Nicoletta Tiliacos La signora Socrate

Il Foglio 25 agosto 2012

La signora Socrate

Meno indignazione e più logica, l’antica e nuovissima idea della filosofa Franca D’Agostini per far funzionare davvero la democrazia

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di Nicoletta Tiliacos

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Intervistato qualche tempo fa da Repubblica al momento del suo congedo dall’Università, il filosofo del pensiero debole, Gianni Vattimo, alla domanda su quali allievi considerasse con più orgoglio ha fatto solo nomi maschili: gli scrittori Alessandro Baricco e Giuseppe Culicchia, il filosofo Gianni Carchia.

Con una sola eccezione femminile: “Tra le filosofe salvo solo Franca D’Agostini”, ha detto Vattimo, dopo aver ammesso di essere effettivamente “un po’ misogino”. Aggiunge ora che l’ex allieva “è sempre stata di una serietà minacciosa, senza essere una bigotta, e anche molto indipendente (non nascondo che avrei preferito un’allieva più fedele). Ai miei occhi, ha anche il difetto di credere che, diffondendo la logica e svelando alla gente i meccanismi della propaganda, si possa salvare il mondo. Ma è davvero brava e competente e prende molto sul serio il suo lavoro. Forse è quello che più la distingue da me”.

Franca D’Agostini, gentile ma determinata militante del “primum philosophare, dopo si può fare tutto il resto”, ringrazia sorridendo Vattimo anche se, ci dice, “tutto sommato non mi rallegro troppo di quel complimento, perché probabilmente sono anche l’unica donna filosofo che Vattimo -che misogino lo è sul serio – conosce abbastanza bene per apprezzare quel che fa. Vorrei anche dirgli che per me logica e analisi dell’argomentazione non salvano affatto il mondo: sarebbe fantastico, se bastasse questo. Semplicemente: i ragionamenti e gli argomenti sono il materiale primario della democrazia, il suo cibo essenziale; dunque meglio diffonderne di buona qualità, non contaminati”.

Torinese, classe 1952, ultima di sei fratelli, cresciuta in una famiglia di avvocati (da cui, probabilmente, la passione per l’argomentazione), Franca D’Agostini insegna Filosofia della scienza al Politecnico di Torino, è sposata, ha due figli ed è nonna di una ragazza di sedici anni. E’ autrice di saggi – tra i quali ricordiamo “Analitici e continentali” (1997), “Disavventure della verità” (2002), “Verità avvelenata” (2010), “Introduzione alla verità” (2011) e il recente manuale di logica intitolato “I mondi comunque possibili”, questi ultimi tre editi da Bollati Boringhieri, che a ottobre manderà in libreria “Menzogna”-, e collabora da tempo alla Stampa e al manifesto. E’ però su Repubblica, il giorno di Ferragosto, che è uscito un suo intervento sul problema della vaghezza, intesa come “l’antica e perenne incertezza dei nostri giudizi sui confini” considerati nelle loro “ricadute pratiche, morali, politiche, giuridiche”.

In un mondo di chiamate alle armi dogmatiche e di manicheismi strumentali, senza cedere di un palmo ai relativismi di ogni tipo (e senza mai perdere di vista il fatto che il bene e il male esistono, così come la verità, e che vanno riconosciuti), la studiosa segnala con chiarezza le insidie di una visione della realtà che non tiene conto della vaghezza, appunto, di certi confini. Scrive D’Agostini “si tratta anzitutto di riconoscere che la vaghezza è vera, nel senso che è un fatto autenticamente osservabile dei nostri linguaggi e della realtà stessa in cui ci muoviamo. Chi non vede la vaghezza, non soltanto è accecato dalle proprie convinzioni, ma è anche fatale vittima degli ingannatori borderline, perché si priva degli strumenti intellettuali utili per dire: ‘no, un momento: mi stai ricattando e non lo accetto, mi stai minacciando e non puoi farlo’. In secondo luogo si tratta di ricordare che, come mostravano Platone e Aristotele contro i Megarici, non è affatto vero che non c’è torto né ragione, e non c’è giusto né sbagliato: piuttosto si tratta di tagliare, nel continuo della realtà, il giusto e l’ingiusto, la ragione e il torto. Siamo noi, evidentemente, a tagliare, e non sempre la realtà ci dice dove farlo. Ma certo è che ci sono tagli buoni e tagli cattivi”. Di qui l’estrema importanza dell’arte di tagliare”, che, lei dice, “è l’arte di parlare, e di pensare”, e cioè di “vedere e dire la verità”. Arte non facile.

