Carlo Rovelli La piccola lezione del neutrino “lento”

La Repubblica 11 aprile 2012

Illustrazione di Nicoletta Ceccoli

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Il fisico spiega che cosa ci insegna l’errore sulla velocità della particella

La piccola lezione del neutrino “lento”

Carlo Rovelli

La saga dei neutrini più veloci della luce sembra volgere al termine: in autunno Einstein si era sbagliato e la fisica era tutta da rifare; ora non è più vero nulla. Il pubblico può sentirsi disorientato, se non addirittura un po’ preso in giro. Cosa è successo?

Riassumo i fatti. In una galleria sotto il Gran Sasso viene condotto un esperimento, chiamato con la sigla OPERA, che consiste nel rivelare un fascio di neutrini prodotto nei laboratori del Cern a Ginevra. I neutrini viaggiano da Ginevra al Gran Sasso sotto­terra: attraversano la roccia come la luce attraversa il vetro, senza bisogno di tunnel. Nel marzo 2011 viene misurata la velocità di volo di questi neutrini, che risulta essere di un soffio superiore alla velocità della luce.

Il risultato è stupefacente perché nessun oggetto mai osservato fino ad oggi (com­presi neutrini arrivati dall’esplosione di una stella) viaggia più veloce della luce. E an­che perché la nostra comprensione dello spazio e del tempo, chiarita da Einstein, non è compatibile con l’esistenza di og­getti più veloci della luce. Se tali oggetti esistessero, dovremmo ripensare tutta la teoria fisica, che pure fin qui ha funzio­nato egregiamente. La reazione dei fisici di OPERA, quindi, è cauta. L’ipotesi ra­gionevole è un errore di misura, che po­teva nascondersi ovunque: nell’analisi teorica, in qualche effetto trascurato, nella misura della distanza, nella misura dei tempi, in qualche baco nel software, in qualche cavo difettoso, eccetera.

Per mesi OPERA ha tenuto la notizia ri­servata, cercando l’errore, ma senza tro­varlo. Il 22 settembre scorso, OPERA de­cide di rendere pubblico un documento, che conclude con le parole «L’importan­za potenziale del risultato richiede la continuazione della ricerca per investi­gare i possibili effetti non compresi che possano giustificare l’anomalia osserva­ta». Il portavoce dell’esperimento «invita la comunità dei fisici ad uno scrutinio at­tento e a ripetere la misura indipenden­temente».

Il giorno prima di questo cautissimo annuncio, il professor Zichichi telefona ad un giornalista del Giornale e fa trape­lare in anteprima la notizia di una sco­perta clamorosa. Due giorni dopo, alcu­ni giornali italiani titolano «Cern confer­ma la scoperta. Neutrini più veloci della luce». La stampa internazionale è su un altro registro e la Bbc titola: «Misure sul­la velocità della luce rendono perplessi gli scienziati».

Nei dipartimenti di fisica la reazione è incredula ma aperta: l’opinione preva­lente è che il risultato sia implausibile, ma non si debba scartarlo a priori e si debba ripetere la misura. Diversi gruppi di ricerca nel mondo iniziano esperi­menti con questo obiettivo. Diversi fisici teorici si gettano comunque sul proble­ma e propongono nuove ipotetiche teo­rie, anche strampalate, per rifare la fisica da capo.

In febbraio, finalmente, un comunica­to molto tecnico di OPERA annuncia che nelle apparecchiature di misura è stato trovato un problema che potrebbe esse­re fatale. Qualcosa di una banalità scon­certante: un cavo difettoso rallentava il passaggio di un segnale, dando origine ad un errore di misura. In altre parole, di­venta molto plausibile che non sia vero niente: come fosse uno spinotto male in­filato. Tanto rumore per nulla …

C’è un aspetto positivo di questa buffa storia: sottolinea l’antidogmatismo del­la scienza. L’attenzione prestata a OPE­RA testimonia la cifra caratteristica del pensiero scientifico: l’apertura a cam­biare idea. Neutrini più veloci della luce non sono plausibili, ma nessuno, né OPERA né la comunità scientifica, si è permesso di respingerne con sufficienza la possibilità, con l’arroganza di «sapere già tutto». Questa apertura è la scienza al suo meglio.

