica”, entrambi Einaudi, usciti nel 2008 e nel 2011) e negli articoli di Gotor su Repubblica, ricorre il tema della responsabilità di una generazione che si è raccontata una “favola buona per addormentarsi negli anni Ottanta”, così scrive Gotor nel “Memoriale”, per poi risvegliarsi nel decennio successivo “improvvisamente dall’altra parte: “Inquieti”, “qualunquisti”, “al massimo “ecologisti”, “gran gourmet dello slow food”, “commercianti di tessuti indiani e bonghi africani”, “gestori di vinerie e ristorantini con le torte fatte in casa, comunque e sempre contro, antipartiti e antipolitici”. Quell’incapacità “di fare i conti con la nostra storia”, ha scritto Gotor il 31 agosto del 2012, su Repubblica, a commento del documentario “Sfiorando il muro” di Silvia Giralucci, figlia di Graziano, militante missino ucciso nel 1974 da un commando Br, ha alimentato “un pericoloso reducismo vintage presso le giovani generazioni”. E i reducismi, ha scritto Gotor all’indomani degli scontri di piazza del 15 ottobre 2011, sopravvivono nelle aule universitarie di oggi “con il loro corollario di citazioni, simboli e parole d’ordine, che legano una generazione all’altra, come anelli di una stessa catena”. Fatto sta che oggi Roberto Gualtieri, che si sente simile a Gotor nel suo essere “storico prima che politico”, interpellato in proposito, dice che “la critica agli intellettuali fatta da Gotor nel suo ultimo libro su Moro dovrebbe diventare un pilastro della riflessione politica nel partito”. Quelle pagine hanno colpito anche il giornalista Marco Ferrante, cui Gotor fu presentato in un ufficio di Trastevere da un altro giornalista, Francesco “Ciccio” Cundari, grande estimatore di Gotor. Poi Ferrante chiamò Gotor a commentare la puntata di “Icone” (Rai5) dedicata ad Aldo Moro, pensando che i libri di Gotor lasciassero al lettore “una nuova consapevolezza riguardo ai problemi del nostro rapporto con gli anni Settanta: la riflessione sul potere, per esempio, e la riflessione sull’assurdità del male, un male che scaturiva da vite normali. Studenti normali che hanno preso le pistole. Succedeva, e sembrava normale”. Gotor invece probabilmente pensò, incontrandosi a Trastevere con Cundari e Ferrante, quello che pensa tutte le volte che mette piede nel quartiere: “Sono a casa”. A Trastevere viveva da piccolo, a Trastevere giocava a pallone (a testa bassa dietro a “Davidino”, il bullo del gruppo, mentre fuori infuriavano gli anni di piombo) e a Trastevere, ha scritto su Diario nel maggio del 2008, è tornato da grande con la copia del suo primo saggio su Moro in mano, nella grande piazza dove anche i turisti ignari, sorseggiando cocktail “rosa maialino”, sembrano godere “di una qualche felicità raggiunta, forse perché non sanno che in quel teatro è passata la storia, quella piccola e ridicola di un bambino che giocava al pallone, e quella degli anni Settanta, che scorreva via impetuosa, feroce, tenera, irripetibile e ambigua, come ogni storia”.

