Una certa idea di mondo/23: Il Gattopardo

La Repubblica 29 aprile 2012

Una certa idea di mondo. I migliori cinquanta libri che ho letto negli ultimi dieci anni

 Il Gattopardo

“Niente potrà mai togliere al Gattopardo la magica capacità di incarnare non il talento di uno scrittore ma quello di una lingua”

(Se li rileggi, sono classici. Se addirittura li ricompri, allora quella è una malattia)

Alessandro Baricco

. . .

Tra le misurate soddisfazioni che riserva l’avere una certa età non bisogna dimenticare il privilegio di rileggere certi libri dopo aver avuto il tempo di dimenticarne quel tanto che basta a non sentirsi idioti. Io, per esempio, col Gattopardo sono al terzo giro, e francamente l’ultima volta non mi ricordavo esattamente come finiva (probabile che c’entri, un’altra volta, ma in altro modo, l’età). Non ci sarei arrivato se la Feltrinelli non avesse deciso di festeggiare i suoi 50 anni, nel 2005, ripubblicando alcuni suoi libri leggendari in un’edizione speciale, vintage (copertina originale, formato tascabile): uno, arancione e piccolino, era appunto il migliore, e unico, romanzo scritto da Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Comprato e divorato in un paio di giorni. L’autore, si dice, lo scrisse invece in un paio di anni, quasi sessantenne, senza prima aver mai esercitato la professione di scrittore. Quando il libro uscì, nel 1958, lui non era già più lì a godersi lo spettacolo, perché sottratto alle cose care da una morte prematura e rapidissima. Avrebbe forse avuto un destino un po’ meno beffardo se Vittorini, che all’Einaudi aveva ricevuto il libro, non avesse giudicato inopportuno il pubblicarlo, diventando così, oltre a molte altre nobili cose, l’uomo capace di bocciare in una vita sola Il gattopardo e La paga del sabato (di Fenoglio), facendo di due capolavori due mesti libri postumi. E non aveva neanche un ufficio marketing che gli soffiava sul collo!

Da allora sono passati tanti anni, ma l’evidenza di un libro toccato dalla grazia non ha abbandonato il Gattopardo. Difficile che ti riesca, in un colpo solo, di scrivere benissimo una storia meravigliosa con cui spieghi alla perfezione un pezzo di storia del tuo Paese. A beccarne due su tre è già una prodezza. Va aggiunto che, come se questo non bastasse, il Gattopardo ebbe anche un suo significato per così dire sociale, quando, finalmente uscito, polverizzò i numeri dell’italietta di allora, e inaugurò quello spalancamento del pubblico dei lettori di cui noi, molti anni dopo, avremmo goduto i frutti prelibati e le inevitabili storture. Per dirla semplicemente, fece saltare il tavolo, vendendo in modo prodigioso, e da allora è stato tutto più complicato, e affascinante.

Una delle cose che si sono complicate ha a che vedere con l’italiano, intesa come lingua letteraria, e lì il Gattopardo troneggia ancor oggi come una formidabile lezione. Anche al più sprovveduto dei lettori barbari basterebbe aprirlo per capire che qualcosa è successo. Dov’è finita quella lingua raffinata, esatta, ricchissima, sensuale, molto fisica, ed elegantissima? Quando leggi Gadda pensi com’era bravo lui, quando leggi Calvino pensi come sei scarso tu, ma quando leggi il Gattopardo quello che pensi è: com’è bello l’italiano. Niente potrà mai togliere a quel libro questa magica capacità di incarnare non il talento di uno scrittore ma quello di una lingua, e di certa civiltà letteraria. Credo che la cosa abbia a che vedere con la sua assenza di virtuosismo, la sua naturalezza, la sua normalità. Non c’è forzatura spettacolare, c’è il solo srotolare le potenzialità di un lessico sfavillante, nel rispetto di certe ataviche armonie ritmiche, con il gusto di ogni suono prezioso, e con l’ambizione a non perder per strada nessuna esattezza possibile. Non mi va di fare esempi, non sarebbero convincenti, bisogna provare per capire, ma certo alla decima riga, al placarsi di un rosario in casa, già ti si spalanca davanti la minuscola epifania di una frase come questa: «Adesso, taciutasi la voce, tutto rientrava nell’ordine, nel disordine, consueto». (Quando diavolo abbiamo smesso di scrivere taciutasi? E perché?). Trenta pagine più in là, se ne torna il Principe a casa, reduce da un gita di salute presso la sua abituale prostituta amante di fiducia, e nella notte macina la strada in un dubbio stato d’animo e ammorbato dalle chiacchiere di padre Perrone, il prete da cui, per una simmetria etica tutta da spiegare, si era fatto accompagnare. Be’: «Il Principe lo ascoltava appena, immerso com’era in una serenità sazia, maculata di ripugnanza». (Quando diavolo abbiamo smesso di credere che maculata sia leggermente diverso, e in taluni casi più preciso, e in ogni caso più musicale di macchiata?). Ma, come dicevo, bisogna leggere, per capire.

A scanso di equivoci, ci tengo a chiarire che scrivere come Tomasi di Lampedusa sarebbe, oggi, ridicolo. Vorrei anche sottolineare come la grottesca imitazione di quella naturale eleganza abbia prodotto per lungo tempo, nel nostro Paese, una sorta di galateo letterario che la migliore narrativa italiana degli ultimi venti anni si è incaricata, con successo, di fare a pezzi. Detto questo, so che il Gattopardo aiuta a ricordare tre cose, a mio avviso irrinunciabili: primo, l’italiano è una lingua fantastica, quindi sarebbe bene, quando si scrive, tramandarla tutta intera, e magari non indugiare troppo nella scorciatoia dei dialetti; secondo, scrivere libri è una cosa, parlare un’altra, e se dovessi spiegare meglio mi verrebbe da dire che nella scrittura letteraria una lingua nazionale diventa adulta, nel parlare torna bambina (esperienze, peraltro, entrambe fondamentali); terzo, che se togliete allo scrivere libri l’ambizione di abitare pienamente e in modo sontuoso una lingua – da padroni, da esperti, da esploratori – ne deturpate il profilo a tal punto che chiunque sufficientemente sveglio e paziente sarà in grado di scrivere un libro: il che, come spero di non dover spiegare, non è affatto la conquista di civiltà che si crede.

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