Una certa idea di mondo/37: Charles Dickens “Tempi difficili”

La Repubblica 5 agosto 2012

Charles Dickens – disegno di Tullio Pericoli (da: “Ritratti” Adelphi 2009)

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Una certa idea di mondo

I migliori cinquanta libri che ho letto negli ultimi dieci anni

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Charles Dickens “Tempi difficili”

“Adoro come scrive Dickens, perché non c’è nessuno con quella luce nella scrittura”

Alessandro Baricco

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(Dovendo salvarsi la vita, niente di meglio che un Dickens, anche uno a caso)

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Mettendo da parte Il circolo Pickwick – libro a cui devo moltissimo, ma per ragioni squisitamente private, e quindi insignificanti – io nei confronti di Dickens ho il seguente, curioso rapporto: adoro lui e non amo particolarmente i suoi libri. Non voglio dire che adoro il personaggio e non lo scrittore, non è questo: io adoro come scrive, non c’è nessuno con quella luce nella scrittura, e quella salvezza. Ma non c’è un suo solo libro che potrei definire un capolavoro, e forse neanche uno che sia riuscito a leggere senza una certa fatica. In realtà li confondo un po’ tutti, e forse quando penso a Dickens, al suo modo di scrivere, penso a un unico splendido, smisurato testo che mi è accaduto di leggere qua e là, senza neanche troppa urgenza di orientarmi in modo più preciso. Così ho la vaga sensazione che Tempi difficili mi sia piaciuto più di altri romanzi (se non altro l’ho finito) ma non potrei giurarci, e infatti la ragione per cui ne parlo qui non è la sua bellezza, che ricordo appena, ma una circostanza fortuita: il fatto che, in questa particolare edizione pubblicata da Einaudi, Tempi difficili sia seguito da un breve saggio di George Orwell dedicato a Dickens. E quello sì, lo ricordo con certezza, è straordinario. È lì che ho scoperto come la leggera discrasia che mi permette di adorare come scriveva Dickens ma non cosa scriveva, sia un fenomeno che non riguarda solo me: anzi, leggendo quelle pagine sono arrivato a pensare che sia l’unico approccio corretto che si può avere al grande genio inglese.

In pratica il saggio di Orwell potrebbe intitolarsi così: perché diavolo amo così tanto Dickens quando so con certezza che i suoi libri fanno acqua da tutte le parti? Vi assicuro che la lettura è esilarante. La parte più sviluppata, a tratti furibonda, è quella dedicata al far acqua da tutte le parti: ma bisogna immaginare che non c’è una riga di questo saggio che non sia pervasa da un’ammirazione cieca, quasi sconsolata. Più mena mazzate, più deve finire per riconoscere che quell’uomo era un genio. E bisogna vedere che mazzate: il messaggio sociale di Tempi difficili? «Una colossale banalità». Le trame dei libri di Dickens? «L’ultima cosa che ci si ricorda di quei romanzi è la vicenda principale». I suoi personaggi? «Non hanno una vita mentale. Cominciano come le silhouette della lanterna magica per poi ritrovarsi in una pellicola di terz’ordine». Riassumendo: un autore piuttosto ignorante, un caricaturista, uno scrittore incapace di sviluppare i personaggi, un uomo il cui ideale di vita non andava al di là di una vecchia casa coperta d’edera, una moglie dolce e femminile, una tribù di bambini e nessun lavoro. Critica sociale: poca roba, giusto un patetico auspicio di un capitalismo buono. Sesso: «quasi al di fuori della sua portata». Non è strano che, più meno a metà del saggio, Orwell si sia preso la briga di scrivere la seguente frase: «A questo punto, chiunque ami Dickens, e sia arrivato a leggere fin qui, probabilmente ce l’avrà con me».

E invece non ce l’hai con lui, perché non c’è una pagina di questo saggio, per quanto rabbiosa, che non sia una sofisticata glorificazione di Dickens e della sua arte singolare. È un modo piuttosto perverso di ammirare qualcuno, ne convengo, ma se avete la pazienza di leggere la citazione che sto per staccarvi, capirete che è un modo possibile, e anzi luminoso. Sono dieci righe di un’intelligenza che a me è sembrata strepitosa. Nel testo sono precedute da una micidiale paginetta in cui Orwell dimostra, fuori da ogni ragionevole dubbio, come Dickens fosse tristemente incapace di far agire i suoi personaggi, di farli normalmente vivere, cosa che spiega perché si limitasse a disegnarli – splendide figurine – per poi direttamente buttarli in qualche scena melodrammatica, l’unico modo che conoscesse per fargli accadere qualcosa. Ed ecco le dieci righe (le parentesi sono mie): «Naturalmente sarebbe assurdo affermare che Dickens è uno scrittore superficiale o puramente melodrammatico (l’ha appena fatto!). Molto di ciò che scrisse è estremamente realistico e forse nessuno è mai riuscito a eguagliare il potere evocativo delle sue immagini. Quando Dickens descrive una cosa una volta, la si vede per tutta la vita (commovente). Ma in un certo senso (ah, ecco, c’è un ma) la concretezza della sua visione è proprio un segno di ciò che a lui manca (si può essere più perfidi?). Perché in fondo è questo che vede sempre lo spettatore casuale: l’aspetto esteriore, ciò che non è funzionale, la superficie delle cose. Solo chi non è davvero interessato al paesaggio riesce a vedere il paesaggio (non è un genio?) ».

Alla fine, non sapendo più a cosa appigliarsi per convincere se stesso che Dickens non gli piace, Orwell tira in ballo Tolstoj, tanto per avere un termine di paragone capace di disintegrare Pickwick e tutti quegli altri. Per dirla con le sue parole, «i personaggi di Tolstoj sono in grado di valicare le frontiere, quelli di Dickens possono essere ritratti su una cartina di sigaretta». Io, personalmente, baratto volentieri tutta Guerra e Pace per tre pagine di Grandi Speranze, e non vedo la necessità di interessarsi a quel trombone del conte Vronskij quando si può avere a che fare con uno come Snodgrass. Tuttavia concordo con Orwell che «nessuno è costretto a scegliere tra uno o l’altro più di quanto sarebbe costretto a scegliere tra una salsiccia e una rosa». Che tra l’altro ho sempre trovato di una noia sconcertante – le rose.

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