Una certa idea di mondo/3: Olive Kitteridge di Elisabeth Strouth

La Repubblica 27 novembre 2011

Una certa idea di mondo

Olive Kitteridge di Elisabeth Strouth

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“Le storie raccolte in Olive Kitteridge sono di quelle che senti dalla parrucchiera “

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(Comprato quando Elizabeth Strout è venuta a insegnare alla Holden, e io mi sono accorto di essere l’unico a scuola che non l’aveva mai letta. Il che non era bello)

di Alessandro Baricco

IL LIBRO

Olive Kitteridge” di Elizabeth Strout (uscito da Fazi) ha vinto il premio Pulitzer nel 2009, ed è stato definito “un romanzo in racconti”.

La scrittrice, originaria del Maine, vive a New York

* * *

C’è poi questa idea di letteratura, a me estranea, che definirei così: registrare la stupefacente normalità dei viventi, con tutta l’obbiettività possibile, limitandosi quasi a fotografarla. Si potrebbe dire che già Balzac lo faceva, ma qui si sta parlando di qualcosa di più estremo: non ci sono di mezzo i trucchi della narrazione, e il fine non sembra quello di riportare il caos indistinto della vita nell’ordine formale di una storia. Si tratta di guardare e basta, lasciando che la luce dei viventi impressioni la pellicola della lingua. Spesso non c’è nemmeno l’ombra di un giudizio, e tantomeno una qualche morale. Non sembra importante che le vicende siano in qualche modo esemplari. Ogni frammento di vita ritratto non significa che se stesso. E’ il trionfo del reale su qualsiasi intenzione.

Ero molto piccolo quando mi son imbattuto per la prima volta in questo tipo di letteratura: mi avevano regalato, irragionevolmente, un volumone con tutti i racconti di Cechov. Mi faceva imbestialire che spesso i racconti non avessero neanche un finale. Quell’uomo si limitava a ritagliare a caso dei fotogrammi nel film che gli passava sotto agli occhi, e pensava che quello fosse scrivere. Era talmente assurdo che non riuscivo a smettere di leggere, come uno che non riuscisse a risolvere un’equazione e continuasse a provarci per sempre.

Adesso so che, in effetti, in quella particolare idea di letteratura Cechov è stato il più grande: e, nel tempo, mi è piaciuto scoprire che dal seme dei suoi racconti è poi nata una jungla di libri che ho spesso amato, ma da lontano, come si può amare una campagna in cui non si andrebbe mai ad abitare, neanche morti. Ho imparato che la forma perfetta, per quel tipo di artigianato, è il racconto, non il romanzo, e che i maestri assoluti del genere sono inglesi e americani, più qualche mina vagante orientale. Gli altri ci provano, ma è come sentire un norvegese che canta ‘O surdato ‘nnammurato. Un’altra cosa evidente è che, per lungo tempo, questa particolare forma di artigianato si è intestardita in un’aspirazione sublime e per me tristissima: far sparire la voce del narratore. C’è ovviamente una logica, che già si annunciava in Cechov: se quello che vuoi è la registrazione pura del reale, è chiaro che lo scrittore deve togliersi dai piedi. Proprio sparire. Se ti immetti in un sentiero del genere, e non ti fermi per strada, arrivi al Carver truccato da Gordon Lish. E quello è stato, per un bel po ‘ di tempo, il modello assoluto: la perfezione a cui guardare.

Adesso le cose sono un po’ cambiate, e l’orlo della prodezza è riscivolato indietro, come un’onda sulla sabbia, verso intenzioni più miti. L’idea è sempre quella di lasciare che il reale impressioni quasi da sé la pellicola, ma si è ricominciato a far filtrare una certa temperatura, qualche colore caldo, qualche inquadratura innaturale, un certo fantasma di voce. Sempre foto sono, ma ci senti la mano del fotografo, eccome se la senti. Ogni tanto non è piacevole, ma altre volte, invece, è un incanto. Lì si tratta di rimanere in equilibrio tra mutismo e voce, tra freddezza e compassione, e farlo bene, e con eleganza e precisione: è una prodezza ed è qui che arriviamo alla Strout. In quel genere di equilibrismo, secondo me, lei è il meglio che c’è, morti esclusi. Lei e la Munro, diciamo (due donne, e forse non è un caso). (Ah, colgo l’occasione per annotare che il precetto femminista per cui non bisognerebbe usare l’articolo davanti ai nomi di donne – la Merkel, la Woolf – è una boiata pazzesca).

Le fotografie raccolte in Olive Kitteridge (racconti travestiti da romanzo) non le si riesce a guardare senza commozione, benché non sia chiarissimo il perché. Tutte scattate in un villaggetto della provincia americana, sull’Atlantico. Piccolo mondo, storie gigantesche o minime, di quelle che senti dalla parrucchiera. Quasi tutti i personaggi fotografati sono anziani, o sull’orlo della pensione, o giù di lì. Bisogna vederli, infagottati in quella loro pelle di carta velina, mentre spiano i battiti del cuore, un po’ a vigilare sull’eventuale infarto, e un po’ a registrare, stupefatti, l’ostinata epifania di desideri fuori tempo massimo. Sono magnifici quando si chinano sul libro mastro della loro vita a calcolare, mettendo in colonna i ricordi, una somma che non viene mai. Covano rimorsi per cui non hanno più tempo, e rimpianti che fanno fatica a ricordare. Leggono il giornale, costernati dall’aver dimenticato quale è stato il preciso momento in cui hanno cessato di avere delle opinioni. Ogni tanto squilla il telefono, e forse è uno dei figli, ormai grandi, ma poi non lo è quasi mai, e allora tornano a sciabattare in quelle loro piccole case rese enormi dal silenzio, e dalle stanze vuote. Tuttavia sono capaci di ridere, ognuno ha un segreto a cui si scalda nell’inverno di quel crepuscolo, e tutti sanno che è un dono, ogni mossa della vita – anche quel giallo del bosco, o lo zucchero sulla ciambella. Ce n’è uno, si chiama Harmon, e a un certo punto gli accade di pensare a Dio: “gli parve un salvadanaio che lui stesso aveva piazzato in cima allo scaffale e che ora aveva tirato giù per osservarlo con occhi nuovi, più attenti”.

Non so se la Strout li abbia conosciuti, ma io sì, questo è il bello, è come se fossi stato là. Lei li ha fotografati per me, con una lente di cui ignoro il segreto, e adesso io potrei riconoscere l’odore delle loro case, e sapere che sono loro da come bussano alla porta. Li lascerò entrare tutte le volte che verranno perché il bagliore della loro penombra è una delle cose che mi potranno accadere quando sarà troppo tardi per un sacco di cose e troppo presto per l’unica che fa veramente paura. Inutile dire, peraltro, che avrei piani più brillanti.

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