Antonio Damasio “Perché la nostra mente è come una sinfonia”

La mia anima è una misteriosa orchestra, non so quali strumenti suoni e strida dentro di me; corde e arpe, timballi e tamburi. Mi conosco come una sinfonia.”

Fernando Pessoa  Il libro dell’inquietudine

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La Repubblica 18 aprile 2012

Il neuroscienziato, ospite a “Incroci di civiltà” racconta il suo nuovo saggio sulla coscienza
Antonio Damasio “Perché la nostra mente è come una sinfonia”
Marco Filoni

L’incontro

Antonio Damasio inaugura “Incroci di civiltà”, festival di letteratura che da oggi al 21 aprile porta a Venezia 24 autori di 17 paesi. Damasio, di cui Adelphi pubblica “Il sé viene alla mente” sarà oggi alle 17 alla Scuola grande di San Rocco. Tra gli ospiti Carofiglio, Calasso, Sem-Sandberg, Enquist e Alicia Gimenez-Bartlett

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Una delle capacità del nostro cervello è quella di creare mappe. Ma se dovessimo creare noi una mappa del nostro cervello, in molte parti dovremmo scrivere: hic sunt leones. Il cervello è un territorio impervio e in gran parte sconosciuto. Alcuni scienziati, come esploratori coraggiosi, tentano di conquistare terreno per scoprire il funzionamento di questo splendido, misteriosissimo organo. Antonio Damasio è uno di questi. Anzi, è forse il più audace e temerario degli esploratori. Neuroscienziato di fama mondiale, nato a Lisbona, oggi insegna a Los Angeles dove dirige anche il Brain and Creativity Institute. Deve la sua notorietà ai suoi studi sulla fisiologia delle emozioni, sulla memoria e sull’Alzheimer, nonché ai suoi fondamentali libri (tradotti in Italia da Adelphi). In questi giorni è a Venezia, dove stasera ritirerà il Premio Bauer-Ca’ Foscari e inaugurerà la rassegna di incontri internazionali “Incroci di Civiltà”. Proprio oggi esce per Adelphi anche il suo ultimo libro, Il sé viene alla mente, un libro su come il cervello costruisce la mente cosciente.

Lei inizia il libro con una citazione di Pessoa: l’anima come “una misteriosa orchestra” e la conoscenza di sé “come una sinfonia”.

«Sono portoghese e Pessoa fa parte della mia cultura. E l’analogia con l’orchestra ci spiega bene cosa sia la vita umana. Pensiamo a un brano da suonare. C’è un progetto da realizzare, il brano stesso, poi c’è il direttore d’orchestra, i musicisti, ecc. Ma affinché il progetto si realizzi non basta suonare le note nel modo corretto: ci sono anche i tempi da rispettare, la linea verticale della partitura. Ecco, la vita umana è un po’ la stessa cosa».

 Fernando Pessoa
Illustrazione di Tullio Pericoli

E la coscienza che parte gioca?

«La coscienza è un grandioso brano sinfonico. Possiamo dire che è l’ingrediente principale della mente, che altrimenti sarebbe soltanto cervello, capace di poche operazioni di base. La mente cosciente invece ha differenti livelli di “sé”: il sé primordiale, il sé nucleare, il sé autobiografico. Noi condividiamo con diversi animali un tipo di coscienza molto semplice, che si può distinguere con il termine sentience. In inglese equivale a coscienza, ma per esser più precisi è la condizione dell’essere senziente. E infatti è un termine più antico di coscienza, deriva dal latino sentire. Questo è sostanzialmente un “sé primordiale” che permette di avere sensazioni, come provare dolore e piacere. Ma non di riflettere su queste sensazioni».

Cosa che possiamo fare noi esseri umani.

«Grazie ad altri livelli come il sé nucleare e il sé autobiografico. Così siamo in grado non solo di essere senzienti, ma anche “riflettenti”. Ovvero abbiamo la capacità di speculare su noi stessi e su quello che ci succede. Anche nella prospettiva della storia e la memoria: ogni cosa che ci accade è un’eco di quello che abbiamo passato e assume senso in ciò che succederà poi».

La coscienza è quindi ciò che ci permette di dare senso alle cose?

«Proprio così. Il livello di base ha a che fare con le sensazioni, il resto della coscienza dà un quadro migliore e più chiaro di quello che significano le cose».

E questo aspetto riflessivo che rapporto ha con il corpo?

«Ogni azione materiale è modellata e forgiata dal cervello. C’è una costante fusione fra cervello e corpo. Tanto che basta tagliare questo legame che tutto collassa. È il caso dei danni al tronco cerebrale, come avviene in certi casi di coma: tutto crolla, fisicamente e mentalmente».

Nel libro cita una massima di Francis Scott Fitzgerald: «chi per primo inventò la coscienza commise un gran peccato».