Franca D’Agostini è di sinistra, cosa che rivendica “per due fondamentali ragioni. La prima è, per così dire, caratteriale: ho una specifica e personale avversione per l’ingiustizia, che intendo nel senso rawlsiano di ‘mancanza di equità’, e capisco che altri possano avere gusti e tendenze diversi. La seconda è che a mio avviso la filosofia è la prospettiva dei deboli, che politicamente sono gli individui del demos. In effetti i concetti filosofici fondamentali, l’unum (o l’esse), il verum, il bonum – vale a dire: realtà, verità, bene e loro sinonimi e derivati – sono una prerogativa del pensiero individuale, sono le sue forze e le sue armi. In questo senso lavorare sull’unum verum bonum significa lavorare per la democrazia, e di qui la strettissima connessione tra ‘sinistra democratica’ (nel senso in cui la intendo) e filosofia”.

Dice però D’Agostini: “Il vero rischio per il potere non è quando il popolo è indignato, ma quando incomincia a pensare, e usare le sue armi critiche”. L’insofferenza per i luoghi comuni moralistici sembra sia un dato costante dell’argomentare di Franca D’Agostini. Ci dice, per esempio, che le è piaciuto molto “La libertà delle donne. Contro il femminismo moralista” (il melangolo), scritto dalla filosofa della politica Valeria Ottonelli, e che ha apprezzato “Godete!” (add), di Alessandra Di Pietro, sulla stessa lunghezza d’onda. Questa insofferenza per certo bacchettonismo travestito da progressismo la potrebbe accomunare – come ha fatto il direttore del Foglio in un articolo uscito sul numero dello scorso 17 agosto – a un altro intellettuale di sinistra, il sociologo dell’“école barisienne” Franco Cassano. Il quale ha ragionato sull’“Umiltà del male” (titolo del suo pamphlet pubblicato nel 2011 da Laterza), e cioè sul pericolo, per certa sinistra malata di “narcisismo etico”, di ostinarsi a ignorare e a negare la “zona grigia” che è il campo in cui si giocano molte fondamentali battaglie politiche e di conquista del consenso. Ben sapendo, scrive Cassano, “che la scelta di creare un consenso vasto e popolare è piena di trappole e tentazioni”, e che “alla fine della strada si può scoprire di essere diventati troppo simili a coloro che si intendeva combattere”.

Franca D’Agostini confessa invece di non vedere la contiguità tra il proprio lavoro e quello di Cassano: “Nel libro di Cassano, che conosco, si esprime un disagio comprensibile: quello di chi vede ammantarsi del concetto di ‘bene’ gli ipocriti, o i fustigatori degli altri che dimenticano di fustigare anche se stessi. Se non che Cassano, che è un sociologo, si ferma qui. Invece proprio qui inizia il lavoro della filosofia, che va in direzione completamente diversa. Infatti, espressioni come’‘il male è umile’ o ‘il bene è presuntuoso’, come scrive testualmente Cassano, sono strane violazioni della sintassi dei concetti di bene e male. Che cosa significa che il bene è presuntuoso? Presumibilmente, che spesso qualche cretino presuntuoso si fa un vanto della parola ‘bene’, e in ciò si dimostra del tutto contrario al bene che dichiara di rappresentare. Ma se un ipocrita malfattore parla a sproposito di bene, devo semmai prendermela con lui, e non con il povero malcapitato concetto di bene”.

Le perplessità di D’Agostini non si fermano qui. “Capisco il tentativo di Cassano, ma procedendo nella sua direzione gli argomenti che usa diventano autocontraddittori: se lui dice che il bene è presuntuoso, evidentemente è perché pensa che sia ‘bene’ dirlo, dunque dobbiamo dire che anche lui è presuntuoso? Come ce la caviamo? E’ il vecchio argomento socratico contro i sofisti, che pensavano fosse bene condannare il bene e fosse vero che non c’è verità. La nostra cultura, allevata da Nietzsche, l’ha dimenticato”.

