Franco Cordelli Risposte (non volute) dal passato

Corriere della Sera – La Lettura 8 luglio 2012

David Dalla Venezia .

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 . . .Suspense

Risposte (non volute) dal passato

Una vita ordinaria, finché un suicidio della gioventù rimescola le carte. Julian Barnes, che con questo testo ha vinto il Booker Prize, mette anche in scena l’incertezza del ricordo

di Franco Cordelli

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Nonostante il finale rocambolesco gli è stata assegnata la qualità di capolavoro. Ma II senso di una fine di Julian Barnes, proprio per quel finale, non lo è. Semmai è un seduttivo romanzo. La parola «romanzo» è opportuna e di per sé pacificatrice: romanzo, anche troppo. «L’autentica letteratura (così dice Phil Dixon, il giovane professore “fresco di studi a Cambridge”, agli ancor più giovani suoi allievi, i futuri attori della vicenda rievocata prima e indagata poi da Tony Webster), l’autentica letteratura trattava delle verità psicologiche, sentimentali e sociali che emergevano dalle azioni e dai pensieri dei protagonisti; il romanzo si fondava sugli sviluppi di un personaggio nel corso del tempo». Sarebbe difficile affermare che questa frase sia falsa o menzognera. Ma non è tutta la verità. Per sua vicissitudine, il romanzo non è solo questo: uno sviluppo nel corso del tempo; è tante altre cose, può essere perfino un punto fermo, un luogo in cui non vi sono personaggi o personaggi cui l’autore intenda prestare troppa attenzione: alle loro psicologie, sentimenti, azioni.

Così non è per Julian Barnes; e così non è per lui in quanto scrittore inglese, intrinseco d’una tradizione. Si è sottolineato come in Barnes, autore de Il pappagallo di Flaubert o di Oltremanica (racconti che già nel titolo legano Inghilterra e Francia), la piega modernista del romanzo francese abbia avuto un’influenza. A me tale influenza sembra apparente e più tematica che qualsiasi altra cosa. Do un esempio di come nella sua poetica Barnes abbia ben chiaro il problema. Nel corso di un’intervista a domanda rispose: «Si ricorda quel che diceva Nabokov? Diceva che i suoi personaggi erano come schiavi ai remi, erano lì per essere frustati. Lui era un esempio di scrittore votato a un controllo assoluto. La posizione di chi vorrebbe vedere i suoi personaggi prendere strade che li portano lontani dalla propria volontà è di certo più romantica, più sentimentale. Io mi trovo in una via di mezzo: comincio avendo un’idea di quel che faranno i miei personaggi, poi mi scontro con i limiti imposti dalla narrazione e la mia volontà funziona fino a un certo punto. È anche vero che non programmo mai nulla fino in fondo, altrimenti scrivere sarebbe molto meno interessante. Detto questo rimango io il capo». Ecco, appunto, rimane lui il capo: una frase interessante.

Quel che non è vero per Nabokov, il quale si esprimeva sempre per paradossi, e quel che non è vero in genere — che l’imprevedibilità eventuale di un’azione, di un comportamento, del pensiero d’un personaggio sia romantica — è vero per Barnes ed è due volte vero per questo Barnes (vincitore del Booker Prize 2011), o meglio per l’autore e per il suo personaggio-narratore, per il già nominato Tony Webster. Un altro elemento che la ricezione ha, quasi deliziandosene, rilevato: la qualità media di Webster, il suo essere un uomo comune. Anche questo è vero, è lui stesso a ripeterlo fino allo sfinimento, quasi che il lettore non avesse capito ciò che gli era stato detto dalle prime pagine. Ma il trucco di Barnes e del suo libro è questo: non è solo Webster che vuole rassicurare se stesso, come per tutta la vita si è rassicurato («Avevo chiesto alla vita di non turbarmi troppo»); è Barnes che vuole rassicurare il lettore. Gli sta dicendo: stai attento, ciò che leggi ti riguarda, l’uomo che parla è come te, ciò che lui ha fatto da ragazzo e pensato da adulto (parte prima e seconda del romanzo) è più o meno ciò che tu avresti potuto fare o pensare.

A che scopo? Con la mera e squallida intenzione di avere più lettori, di camuffare da libro commerciale un libro che nelle intenzioni non lo è: un libro che è un racconto di filosofia quotidiana, un romanzo sul tempo, sul tradimento, sulla colpa e, più di tutto, sul rimorso, su ciò che non può essere perdonato, che è irreversibile, ultimativo, finale? Non credo che in Barnes ci sia un così astuto machiavello.

Il suo intrigo è più semplice. Nella prima parte del romanzo egli (ossia Tony Webster) riassume la propria esistenza dal suo punto di vista attuale di pensionato, separato e con una figlia a dir poco remota. Meno remoto è il passato più lontano, l’adolescenza, quando furono giocate le carte di ciò che la vita sarebbe stata, vieppiù accelerando il sentimento del tempo. Le ultime pagine di questa prima parte, nel riassumere i pochi fatti salienti della vita di Webster (d’ogni vita) diventano più veloci, anzi sommarie, velocissime. Non a caso (è una sottolineatura dell’autore) Webster porta l’orologio rovesciato, con il quadrante al polso, «proprio accanto alle pulsazioni cardiache». I due metronomi forse coincidono, ma nessuno vuole sapere. Nessuno tranne il capo, Julian Barnes. Ciò che non si vuole troppo sapere (né deve saperlo lo sciocco lettore, che come Webster proprio non vuole capire) è perché Adrian, uno dei vecchi amici, si sia impiccato a ventidue anni. Né Webster vuole saperne di più su se stesso in relazione alla moglie Margaret, una donna non meno prudente e ordinata di lui. Semmai, un’idea in più su Veronica, che fu il primo amore: l’amore finì quando lei spostò i suoi interessi su Adrian, che tra gli amici era il più intelligente, quello che sul concetto di storia come fallimento conoscitivo aveva pronunciato verità drastiche.

D’altra parte la storia è malandrina, può rovesciarsi, può diventare ben più lacunosa e oscura di quanto non temessimo. È ciò che accade a Webster quarant’anni dopo (siamo nella seconda, più concettuosa parte) quando ritroverà il fantasma di Adrian, ovvero di se stesso. Ma è a questa altezza che il gioco, se così vogliamo chiamarlo, si complica all’inverosimile (un inverosimile, sia chiaro, verosimile), abbastanza da giustificare le innumerevoli locuzioni ammiccanti — gli «è giusto?», i «mi spiego?», i «dico bene?» — di un narratore che alla fin fine non accetta di apparire inferiore al filosofo amico; e da illustrare — come ben dice in quell’intervista lontana — la ferma convinzione di Barnes d’essere uno scrittore che, per quanto ad altri consegni la voce, è un capo, l’unica autorità.

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