Certo Gotor non ha studiato da mago del marketing politico – nella sua vita ha piuttosto studiato a fondo papi, santi e inquisitori (materia del Gotor ricercatore di Storia moderna) – eppure, dice un osservatore, “ha una sua abilità rabdomantica come oratore che evoca e collega”. Sia come sia, il Bersani da primarie deve aver intravisto in Gotor l’arma letale che inchioda il giovanilismo rottamatore a un punto preciso della storia italiana: la primavera del 1978 in cui Moro morì per mano brigatista, e in cui si cominciò a evitare di interrogarsi a fondo – questa la tesi di Gotor – sulla violenza e sul potere, sulle connivenze e sulle rimozioni che ancora rendono “difficile” la democrazia italiana. Nei suoi libri Gotor cerca di srotolare l’enorme “gomitolo”, così l’ha chiamato, per distendere i fili che collegano ieri a oggi, la spinta antipartitica di ieri (in quel caso anche cruenta) alla foga anticasta del “tutti ladri, nessun ladro” di oggi, anche se rifiuta di vestire i panni delibanti antipolitico”: “Non sono fesso”, ha detto un giorno del 2011 a Luca Telese durante la trasmissione “In onda”, spiegando che un conto era denunciare anche a ragione gli sprechi e le storture, un conto era abbandonarsi a pulsioni “qualunquiste e moraliste” già viste nella storia italiana -dal Risorgimento agli anni Settanta agli anni Novanta, giù fino al nuovo secolo. Fu in quell’occasione che i telespettatori sentirono parlare, forse per la prima volta in vita loro, forse come remoto ricordo di studi remotissimi, di Ferdinando Petruccelli della Gattina, giornalista e patriota che nel 1862 diede alle stampe “I moribondi del palazzo Carignano”, critica alla classe politica malata di cupidigia e indifferenza. Chissà se Gotor lo cita nelle piazze, fatto sta che i pregressi dell’anticasta ricorrono nei suoi scritti. Nel “Memoriale della Repubblica” scrive: “… Sarà un caso, ma le memorie dei brigatisti pubblicate nel corso degli ultimi quindici anni sono imbevute di una serie di parole chiave oggi tanto in voga – ‘casta’, ‘partitocrazia’, ‘palazzo’ – utilizzate retrospettivamente per giustificare le azioni compiute contro il sistema dei partiti… ciò è avvenuto con l’evidente obiettivo di intercettare il vento montante dell’antipolitica e volgerlo a proprio favore (ossia “le Br più Moro prigioniero’ uniti nella lotta contro la casta corrotta…”).

E però tutti i santi, gli eretici, i papi e i censori del mondo, da soli, non spiegano il Gotor che scrive su Twitter dov’è oggi e dov’è domani, entusiasta del clima da gita scolastica delle primarie, con la gente che mangia panini e con i bar che offrono bevande gratis per onorare la piccola lectio politica dello straniero con gli occhiali di montatura spessa (come il solito Harry Potter, ma squadrati) e una missione civica da svolgere (questo Gotor si sente, “un volontario civico”). E’ l’effetto della svolta che il Gotor accademico ha fatto a un certo punto della sua vita, dopo aver raggiunto la stabilità lavorativa, motivo per cui oggi pensa che “la precarietà faccia male alla mente”: riprendere le carte di Moro, analizzarle con “l’arma della filologia” e senza “dietrologia”, pubblicare due saggi, proiettarsi fuori dalla pur amatissima grotta di studio e di scrittura in cui è rimasto per quasi vent’anni – sempre con qualche residua disponibilità “alla caciara”, dicono gli amici di sempre, frequentati tuttora nonostante gli spostamenti a Torino, le presentazioni dei libri in terra di Puglia o di nord-est e il recente peregrinare bersaniano, ché tutti ancora ricordano le formidabili feste (senza ostacoli alla porta per gli imbucati) organizzate a metà degli anni Novanta da Gotor in persona, in una casa con tanti libri e tanto vino, lontana dal centro storico in cui abitavano molti frequentatori del quadrilatero di licei romani (Virgilio, Mamiani, Tasso, Visconti) in cui si svolgeva la vita quotidiana di Gotor (allora ex Virgilio) e della cerchia allargata dei suoi conoscenti. Gotor andava in giro con occhiali simili a quelli di oggi, ma riparati con lo scotch, e con un motorino Peugeot di design démodé quanto l’allora vituperato “Califfone” e quasi quanto il giaccone verde bandiera, mai visto prima sull’orbe terracqueo, indossato da Gotor dall’alba al tramonto.

