Guido Giorello Morselli, l’eretico di un mondo senza scopo

Corriere della Sera 14 ottobre 2012

 Personaggi

A un secolo dalla nascita un convegno per ricordare l’autore di «Dissipatio H.G.». Compresa la sua visione filosofica

 Morselli, l’eretico di un mondo senza scopo

Scarta le consolazioni metafisiche fino a contemplare l’irrilevanza dell’umanità

di Giulio Giorello

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Sapete che missione hanno i frati di Palo Alto? Convertire alla fede cristiana le macchine pensanti della Rand e della Westinghouse», dice un sacerdote americano a uno italiano in Roma senza papa, queste «cronache ro­mane di fine secolo ventesimo» concepite da Guido Morselli nel 1966.

Meno di vent’anni prima Alan Turing (di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita: 1912, lo stesso anno di Morselli) si era senti­to come «un Galileo eretico» quan­do, studiando le funzioni della mente, aveva constatato che alcune di esse si potevano spiegare «in ter­mini puramente meccanici». Con­cedeva che queste erano «una spe­cie di pelle che dobbiamo togliere» quando vogliamo capire cosa sia davvero la mente; ma aggiungeva che quel che resta può risultare so­lo un’altra pelle, e così via, e non si poteva escludere che alla fine si sco­prisse che tutti questi strati racchiu­devano… il vuoto. Ma allora, che ne era del libero arbitrio, manifestazio­ne della «scintilla divina» che ani­ma il corpo dell’uomo?

Le macchine, e in particolare i computer, non scelgono, ma si la­sciano programmare; non pensa­no, ma simulano il pensiero. Nella sua finzione Morselli affida la dife­sa del libero arbitrio come preroga­tiva umana a una tesi dottorale compilata… da una macchina! Ad­dio alla concezione non solo cristia­na, ma già classica, dell’uomo crea­to a immagine degli dei. Da costo­ro, annotava (1963) Morselli nel suo Diario che «dobbiamo impara­re perlomeno una virtù: la discre­zione. Essi si comportano in ogni caso come se non esistessero». E ancora Morselli se la prendeva con i filosofi che, come Hegel, preten­dono di svelare il senso recondito della storia.

Lettore attento di Darwin, con­cludeva (nel suo scambio epistola­re con Vittorio Saltini, 1969) che proprio costui ci insegna che «non c’è ombra di finalità nelle origini della vita» e che i vari organismi emergono «senza alcun piano im­manente a loro, 0 trascendente». Né c’è finalità «nel ciclo di espan­sioni, e viceversa, da cui sembra sia­no nate il Sole e l’altre stelle». Piut­tosto, nel processo dell’evoluzione, in sé privo di qualsiasi Progetto, erano comparse creature capaci di progettualità, e queste si erano per­fino illuse di proiettare le loro «buone intenzioni» sull’intero uni­verso. Ma questo «spirito del mon­do» abitava niente più che un pic­colo pianeta del sistema solare e ri­guardava quel «minuscolo abitato­re che non esisteva ancora ieri e che domani non ci sarà più», men­tre il resto della realtà «tirerà avan­ti imperturbato per qualche altro miliardo di anni».

Morselli, filosofo e narratore in­sieme, è il poeta della sottrazione, cioè colui che toglie la pelle alle consolazioni metafisiche, proprio come Turing sbucciava quella stra­na cipolla che era la mente umana. A suo tempo Galileo notava come il compito del bravo scultore fosse quello di «levare il soverchio da un pezzo di marmo per scoprire la bel­la figura che vi è nascosta» e usava questa metafora per caratterizzare la scoperta scientifica. Morselli rite­neva di dover fare lo stesso quando ci presentava Roma senza papa, 0 il re d’Italia senza corona, o il comunismosenza Marx, o la politica sen­za dignità.

Un processo di sottrazione che raggiunge il culmine in Dissipatio H.G., il romanzo terminato pochi mesi prima del suicidio (1973): in quello scenario da sogno, o magari da incubo — una Svizzera chiama­ta Crisopoli — la voce narrante del­lo «inconformista», come Guido definiva se stesso, contempla la scomparsa dell’intera umanità tran­ne se stesso; e quindi ribadisce l’ir­rilevanza dei propri simili.

Anni prima (1950) nel Diario ave­va dichiarato con ironica parodia di Cartesio: «Soffro, dunque so­no». Ma se l’esistenza è inevitabil­mente sofferenza, perché non pren­dere congedo da essa, come già so­spettava Amleto nel celebre mono­logo? A proposito della sua fine, qualcuno ha detto che il motivo del suicidio non andava tanto cercato nei continui rifiuti editoriali delle sue opere narrative (tutte apparse postume da Adelphi), quanto nel «disamore» di Morselli per il mon­do. Ma l’anticonformista e ironico Morselli era capace di una profon­da compenetrazione con le cose co­sì come sono, spogliate dei troppi significati che noi tributiamo loro. Ne amava invece il silenzio, «non sacro né religioso», ma come perva­so da «un lieve suono metallico, di arpa toccata dal vento».

 

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