Una certa idea di mondo/34: Colazione da Tiffany di Truman Capote

La Repubblica  15 luglio 2012

Truman Capote

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Una certa idea di mondo

I migliori cinquanta libri che ho letto negli ultimi dieci anni

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Il libro

Colazione da Tiffany” di Truman Capote (Garzanti, traduzione di Bruno Tasso)

(Era una cosa che rimandavo da anni:

capire come Truman Capote potesse aver scritto un romanzetto del genere)

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di Alessandro Baricco

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Ogni tanto, se fai il mio mestiere, accade che ti chiedano qual è il libro che avresti voluto scrivere. Per un po’ di anni ho risposto I Tre Moschettieri, e non era una risposta snob, era una cosa sincera. Da qualche anno, invece, mi sono convinto che il massimo, per uno scrittore, è questo: aver scritto Colazione da Tiffany e anche A sangue freddo. Faccio fatica a immaginare una più cristallina e incontestabile esibizione di bravura. Già scrivere uno dei due sarebbe un risultatone: ma come sia riuscito Truman Capote a concepirli e costruirli tutti e due, questo davvero mi sfugge. A rigor di logica l’autore di A sangue freddo dovrebbe vomitare leggendo Colazione da Tiffany, e viceversa. Ma evidentemente per Capote erano solo stagioni diverse del suo essere autore. È questo tipo di talento, esibizionista, inutile e potenzialmente infinito, che mi ha sempre affascinato: alla fine gli scrittori per cui davvero vado matto sono quelli che hanno finito per confutarsi da se stessi: per dire, Moby Dick e Bartelby lo scrivano si sopprimono a vicenda: non è fantastico?

Tornando a Capote (un uomo che se avessi avuto il privilegio di incontrare avrei sicuramente trovato insopportabile), va detto che, dei due libri citati, quello veramente geniale è A Sangue freddo, d’accordo. Per quello che ci capisco io, ci sono tre o quattro libri, in tutta la storia moderna dei libri, che sono riusciti a ottenere letteratura limitandosi a raccontare fedelmente un fatto di cronaca: sono così pochi che non si può nemmeno parlare di genere: sono miracoli e basta. Uno è sicuramente A sangue freddo. Ho provato tante volte a capire perché gli riesca l’acrobazia in cui naufragano in modo grottesco tanti altri libri con la stessa ambizione, e non sono mai riuscito veramente a capire. Ma credo che sia innanzitutto una sovrumana abilità nel frenare: lo stile, l’immaginazione, la partecipazione emotiva. In quel libro la parte geniale è tutto quello che non c’è. Ma comunque. L’ho letto più di dieci anni fa e questo mi esime dal parlarne qui: vi spiace se passo a Holly Golightly?

Purtroppo c’è il film. Il problema con Colazione da Tiffany è che per un po’ continua a fare capolino l’insopportabile Audrey Hepburn del film di Blake Edwards. Sulla questione, ecco come stanno le cose: le donne vanno matte per Audrey Hepburn mentre per tutto il pubblico maschile (Truman Capote compreso) Holly è evidentemente Marilyn Monroe. Come che sia, uno legge il libro e ha quelle due che sbucano da tutte le parti, e all’inizio c’è un po’ di confusione.

Ma poi Capote prende il controllo e allora vedi Holly, solo lei, e chiaramente capisci che se ci sono dieci personaggi femminili davvero indimenticabili nella letteratura del Novecento, lei è una delle dieci. Quelle fantastiche tirate. Lo humour sempre, soprattutto nella tristezza. Il fatto che se deve leggere la lettera di un fidanzato, prima si mette il rossetto. Cose così. Verso la fine, quando ormai il film te lo sei scordato, dice una frase che se solo avessi letto a trent’anni forse mi avrebbe fatto risparmiare un sacco di tempo: «Non può continuare così per sempre, a non sapere che cos’è tuo finché non lo butti via». Verso l’inizio, invece, quando ancora nella mia mente ha la voce e le curve di Marilyn Monroe, stacca un breve dialogo che immagino farò scrivere a caratteri eleganti, prima o poi, su un muro un po’ defilato della Holden, dove i più pazienti lo leggeranno, o quelli più disposti a sopportare la realtà delle cose. È un dialogo tra Holly e il narratore, un aspirante scrittore che abita sotto di lei. Si sono appena conosciuti, e si stanno giusto presentando.

Lei: Dimmi, sei un vero scrittore, tu?

Lui: Dipende da quello che intendete per «vero».

Lei: Be’, tesoro, c’è qualcuno che compera quello che scrivi?

Naturalmente la faccenda non è tutta lì, è più complessa, e tuttavia c’è anche un modo di rotolare sulle cose – di rotolare divinamente sulle cose – che dalle cose gratta via una qualche verità. Ecco, tra l’altro, quel che fa tutto il libro, dalla prima all’ultima pagina: rotolare, ed è dubbio che molti abbiano ottenuto una tale fluidità, leggerezza e soavità. Anche per questo, il libro è incomparabilmente più riuscito del film, coerentemente a un verdetto che avrei deciso di assumere come definitivo, tanto per semplificarsi la vita, almeno in questo genere di cose: se sai che un film viene da un libro, il libro è più bello. (Anche Full Metal Jacket viene da un libro, ma non lo sai, e infatti è incomparabilmente più bello del libro). Non escludo che adottando questo sistema si finisca per prendere qualche granchio gigantesco: ma il risparmio di tempo è evidente, e vale pure qualche errore.

Per la cronaca – e per confermare quanto appena detto – il libro non finisce nel modo disdicevole in cui finisce il film, e questo perché è un libro, cioè il prodotto di una civiltà che sapeva, e ancora sa, qual è il passo del commiato, e l’arte di lasciare andare una storia lontano, quando il suo tempo è colmato.

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