«Mi piace molto Fitzgerald: è stato uno scrittore brillante e mi lega a lui il fatto che abbia passato gli ultimi anni della sua vita a Los Angeles, dove vivo. Quando Fitzgerald cercò di scrivere per il cinema, fallì miseramente. Questo perché era troppo letterario, troppo sofisticato, mentre gli Studios volevano storie veloci, dialoghi facili e poca riflessione. Da questo suo fallimento si può evincere l’idea che aveva: il fatto che la coscienza, pur straordinaria, ha un lato oscuro, perché ci dice chi siamo e dove falliamo. Ha una doppia faccia».

Possiamo dire che la coscienza è una sorta di sceneggiatura della nostra vita?

«Sì, è giusto, e possiamo mettere le due metafore che abbiamo usato in parallelo: come esseri viventi abbiamo alla base una sinfonia e poi, quando raggiungiamo il livello del linguaggio, abbiamo una sceneggiatura. E questo è quello che facciamo: scriviamo le cose, tutte le volte».

Federico Fellini Prova d’orchestra

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Quindi siamo noi che “scriviamo” la nostra coscienza?

«Ne siamo gli autori in lar­ghissima parte, ma non del tut­to. In passato la natura ha scrit­to per noi. Perciò non siamo completamente padroni del nostro destino: spesso ci trovia­mo a far fronte a cose che non volevamo ma semplicemente sono successe».

E questa consapevolezza è sempre un bene?

«Più sappiamo come siamo fatti, più possiamo capire come funzioniamo. Certo, c’è la dop­pia faccia, quasi pericolosa (e mi viene in mente Hitchcock), di cui parlava Scott Fitzgerald, che ci mostra la tragedia della vita: vivere e morire. Eppure questa conoscenza è la sola possibilità che abbiamo di aiutare gli altri a vivere meglio».

Perché le veniva in mente Al­fred Hitchcock?

«Lo amo molto, in particolare il film L’uomo che sapeva trop­po. Verso la fine del film, il pro­tagonista interpretato da James Stewart, dice più o meno così: “anche un po’ di conoscenza può esser troppo pericolosa”. E in effetti nel film farà una brutta fine».

Che importanza ha la biolo­gia nel suo lavoro?

«Tutto si può capire meglio se lo si guarda in una prospettiva biologica. I nostri sistemi biolo­gici sono sistemi economici, ovvero sistemi che operano in un ambiente sociale. Questo ci può aiutare a comprendere la nostra società che, in fondo, si com­porta come un sistema biologi­co, basato sul successo e sul fal­limento. I sistemi morali, reli­giosi, economici, così come le leggi o la medicina e le arti, non sono altro che una proiezione di un sistema biologico».

E questo vivere biologico co­me si concilia con la coscienza che abbiamo di noi stessi?

«La nostra condizione di vi­venti è una lotta contro la ma­lattia e la morte. È una battaglia costante, dobbiamo sempre lottare per mantenere una “condizione omeostatica”. Questa condizione oscilla fra il buon funzionamento e il cattivo funzionamento. Sin dall’inizio biologico ed evolutivo, storica­mente, appaiono questi yin e yang, uno nella forma del piace­re e l’altro nella forma del dolo­re. E vivere è stare nel mezzo. Dobbiamo navigare fra il trop­po dolore che ti uccide e la trop­pa felicità, che ti uccide lo stes­so».

È soddisfatto delle sue ricer­che?

«No, per nulla: sono riuscito a chiarire alcune idee, ma ne ho scoperte altre da sviluppare e studiare. Per dirla ancora con Scott Fitzgerald, alla fine del Grande Gatsby. siamo una nave che va sempre controcorrente, un po’ andiamo avanti e un po’ torniamo indietro».

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Radio3 Scienza

Un caso di coscienza

18/04/2012

 
È uno dei più celebri studiosi della coscienza, il frutto proibito dei neuroscienziati. Ha firmato uno dei maggiori bestseller scientifici di sempre, L’errore di Cartesio. E oggi ricomincia da capo, nel tentativo di sciogliere il velo di mistero che ancora circonda gli aspetti più intimi della natura umana. Al microfono di Radio3Scienza Antonio Damasio, neuroscienziato della University of Southern California e autore di Il sé viene alla mente(Adelphi, 2012).
Al microfono Marco Motta
La musica di oggi è Courante. Moderato, III mov. da Suite n.5 di Leopold Godowsky-Johann Sebastian Bach eseguita da Carlo Grante
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Verifiche 2011 – Anno XL n° 1-3
In questo numero:

Premessa di F. Chiereghin

Saggi
G. L. Brena, L’errore di Cartesio e il gergo di Damasio
S. Fuselli, «In principio era l’emozione»
Per una lettura della teoria di Antonio Damasio
F. Chiereghin, Emozione, comprensione e azione nell’opera d’arte

Discussioni
R. Nobili, Come il sè viene alla mente (sul nuovo libro di Antonio Damasio)
S. Mezzalira, Intenzionalità e azione nel mondo delle emozioni. Damasio e i suoi critici: rilevanza filosofica di un dialogo scientifico

Interventi
P. Giuspoli, Is it Phenomenology’s Time? Recenti studi sulla fenomenologia, scienze cognitive e neuroscienze

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