Parlava naturalmente già di Moro, Gotor, leggeva già tutto il leggibile su Moro, veniva interpellato dagli amici, un po’ per scherzo un po’ sul serio, come giovane esperto ufficioso di misteri della Prima Repubblica (ciò non toglie, dice un testimone oculare, che all’occorrenza si scatenasse in balli su musica di “Pulp Fiction”, con predilezione per il twist di Urna Thurman e John Travolta). Qualcuno, tra i suoi amici di allora, non si capacita di vedere la firma “Gotor” sul giornale di Eugenio Scalfari, e non tanto perché nei libri di Gotor, come ha notato nel 2011 sul blog Camillo Christian Rocca, direttore di Il, Repubblica viene riportata alle responsabilità della stampa italiana nei giorni del sequestro Moro. A Rocca il libro era piaciuto (giudizi su Sciascia a parte). Tanto più l’aveva colpito questo brano: “…Oggi sappiamo che Scalfari sbagliava, nonostante fosse tra i pochi in Italia in quei giorni ad avere la consapevolezza dei problemi rappresentati da quelle carte… ma la volontà di piegare la volontà alla necessità, come egli scriveva, di ‘combattere una battaglia importante, una battaglia politica’ contro il partito della trattativa, fecero premio su qualsiasi altra considerazione”. Fatto sta che Scalfari e Gotor si sono visti, una sera a cena, proprio la sera in cui Gotor ha firmato il contratto per la collaborazione con Repubblica. Del tema hanno parlato, ma nessuno sa che cosa si siano detti. Gli amici di vecchia data di Gotor, quelli di sinistra antagonista pura, restano perplessi, piuttosto, davanti agli articoli patriottici sugli alpini in Afghanistan 0 sulla parata del 2 giugno. Secondo Gotor i militari vanno onorati (con parata) per il loro impegno “per la sicurezza nazionale e internazionale”, ma a quel punto c’è sempre qualcuno che prende in giro il Gotor istituzionale (va detto che Gotor ha anche amici da sempre studiosi e istituzionali come lui, tipo Giulio Napolitano). “A Mighè ma che stai a scrive?, me sembri mi nonno”, ha detto a Gotor un’amica dopo il pezzo sul 2 giugno, peraltro rassicurata, qualche tempo dopo, dal Gotor autore di ben due pezzi sul G8 del 2001 (uno criticava “la condanna smisurata” ad alcuni autori delle “devastazioni” e dei “saccheggi”, puniti con anni di carcere, e Gotor diceva: resta la loro responsabilità, ma l’entità delle condanne è discutibile; l’altro lodava la sentenza della Cassazione che “accoglieva l’impianto colpevolista dell’appello” sui fatti della Diaz.

C’è poi un Gotor polemista diretto: Renzi che gli sembra Fanfani, Renzi che tenta “un’operazione di sfondamento a destra di carattere presidenzialista” ma allora dovrebbe “candidarsi direttamente a premier”, Renzi che ricorda Bettino Craxi. Di Bersani, invece, Gotor dice sempre che è “indisponibile” a un futuro governo allargato al Pdl o ai postberlusconiani, e “disponibile” a un “grande patto di ricostruzione costituzionale tra area di centrosinistra o progressista e area moderata o liberale”.

