Una certa idea di mondo/43: Trilogia della città di K di Agota Kristof

La Repubblica 16 settembre 2012

Trilogia della città di K di Agota Kristof

“La Kristof pronuncia l’orrore del mondo e lo fa usando semplicemente il verbo essere”

* * *

(Realizzato che non si trattava di Agatha Christie ma di Agota Kristof,

mi sono arreso ai mille che non potevano credere non l’avessi mai letta)

.

di Alessandro Baricco

Rinfrascatisi un po’ con Erodoto, come detto, si può tornare ad affrontare anche i testi più impervi. Ad esempio questa Trilogia della città di K, il libro più triste che io abbia mai letto. Ma triste non è la parola esatta, figlia com’è di una sfera sentimentale vagamente borghesuccia e per bene. Solo uno come me può definire triste la Kristof, mi rendo conto. Quindi vado oltre, o almeno cerco di farlo. La Kristof pronuncia l’orrore del mondo, la tragedia dell’esistere e la ferocia dell’umano. E in questo, per quello che ci capisco io, è la migliore. Non c’è nessuno come lei.

Va ricordato che una delle ambizioni che si ama attribuire alla letteratura sarebbe proprio questa: una maestria intransigente che si spinge nel cuore fetido del mondo e riesce a pronunciarlo. Per molti, nella sua accezione più alta, la letteratura è, o dovrebbe essere, questo. Una sorta di contronarrazione che smaschera la giuliva rappresentazione del mondo che altre narrazioni ci danno. Ma vorrei ricordare che un simile precetto è rispettato da moltissima alta letteratura con una non evidentissima ma innegabile approssimazione. Diciamo in modo piuttosto blando e conciliatorio. Ma te ne rendi conto solo quando incontri la Kristof: la leggi e molti libri che sono, indubbiamente, ferite aperte, o suturate con atroce dolore, sfumano a blando entertainment. E’ incredibile come tutto Céline diventi lo sfogo di un allegro barbone, se solo stai un po’ a mollo nella Trilogia della città di K, Proust uno che aveva tempo da vendere, Salinger un innocuo scrittore per ragazzi e Faulkner un trombone sudista. Non lo sono, ma quando stai con la Kristof, lo sembrano. Perfino La strada di McCarthy (un libro il cui orrore è inarrivabile) finisce per risultarti intollerabile: se hai bisogno di liberare tutto quell’armamentario di ferocia e situazioni limite per pronunciare l’orrore dell’umano allora scrivere non è il tuo mestiere.

Ora la domanda è: come fa (faceva, ahimé) quella donna a ottenere un simile risultato assurdo? Immagino che la risposta sarebbe molto complessa, ma io ne conosco una fettina: ci riusciva perché scriveva in quel modo. Con un rigore inarrivabile. Con un controllo totale. Con una sicurezza di sé sconcertante (non becchi mai un aggettivo aggiunto lì per insicurezza). Con una forza invisibile. Con una fiducia incrollabile nell’esattezza delle parole semplici. Con un disgusto continuo per tutto ciò che non è strettamente necessario. Con un’idea monastica di bellezza. Per farvi un’idea, prendete le prime righe del terzo libro e leggete. Fate caso ai verbi. Il novanta per cento sono, semplicemente, il verbo essere. E’, sono. C’è, ci sono. Ora provate a raccontare una qualsiasi storia, o a descrivere una situazione qualsiasi, usando praticamente solo il verbo essere. Vi regalo anche il verbo avere, se proprio non ci riuscite. Tanto l’esperimento non cambia: provate a dire il mondo con quei due verbi (tutta la storia letteraria potrebbe essere riassunta nell’affinamento tecnico con cui siamo riusciti a sostituirli). Pensate un racconto in cui sempre il verbo più esatto che potete trovare è il verbo essere: benvenuti nel mondo della Kristof.

Naturalmente si potrebbe tradurre tutto questo nel termine «freddezza», ma per come la vedo io la Kristof è la scrittrice che, anzi, ha smascherato definitivamente la freddezza come stilema letterario. Secondo me lei ha insegnato una volta per tutte che esiste effettivamente un processo possibile di sottrazione, nello scrivere, e che esso ha due risultati possibili: nei mediocri, la freddezza, nei grandi scrittori, la verità. (Va da sé che, vivendo in un mondo presidiato dai mediocri, le due cose risultano spesso, e tragicamente, equivalenti). La Kristof era tutto tranne mediocre.

Il che, peraltro, introduce una domanda che ha a che vedere con quell’effetto verità che trasuda dalle sue pagine. La domanda è: ma è vero? Ma l’umano è davvero quell’orrore? Non sarà anche quella una proiezione letteraria, uno stilema, una forma di retorica ben camuffata? A essere cattivi come i suoi personaggi, la domanda te la devi fare. Ecco come risponde la Kristof: ci sono due umani uno di fronte all’altro e a un certo punto uno dice che lui scrive. Cosa?, chiede l’altro. Non ha importanza, dice il primo. Ma l’altro insite: mi piacerebbe sapere se scrive delle cose vere o delle cose inventate. Ed ecco la risposta. «Le rispondo che cerco di scrivere delle storie vere, ma, a un certo punto, la storia diventa insopportabile proprio per la sua verità e allora sono costretto a cambiarla. Le dico che cerco di raccontare la mia storia, ma che non ci riesco, non ne ho il coraggio, mi fa troppo male. Allora abbellisco tutto e descrivo le cose non come sono accadute, ma come avrei voluto che accadessero». Ed ecco, in questo modo, enunciata una splendida teoria della letteratura. Scrivere libri significa puntare i piedi davanti alla verità, dopo averla vista. E’ la magnificenza di un passo indietro, animale e di danza. Ovviamente dovrebbe essere proibito a chi non dispone della paura e dell’eleganza necessarie.

* * *

IL LIBRO

Agota Kristof  Trilogia della città di K,  Einaudi

(trad. di Armando Marchi, Virginia Ripa di Meana, Giovanni Bogliolo) 

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