Una verità può averla enunciata Ein­stein, può essere stata verificata migliaia di volte, ma la scienza prende in conside­razione la possibilità che possa essere lo stesso da rivedere. Idee nuove, misure nuove, conclusioni nuove, vengono pre­se sul serio anche se cozzano contro tutto quello che sappiamo. La forza della scienza è proprio questo non sedersi su certezze acquisite: non avere dogmi. Questo antidogmatismo viscerale è la ra­gione per il suo grande successo storico: essere pronti a cambiare idea è l’atteg­giamento che ci ha permesso di non re­stare impigliati nelle nostre illusioni e comprendere meglio il mondo.

Per questo il comportamento degli sperimentatori del Gran Sasso non deve essere stigmatizzato. E’ stato sobrio e co­raggioso. Certo, se avessero controllato meglio i cavi sarebbe stato meglio, e non vorrei essere nei loro panni oggi, quando tutti si gettano su chi ha rischiato. Ma la sofferta decisione di rendere pubblica l’anomalia non è stata insensata. In scienza si deve fare così. Più imbarazza­ti, secondo me, dovrebbe essere altri.

Primo, chi si è affrettato a telefonare al­l’amico giornalista per annunciare la grande rivoluzione. Secondo, i troppi fi­sici teorici che si sono tuffati a scrivere ar­ticoli per «spiegare» la misura.

Non hanno mostrato lungimiranza. La scienza deve essere aperta alle rivolu­zioni, ma neanche prendere per oro co­lato ogni annuncio di anomalie. Va di moda cercare rivoluzioni a tutti i costi, e ci dimentichiamo il più delle volte che quello che abbiamo imparato fin qui è vero, e non ha bisogno di essere cambia­to.

E, mi sembra, ci sia una lezione da trar­re, da parte dei media. E’ molto bene che stampa e televisione si occupino di scienza. E’ bello che questo piccolo dramma che ha agitato una comunità scientifica sia stato vissuto un po’ anche dal pubblico.

Ma l’incertezza e le mezze tinte sono difficili da digerire per la comunicazione giornalistica. Spesso sono addirittura so­lo i titoli a gridare cose che non sono nep­pure negli articoli o nei servizi. Queste esagerazioni, comuni, ahimè, soprattut­to in Italia, non rendono servizio al letto­re.

Io pregherei chi si occupa di queste co­se di rispettare i lettori e non cancellare i «forse». Ne va della credibilità dell’infor­mazione. E della credibilità della scienza, bene prezioso e sotto attacco, la cui per­dita farebbe molto male all’intera so­cietà.

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una rassegna sulla “saga dei neutrini più veloci della luce”:

Neutrini in sorpasso

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altri articoli e video di Carlo Rovelli:

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Lo speciale di RAI filosofia: il tempo.

Il tempo non esiste?

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Il Sole 24 ore  4 marzo 2012

Oltre le due culture
Tutti i figli di Lucrezio
Il poeta latino seppe illuminare gli uomini sulla bellezza della natura e della ragione. Ancora oggi la sfida è trasformare in letteratura le nuove, grandiose, scoperte.

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Il Sole 24ore 26 febbraio 2012

Quella schiappa di Einstein
Albert non era bravo coi numeri, però vinse la gara con il grande matematico Hilbert scrivendo per primo le equazioni alla base della relatività

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Il Sole 24 ore 15 gennaio 2012

Smentire le nostre intuizioni è tipico della conoscenza scientifica da quando abbiamo dovuto riconoscere che la Terra non è ferma fino alla relatività di Einstein

E se il tempo non esistesse?

L’idea, vertiginosa, è apparsa per la prima volta nel 1967, quando il fisico americano Bryce DeWitt riuscì a descrivere le proprietà quantistiche dello spazio facendo a meno della «variabile t»

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Il Sole 24 ore 18 dicembre 2011

Calcoli fioriti di un altro universo

Un’idea semplice e audace per provare a guardare oltre il Big Bang:

osservare i centri concentrici nel fondo cosmico

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Il Sole 24ore 27 novembre 2011

La particella esasperante

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La Repubblica 24 settembre  2011

Troppo presto per archiviare Einstein, nella fisica le rivoluzioni sono rarissime

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Il Sole 24 ore  17 ottobre 2010

Dante e Einstein nella tre-sfera

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La Repubblica 3 agosto 2010

Marco Cattaneo “Il fisico che ammazza il tempo

Si chiama Carlo Rovelli, lavora in Francia e ha conquistato premi negli Stati Uniti con una teoria rivoluzionaria. Nata per superare le stringhe.

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