Una certa idea di mondo/29: Dave Eggers – L’opera struggente di un formidabile genio

La Repubblica 10 giugno 2012

Una certa idea di mondo

I migliori cinquanta libri che ho letto negli ultimi dieci anni

Dave Eggers – L’opera struggente di un formidabile genio

“Eggers ci mette tanta voglia di vivere, i ridere, e di essere straordinari”

di Alessandro Baricco

(Come si fa a non comprare un libro in cui l’autore ha anche scritto, e a modo suo, il colophon?)

. . .

Altro libro d’esordio che, quando lo lessi, mi lasciò secco. La cosa che mi colpì, allora, fu da subito la quantità d’energia che c’era là dentro. È un tratto tipico dei primi libri: si viene da anni di compressione, di materiale accumulato, di vita mai urlata, e il primo libro è come aprire una diga. Defluisce fuori di tutto, a cascata, con un gusto per lo spreco e un eccesso di generosità che poi passerai la vita a giudicare assolutamente idioti e, simultaneamente, a rimpiangere come qualcosa di cui non sarai mai più capace. La forza di questo Eggers era talmente alluvionale che aveva allagato tutto: prima ancora che il libro iniziasse, era già esondata in parti di libro che di solito fanno storia a sé: c’era una prefazione che era una sorta di racconto postmoderno, dei ringraziamenti che duravano per sedici pagine, uno schemino con le più ricorrenti metafore usate nel libro (con relativa spiegazione), e poi di nuovo ringraziamenti a cascata (si ringraziavano anche le Poste Americane). A quel punto rimaneva, intatto, giusto il colophon (quei credits un po’ fiscali che nemmeno guardate mai, nella prima pagina di sinistra): la cosa, a Eggers, dovette sembrare spiacevole, così la realtà dei fatti è che se voi leggete il colophon lo scoprite scritto da lui: naturalmente, invece di qualche riga anonima, vi trovate interessanti annotazioni sul mondo e sulle tendenze sessuali dell’autore. Senza scherzi, era tutto fantastico.

Poi, naturalmente, c’era il libro vero e proprio, e lì di solito casca l’asino (ecco salvata un’altra espressione in via d’estinzione) perché va bene aprire la diga, ma poi devi essere un ingegnere idraulico, e un maestro di argini, per ottenere qualcosa che possa chiamarsi un libro, se non addirittura un bel libro. Anche in quello, tuttavia, Eggers era straordinario. C’era di mezzo un sacco di maestria, e tonnellate di tecnica, ma la cosa sorprendente era vederle sparire nella corrente del racconto, e lasciarsi dietro di sé giusto la magia di una naturalezza assoluta che per qualche ragione misteriosa correva disciplinata, e perfetta. Non c’è molta gente, in giro, capace di cose del genere. Così mi ricordo che mi levai il cappello, com’era giusto, e semplicemente mi arresi all’idea che c’era gente, viva, molto più brava di me.

Va detto che la storia raccontata da Eggers nel libro è, letteralmente, la sua storia: tanto che lui ama catalogare questo suo primo libro come un volume di Memoires, e non un romanzo. A sentir lui, non si è nemmeno preso la briga di cambiare i nomi. Quel che gli era toccato in sorte era di vedere i genitori morire, uno dopo l’altro, di tumore, in modo straziante e inatteso, e poi di cercare di occuparsi di un fratellino piccolo, rimasto lì un po’ sbandato. Di per sé, non sono vicende particolarmente gaie, ma il modo che lui ha di raccontarle è talmente splendente (non saprei trovare un’altra parola) che mi sarebbe difficile trovare un altro libro con tanta voglia di vivere, e di ridere, e di essere straordinari. Sul serio, se siete a corto di motivazioni, e se svegliarvi al mattino non vi sembra l’irresistibile miracolo che è, entrate in questo libro e vi sentirete coglioni già prima della fine dei ringraziamenti.

Riprendendo in mano il libro, per scrivere questa pagina, sono andato a cercare una certa scena in cui lui e il fratellino giocano a frisbee su una spiaggia californiana (me la ricordavo così splendente), ma poi non la trovavo e così sono finito a leggere a caso, godendomela di nuovo, esattamente come la prima volta, fino a quando non sono finito in una scena che invece non ricordavo, probabilmente perché non ero ancora abbastanza padre, allora, per notarla, essendo la scena quella in cui lui (ventun anni) accompagna il fratellino Toph (sette anni) a giocare a baseball e si trova in mezzo alle madri, sulle gradinate, con quel tipico stato d’animo che hanno i genitori quando vanno a vedere il figlio che fa sport, e che se non hai provato non puoi nemmeno lontanamente immaginare: un penoso misto di commozione, di preoccupazione e di tensione che ti fa invecchiare (o ringiovanire, non l’ho capito) di anni. È bella tutta, la scena, ma in particolare c’è un pezzetto da applausi, e quindi lo cito qui, se non altro per darvi un’idea di cosa sia possibile fare di Sua Maestà Il Monologo Interiore se solo hai abbastanza talento da parte.

“Attento, sospettoso, osservo Toph interagire con gli altri bambini.

– Perché ridono, quei bambinetti?

– Di che cosa ridono? Del cappello di Toph? È troppo grande?

– Chi sono quelle teste di cazzo? Li spezzo in due, piccoli bastardi.

– Ah, no.

– Ah no, era solo quello. Solo quello. Eh, eh, eh.”

Adoro quando qualcuno usa i totem della tradizione letteraria per involtolare l’insalata. E fa con il piede sinistro quello che, neanche tanti anni prima, era un’acrobazia da sciancarti il cervello.

(Diversamente da Inka Parei, Eggers ha continuato a scrivere con brillanti risultati, evidentemente ritenendo la cosa di una certa soddisfazione: ma va anche annotato, tanto per proseguire la riflessione inaugurata la scorsa domenica, che nel frattempo ha aperto una casa editrice, messo su due riviste, e fondato una scuola, a San Francisco, in cui insegna creative writing ai bambini, nella convinzione che saper padroneggiare la lingua e saper raccontare siano due armi che possono rendere le cose maledettamente difficili a quelli che, da grande, cercheranno di tenerti buono. Voglio dire: neanche l’ha sfiorato l’idea che fare lo scrittore potesse bastare. Prendere, e mettere da parte).

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