La passione “politica” per la logica coltivata da Franca D’Agostini, la sua idea di un “ritorno alla filosofia”, per tutti (filosofi inclusi), difesa anche di recente sulla Stampa, parte esattamente da qui. “Il punto che si tende a dimenticare – dice – è che in contesti democratici la questione morale è anzitutto una questione intellettuale. Se a decidere è uno solo, è chiaro che le sue decisioni possono provenire dal nulla, senza grande sforzo di fornire argomenti che le giustifichino: io decido di fare guerra a Tizio, e non devo affannarmi granché nel giustificare il perché lo faccio. Se ci muoviamo in un contesto oligarchico, invece, le decisioni vengono dall’accordo di vertice, dalle alleanze politiche. Ma se siamo in una vera democrazia (dove le élite politiche sono semplicemente espressione della volontà popolare) la decisione viene dalla base, e dipende anzitutto dal dibattito. Non per nulla come ripete sempre Amartya Sen, citando John Stuart Mill: la democrazia è ‘government by discussion’, governo mediante il dibattito. Se si tiene conto di questo, si vede bene il meccanismo: in una vera democrazia, l’uso sistematico e reiterato dei concetti di verità-evidenza (le cose come stanno), e verità-inferenza (se le cose stanno così, allora stanno anche così) è inevitabile: per la scelta elettorale, come per valutare l’operato di un governo, devo sapere per quanto è possibile come stanno le cose, e come far funzionare la mia conoscenza. Ecco dunque l’incrocio di ragioni pratiche e ragioni teoretiche, logiche e conoscitive, che la filosofia tardo-moderna ha voluto dimenticare. E’ il vecchio intellettualismo socratico: l’implicazione da intelligenza a bontà (senza presunzione)”.

Un esempio lampante di questa impostazione socratica, D’Agostini l’ha dato a proposito del famigerato video in cui la giovane Terry De Nicolò, amica di Giampi Tarantini, dichiarava che “per avere successo devi essere pronta a venderti tua madre”. Sulla Stampa, invece di scandalizzarsi, ha scritto freddamente che Terry “ha incominciato a riflettere, a darsi ragione dei fenomeni, quindi si è fermata: esattamente al punto in cui si fermavano i nichilisti dell’Òttocento, e a cui sono ancora fermi molti autorevoli intellettuali contemporanei… Se continuasse le sue riflessioni, forse scoprirebbe anche, con sorpresa ancora maggiore, che i suoi argomenti sono già stati sconfitti nel V secolo avanti Cristo. Il punto principale – così direbbe Socrate redivivo – non è il vendere la madre… Devi sempre chiederti: quanto? Per quanto sei disposto a venderti e a vendere? E quanto o che cosa sei disposto a cedere, in cambio? Ti accorgerai che non c’è limite: quando avrai venduto la madre dovrai vendere qualcosa d’altro, e poi ancora e ancora”.

Meno indignazione, più logica e più filosofia, quindi, per far funzionare meglio la democrazia, che è poi “la forma di governo che la specie umana nel suo percorso evolutivo ha escogitato per raggiungere la maggiore felicità politica, conciliando libertà e giustizia”.

Posizioni come questa riscuotono il plauso del critico Alfonso Berardinelli, che recensendo sul Foglio “I mondi comunque possibili” (il 7 aprile scorso), notava che la filosofa, “come in passato Guido Calogero, insiste sul fatto che l’impresa logica è un’impresa etica e la democrazia ha bisogno di ragionamenti ben fatti”. Ma queste stesse sono anche le posizioni che provocano l’ironia, sia pur benevola, di Gianni Vattimo… “Eppure – ribadisce D’Agostini – il legame tra logica (e verità) e democrazia, non così bizzarro nei paesi di lingua inglese, mi sembra ovvio. Se accettiamo l’idea di ‘government by discussion’, si vede bene che in una democrazia non soltanto nominalmente tale il confronto di argomenti è la vita stessa dell’agire pubblico: è come l’acqua per la pioggia. Insegnate ai cittadini ad argomentare bene, e prevarranno i migliori, dicevano i sofisti. Argomentare bene significa argomentare in funzione del bene proprio e altrui, aggiungeva Socrate. Io direi anche: se tutti ragioniamo e argomentiamo meglio, globalmente il confronto si fa più interessante e stimolante”.

