Wolf Hall di Hilary Mantel

La Repubblica 22 luglio 2012

Holbein il Giovane  Ritratto di Thomas Cromwell

. . .

Una certa idea di mondo

I migliori cinquanta libri che  ho letto negli ultimi dieci anni

 

Il libro

“Wolf Hall” di Hilary Mantel

(Fazi editore traduzione di Giuseppina Onero)

 

di Alessandro Baricco

 

(In effetti era quello che mi dicevano: uno di quei libri che verso le sette di sera inizi a pensare che poi a letto ti aspetta lui)

 

Il romanzo storico di qualità è un raro animale anfibio che nella catena genetica del raccontare sta in un in­terstizio nascosto tra il fumettone indegno e il capo­lavoro letterario alla Memorie d’Adriano. Dato che il rischio del capolavoro letterario è privilegio di pochi, la tendenza più abituale è scivolare indietro nel fumettone, parola che mi farebbe comodo non stare nemmeno a spiegare e che invece eccomi qui a spie­gare: è quando scrivono in quella lingua così priva di ambizioni, o incapace di sottigliezze, da rendere im­possibile al lettore di gusto superare la ventesima pa­gina senza la mesta impressione di essere lì a mangia­re fois gras direttamente dalla scatoletta. Spesso si tratta di raccontatori eccellenti, ma va anche capito che se uno viene da buone letture, e magari da qual­che Shakespeare, la pretesa di vedersi la tavola alme­no un po’ imbandita non è un’arrogante snobberia, è giusto la cosa più naturale del mondo. Va anche det­to che il romanzo storico impone, nella sua apparente semplicità, tutta una serie di prodezze tecnico-sti­listiche che lo rendono di una perfida difficoltà: se mai dovesse accadervi di scriverne uno sappiate che vi troverete nella necessità di mettere in bocca delle bat­tute a Carlo Magno, o di fare andare a letto Abelardo ed Eloisa, o di sedervi a tavola a una cena da Madame de Pompadour: tanti auguri. Io trovo incredibile co­me tanti narratori si infilino in simili scalate da sesto grado superiore con un equipaggiamento stilistico che supera di rado l’infradito. Mi verrebbe da chie­dermi come mai non c’è qualcuno che li ferma in tem­po, ma poi mi ricordo quante copie vendono e allora la domanda mi sembra un tantino meno urgente. (Niente da dire, peraltro, contro quel tipo di pubblico: anche io sono così quando, ad esempio, compro una bicicletta: semplicemente non ho passato abba­stanza tempo a pedalare per capire certe differenze, o aspettarmi molto di più che un funzionamento se­reno e felice: è solo questione di gesti che non si è fat­ti a lungo, o molte volte: si hanno gusti semplici, non scemi, semplici. Quindi, amici come prima).

Riassumendo: contro ogni logica matematica, se ami la Storia e adori i romanzi avrai i tuoi bei pro­blemi a trovare un romanzo storico che ti piaccia. Io l’ho trovato quando certi amici mi hanno rifilato questo Wolf Hall, insistendo sul fatto che non era af­fatto quello che pensavo e portandomi all’incredi­bile risultato di spararmi settecento pagine su un Cromwell che poi, oltretutto, non era nemmeno quel Cromwell.

Questo, di nome, fa Thomas, Thomas Cromwell, e sui libri di storia non c’è, o quasi, perché fu sì un uomo dal potere immenso, ma declinato in modo inappariscente e sordo. Privo di funamboliche acrobazie fu il suo destino. Holbein il Gio­vane ne fece un ritratto che io trovo splendi­do: Cromwell vi compare diafa­no, sfuggente e illeggibile: tut­tavia è chiaro che se c’è qualcuno che non vorresti mai trovarti contro è quell’uomo. Abilissimo negli affari, era venuto su dal niente scalando l’Inghilter­ra di Enrico VIII con due sole capacità, ma esercita­te a livelli straordinari: la fermezza e la capacità di risolvere problemi. Aveva forse una sua deontologia professionale, uno spiccato senso dell’onore, e un’i­stintiva grandezza d’animo: tuttavia il gioco del potere era piuttosto duro, ai tempi, e di tali virtù fece uso mol­to misurato e sapiente. Veniva dal nulla, ebbe quasi tut­to e morì all’età di 55 anni in un modo che, visto il ge­nere di lavoro che faceva, va considerato banale: un boia gli staccò la testa (pare fallendo il primo colpo e quindi complicando un po’ la faccenda).

Poiché inappariscente, Thomas Cromwell non par­rebbe l’eroe ideale per un romanzo storico, e qui sta la prima mossa di talento della Mantel: l’averlo scelto – cosa che in un istante la mette a spiare la Storia da die­tro, dagli occhi di un personaggio di seconda fila. È un bel trucco perché i re, i papi, le Marie Stuarde sono in questo modo personaggi che sfilano mai troppo vicini, sempre riflessi in uno specchio, spesso rimbalzati da voci altrui: leggermente sfocati, risultano improvvisa­mente più raccontabili. A questa accortezza la Mantel ha fatto seguire almeno due altre mosse di cui le sono stato grato. La prima è che scrive bene e non ha ritenu­to opportuno dimenticarsene. Non scrive neanche tanto semplice, e questo, per il lettore che ha pedalato molto, è di infinito sollievo perché lo porta a quel mi­nimo di fatica che lo fa sentire rispettato. Potrei dire che addirittura ha uno stile, e non sbaglierei di molto. È una scrittrice, ecco, non solo una narratrice. E infine, ha la­vorato su un patrimonio di erudizione sterminato, ma non sta a ricordartelo in continuazione. Ha studiato molto, ma non si sente. Questa è una cosa su cui, negli anni, sono diventato intollerante: non perdono a nes­suno scrittore di farmi intravedere le ore passate in bi­blioteca, o a informarsi sul terreno, o a intervistare la gente: mi piace che quelle fatiche scompaiano nel gor­go del testo, fuse in maniera invisibile con la storia, questo sì. Ma quelli che non hanno la pazienza, o la ca­pacità, di fare questa fusione, non li sopporto. Lascia­re sulla superficie di un libro le tracce di quanto hai stu­diato è una cosa penosa come poche altre: oserei dire che siamo ai livelli delle spalline del reggiseno in pla­stica trasparente. (Non potrei giurare che la Mantel non le abbia mai messe, ma so che in questo libro non le mette mai. Thank you, madam).

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