Una certa idea di mondo/1: Andre Agassi, Open. La mia storia

La Repubblica 13 novembre 2011

Una certa idea di mondo/1

I migliori cinquanta libri che ho letto negli ultimi dieci anni

Mi resta ancora del gioco, non so quanto. Ma un po’ ce n’è

.

(Comprato perché me l’hanno consigliato due amici, tutt’e due più giovani di me, tutt’e due sceneggiatori.

Sempre fidarsi degli sceneggiatori, quando leggono)

.

di Alessandro Baricco

Beh, non l’ha scritto lui, d’accordo. L’ha scritto J. R. Moehringer, uno che nel 2000 ha vinto il Pulitzer per il giornalismo: e che, obbiettivamente, è di una bravura mostruosa. Non bisogna pensare però che si sia limitato a fare da ghostwriter: gli è riuscito di dare ad Agassi una voce (una vita l’aveva già, e micidiale) e una diabolica abilità nel raccontare. Risultato: di Moehringer ti scordi subito e ti ritrovi in viaggio con un Agassi che non ti saresti mai aspettato e che non smette un attimo di parlare. Se parti, non scendi più fino all’ultima pagina. Roba che i famigliari protestano e sul lavoro non combini più un granché.

In genere, quando un libro riesce a ottenere un simile risultato contiene una di queste quattro domande: chi è l’assassino? Il protagonista troverà se stesso? Ma alla fine si sposeranno? Chi dei due vincerà? Open ne contiene tre su quattro, e le intreccia molto bene: le possibilità di sottrarsi alla trappola sono pari a zero. (Manca l’omicidio, ma se si largheggia un po’, l’idea di far allenare il proprio figlio di sette anni tirandogli 2.500 palline al giorno assomiglia molto a una specie di avvelenamento metodico, e quella era l’idea di educazione che aveva in testa il padre di Agassi).

Adesso che sono stato ad ascoltarlo, so che Agassi ha vissuto come giocava a tennis, cioè i piedi ben dentro al campo, ad aggredire la pallina mentre sale (tutti buoni a prenderla mentre scende), immaginando tutto a una velocità irragionevole, e collezionando sciocchezze mostruose e invenzioni sublimi. Intanto che faceva tutto questo, cercava un senso alla sua vita, e se si ritorna con la mente a quel pagliaccio in hot pants di jeans e capelli tinti sparati sulla testa che giocava come un flipper, la cosa risulta poco credibile: ma non se apri il libro e gli dai una chance. Alla fine bisogna arrendersi, sembrava deficiente ma non lo era. O almeno: era intelligente in un modo molto barbaro, e quindi affascinante.

Non sarebbe poi stato molto differente, il giovane Werther, se solo nasceva nel 1970 a Las Vegas. Tutto molto superficiale, ma quando ad esempio ti fa capire le porzioni di vita che possono viaggiare in una pallina da tennis che schizza su del cemento, in assenza di qualsiasi profondità, e nell’ossessiva ricerca di poche linee dipinte di bianco, un’idea te la fai, molto fisica, di come l’infinito possa correre sulla pelle del mondo senza prendersi la briga di scendere in qualche altro posto, nel sottosuolo. Serve giusto una mente altrettanto veloce e leggera, e poi tutto ritorna a posto.

Agassi aveva (ha) una mente di quel tipo, e ce l’avevano (magari in modo un po’ più rudimentale) quelli intorno a lui. (Gente capace di dire frasi come questa: «Andre, certe persone sono termometri, altre termostati. Tu sei un termostato. Non registri la temperatura in una stanza, la cambi». Brutale, semplicistico, ma anche vero, in un certo modo, e molto utile se te lo dicono quando stai per uscire per la prima volta con la donna dei tuoi sogni). Pallina dopo pallina, volano le domande e le risposte sulla vita, schizzando sul cemento dei pensieri, e alla fine quella a cui assisti è un’unica, grande, affascinante partita giocata da un ragazzo contro il buco nero che si porta dentro: che poi è la stessa partita che giochiamo tutti, lo si voglia o no. Ne ho letto infiniti resoconti, e quello di Agassi ha una sua elementare bellezza sintetica che vale più di mille centrini letterari (romanzi all’uncinetto, non so se mi spiego). Sul finire della carriera, quando ormai vinceva e perdeva da secoli, quando aveva già ricominciato da capo un paio di volte, quando stava in campo solo grazie alle iniezioni di cortisone, i giornalisti iniziarono a chiedergli come mai non smetteva. Era una domanda giusta, giustamente porta a uno che non aveva mai smesso di pensare “Io odio il tennis”. Ecco la risposta di Agassi: «È così che mi guadagno da vivere. E poi mi resta ancora del gioco. Non so quanto, ma un po’ ce n’è». Ho in mente decine di domande a cui vorrei esser capace di rispondere con una così barbara esattezza. (Se ad esempio mi chiedete perché non smetto di scrivere, vi beccate una conferenza di almeno mezz’ora).

Tutto sommato, l’unica cosa del libro che mi è spiaciuta è il finale. L’eroe si sposa, vince e scopre se stesso. Lieto fine, ma non è questo che mi è spiaciuto. È che l’eroe scopre il senso della vita iniziando ad occuparsi degli altri, i suoi figli innanzitutto, ma anche gli altri veri: apre una scuola per bambini che non hanno la possibilità di studiare. Volontariato. Tutti felici. Sipario. È che io non ci credo. A me risulta che la ricerca del senso è una sorta di partita a scacchi, molto dura e solitaria, e che non la si vince alzandosi dalla scacchiera e andando di là a preparare il pranzo per tutti. È ovvio che occuparsi degli altri fa bene, ed è un gesto così dannatamente giusto, e anche inevitabile, necessario: ma non mi è mai venuto da pensare che potesse c’entrare davvero con il senso della vita. Temo che il senso della vita sia estorcere la felicità a se stessi, tutto il resto è una forma di lusso dell’animo, o di miseria, dipende dai casi.

Peraltro, è anche possibile che mi sbagli. È giusto un pensiero istintivo — un certo modo di vedere il mondo.

* * *

Il libro

Andre Agassi, Open. La mia storia Einaudi Stile Libero

* * *

vedi anche:

Stefano Gallerani “Open. La storia di Andre Agassi

Alias Il manifesto 24 maggio 2011

* * *

Roberto Alfatti Appetiti “L’irriverenza nel tennis si chiama Andre Agassi: un libro racconta come il campione battè il Drago

Secolo d’Italia 25 maggio 2011

* * *

Cristiano de Majo “Andre Agassi

Rivista Studio luglio agosto 2011

* * *

Francesco Longo “In cerca di un padre

Il Riformista 14 settembre 2011

* * *

Pier Marrone “Agassi, Leibnitz e gli automi spirituali

Moralia on the web  29 gennaio 2012

* * *

Paolo Nori “Due alternative

Libero 15 giugno 2012

* * *

Alessandro Piperno “Che romanziere questo tennista

Corriere della Sera 1 agosto 2012

* * *

Antonio Sacco “Dalla racchetta alla penna. Agassi diventa best-seller

Il Mattino 4 settembre 2012 

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...