Il legame tra democrazia e informazione, democrazia e verità, non sembra difficile da vedere, a queste condizioni, e D’Agostini si sorprende che Richard Rorty o Vattimo abbiano concepito la verità come “nemica della democrazia”. Riflettere sul vero e il falso può chiarire a suo avviso anche il cosiddetto “populismo berlusconiano”. “Il fenomeno Berlusconi è in fondo piuttosto semplice: un industriale delle comunicazioni che per ragioni sue (e sulle ragioni si può discutere) si è impadronito della democrazia di un paese, usando gli strumenti di cui disponeva. Poteva farlo, lo ha fatto. Ora il problema è che, considerato il vantaggio mediatico di cui godeva, l’operazione non gli è riuscita troppo bene. In effetti, Berlusconi aveva un bel po’ di problemi pregressi: processi in corso, e vari sospetti pubblici sulle sue attività e ricchezze. Ha dunque dovuto mettere in moto un apparato di autodifesa e di manipolazione ideologica, che ha creato quello che Hannah Arendt chiama ‘menzogna organizzata’: la diffusione di una versione dei fatti composta di mezze verità, quasi falsità, e semplici falsità. In un simile contesto, la pace sociale non può che rompersi, visto che l’altra versione dei fatti prima o poi ricompare e presenta le sue ragioni. Abbiamo avuto quindi una democrazia malata, attraversata da tensioni che distolgono l’attenzione dal bene comune”.

Però Berlusconi è stato più volte sconfitto: questo non significa forse che il gioco democratico ha continuato a funzionare? “Beh, evidentemente per me no: vuol dire che l’operazione non gli riusciva troppo bene. Ma questa è la mia opinione, e in fin dei conti non vorrei parlare più di tanto di Berlusconi, una persona che non conosco. Invece credo sia interessante riflettere insieme sul passaggio avvenuto tra il 2008 e il 2011: gli anni del declino culturale del berlusconismo. Perché questo declino? Per me la risposta è abbastanza chiara: allora sono emersi in Italia i social media, che vuol dire: tramonto dei media tradizionali, e affermarsi di un regime diverso, la cosiddetta ‘cultura partecipativa’ del Web 2.0. I social media sostituiscono alla manipolazione di vertice un intreccio di comunicazioni più o meno manipolate e falsificate, ma che provengono in massima parte dalla base. Il popolo del Web 2.0 non è il popolo-massa tardo-moderno, vittima della manipolazione di vertice; è una somma di individui deliberanti e selezionanti, in modo più o meno sbagliato, o arbitrario. Sul Web si creano rapidamente ‘cascate informative’ (da un click ‘mi piace’ a due, e da due a mille), e altrettanto rapidamente si dissolvono. Ma soprattutto: su Internet, tutti hanno grande facilità di mentire e tutti possono, volendo, smascherare, la menzogna. E’ chiaro che tutto ciò sembra destinato a sconfiggere le vecchie procedure di aggregazione del consenso. Secondo me non è affatto un male”.

Oggi, Franca D’Agostini si dice “non troppo negativa sul futuro dell’Italia, anche se è un paese che sconta certo debolezze peculiari, per esempio il fallimento del processo di riconciliazione dopo la Seconda guerra mondiale, o il fallimento del processo di modernizzazione che doveva avviarsi con il Sessantotto. Ma le condizioni per lavorare ci sono, e possiamo sfruttarle: per esempio cominciando a insegnare e a imparare filosofia e logica, fin dalle elementari”.

Magari con l’antica favola esopica del lupo e dell’agnello, che in fondo è anche una fantastica lezione di logica: il povero agnello, a valle del fiume, accusato dal lupo, a monte, di intorbidargli l’acqua: una scusa per mangiarselo. All’agnello sappiamo che andò malissimo, perché in effetti, nel mondo degli animali di Esopo, non vigeva propriamente il principio democratico. Agli esseri umani, spera Franca D’Agostini – e noi con lei – può andare meglio.

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