Gotor conosce bene le aule universitarie in cui scorge segni di “reducismo vintage”, e non solo perché suo padre, giunto in Italia più di quarant’anni fa per fuggire dalla Spagna di Franco, insegnava a Salerno (ci fu un momento in cui i tre fratelli Gotor temettero il trasferimento in Campania nel bel mezzo della pre-adolescenza, ma la cosa sfumò, perché Gotor senior faceva contemporaneamente il giornalista all’Ansa). Gotor junior per anni ha fatto esami e lezioni come ricercatore di Storia moderna all’Università di Torino, e continua a farlo (il suo ultimo libro si intitola “Santi stravaganti. Agiografia, ordini religiosi e censura ecclesiastica nella prima età moderna”, ed. Aracne). Ma che cosa lega i santi, i papi, gli eretici, i censori, Aldo Moro e Pier Luigi Bersani?, si chiede un qualsiasi lettore del curriculum di Gotor, dove compaiono dottorati e borse di studio in prestigiosi istituti dedicati al Rinascimento a fianco di premi per la saggistica di storia contemporanea e a collaborazioni alla Stampa e al Sole 24 Ore. Gotor risponde che i santi stravaganti, i censori, gli eretici e il cubicolo dove visse i suoi ultimi giorni il leader Dc sequestrato fanno parte della stessa sfera di interesse: il rapporto tra libertà e potere, “quanto siamo liberi e come siamo liberi”, il martirologio, “la costruzione in vita della propria morte” (“non è un tema allegro, lo so”, dice Gotor, viste le facce inconsapevolmente allarmate degli interlocutori) e “il recinto in cui si muovono le parole”, quello che Italo Calvino, all’indomani dell’uccisione di Moro, chiamò, in un articolo che Gotor conosce a memoria, “le possibilità dell’uso del discorso nel cuore del terrore”. E’ stato proprio un libro sul “martirio di Moro”, trovato in casa a dieci anni, ad accendere l’interesse di Gotor per il tema poi seguito negli anni fino a oggi. E’ stato guardando le foto trovate in quelle pagine che Gotor ha cominciato a pensare all’uomo riverso nella Renault 4 (da adulto rifletterà sul Moro “imprigionato nel caso Moro”, da “risarcire” almeno con lo studio rigoroso dei testi) e a tornare con la mente al giorno in cui, a sette anni, aveva percepito che qualcosa di molto grave doveva essere successo a Roma, tra il cielo livido, le macchine ferme e la polizia schierata – chi c’era, qualsiasi età avesse, ricorda immagini simili, e ai bambini ancora più piccoli era parsa cosa aliena, dall’autobus fermo, la distesa dei caschi bianchi oblunghi dei vigili urbani mischiati alla massa indistinta di carabinieri o poliziotti, talmente tanti da sembrare un esercito di extraterrestri appena sbarcati.

I due libri di studio anche filologico sul caso Moro hanno messo improvvisamente Gotor al centro di un mondo nuovo, fatto di telefonate di complimenti di ex democristiani storici (da Guido Bodrato a Enzo Carra), e-mail di gente che commenta e riunioni della montezemoliana ItaliaFutura, avvicinata nel 2009 per mediazione dell’amico ed editor Andrea Romano e poi lasciata (circa un anno fa) per diversità di direzione politica (Gotor, ancora amico di Romano, resta invece nel comitato scientifico di ItalianiEuropei, cui era giunto per chiamata diretta, via lettera firmata Giuliano Amato e Massimo D’Alema). Non c’è più, nel mondo nuovo, quell’“a tu per tu con la solitudine” di chi, scrivendo, combatte “un corpo a corpo” con il proprio pensiero, così l’ha descritto Gotor: il pensiero si fissa sulla pagina, si definisce e in qualche modo muore, e però non si può fare niente per impedirlo, è un passaggio obbligato (“la scrittura è la moralità della mia vita”, dice Gotor). E’ un’altra cosa, il mondo fuori dalla grotta, anche se poi, sul piano politico, Gotor non ha mai cambiato collocazione dagli anni in cui, al liceo, gravitava in zona Fgci, faceva il rappresentante d’istituto e veniva iscritto alla Lega degli studenti medi da Lorenza Bonaccorsi, oggi renziana -poi venne il dicembre del 1990 e la consapevolezza che l’esame di maturità non era così lontano: bisognava mettersi sui libri, darsi un metodo, darsi un mestiere, smetterla, per il momento, con le assemblee. Da allora un filo del gomitolo ha continuato a correre, una domanda che ha portato Gotor al punto di oggi: “Perché in Italia la politica è sempre sotto schiaffo”.

Un pensiero su &Idquo;Marianna Rizzini Il mago Gotor

  1. Non mi capita mai di fare commenti sui blog che leggo, ma in questo caso faccio un’eccezione, perch il blog merita davvero e voglio scriverlo a chiare lettere.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...