Carlo Rovelli Tutti i figli di Lucrezio

da: Il Sole 24 ore del 4 marzo 2012

Oltre le due culture
Tutti i figli di Lucrezio
Il poeta latino seppe illuminare gli uomini sulla bellezza della natura e della ragione. Ancora oggi la sfida è trasformare in letteratura le nuove, grandiose, scoperte
di Carlo Rovelli

Le Edizioni Dedalo hanno lanciato da qualche mese una collana diretta da Laura Bussotti, dall’ambizioso titolo «ScienzaLetteratura». Fin dalla sua nascita negli anni Sessanta, la piccola casa editrice di Bari si era proposta l’obbiettivo, lodevole, del «superamento delle due culture»; ma fino a ora i titoli pubblicati erano restati nell’ambito prudente della saggistica. La nuova collana apre alla letteratura, e si propone di pubblicare romanzi e racconti in cui sia protagonista la scienza. «Per chi vuole capire di cosa parliamo quando parliamo di scienza nel XXI secolo».

I primi due titoli della collana sono due bei romanzi, uno indiano e uno americano. I protagonisti sono uomini di scienza e la trama è incentrata intorno a questioni scientifiche. Il primo, Il gioco di Ayyan di Manu Joseph, racconta la vita in un istituto di ricerca di punta a Bombay. Mette in scena ambizioni e miserie di un gruppo di scienziati, osservati attraverso Io sguardo pungente di un astuto inserviente dell’istituto che viene dalla più bassa fra le rigide classi sociali indiane. Il romanzo si legge d’un fiato, e ci regala uno spaccato un po’ cinico, ma folgorante, della brutale struttura sodale indiana, più estrema e meno dissimulata, ma forse non poi così diversa dalla nostra.

II secondo romanzo, I numeri ribelli di Philibert Schogt, è un ritratto doloroso di una passione bruciante per la matematica, destinata a scontrarsi contro i propri limiti. L’ambientazione è l’America e le pene e gli entusiasmi di uno sforzo intellettuale puro sono raccontati con ironia e un pizzico di esagerazione, ma grande realismo. Si arriva a capire cosa pensano e come fanno a emozionarsi tanto per un nulla quegli strani esseri che sono i matematici. Entrambi i romanzi sono sinceri e divertenti, e d parlano di uomini e donne veri. Per chi vive il mondo della scienza non è difficile riconoscervi specchiati i pregi e i peggiori difetti di questo mondo.

Più che romanzi sulla scienza, tuttavia, si tratta di romanzi ambientati nel mondo della sdenza, o centrati su idiosincrasie e aspetti caratteriali di uno scienziato. Se I’ambientazione fosse stata l’industria della moda, o se il matematico fosse stato un pittore, trama e senso del romanzo avrebbero forse potuto non essere molto diversi. È possibile, invece, raccontare davvero l’avventura che è la scienza, in quello che ha di proprio, di specifico, e di bello? È possibile catturare e rendere lo sguardo scientifico sul mondo? La grandezza della letteratura è la capacità di comunicare le esperienze e il sentire svariato degli esseri umani nelle loro manifestazioni più diverse, regalando a ciascuno di noi squarci sulla sconfinata vastità dell’umano. La letteratura ci ha raccontato battaglie, amore, avventure, monotonia della vita quotidiana, intrighi politici, vita delle diverse classi sodali, assassini, persone banali, artisti. Sa raccontare anche l’emozione vera e profonda della grande scienza?

Certo, la letteratura è piena di scienza. Un intero filone, la fantascienza, se ne nutre. Il teatro ha affrontato la sdenza: basti lo splendido La vita di Galileo di Brecht, che coglie il cuore dell’atteggiamento critico su cui si radica il pensiero scientifico («Rimetteremo tutto, tutto in dubbio. Quello che troviamo oggi, domani lo cancelleremo dalla lavagna e non lo riscriveremo più, a meno che posdomani Io ritroviamo un’altra volta. Se qualche scoperta seconderà le nostre previsioni, la considereremo con speciale diffidenza. E solo quando avremo fallito, quando, battuti senza speranza, saremo ridotti a leccarci le ferite, allora con la morte nell’anima cominceremo a domandarci se per caso non avevamo ragione», risponde alla fine della commedia il Galileo Brechtiano al giovane assistente Andrea, che voleva trovare subito prove a favore di una bella idea). Alcuni grandi scienziati, poi, Galileo primo fra tutti con il suo rutilante Dialogo sopra i massimi sistemi, hanno scritto opere che figurano senza timore fra i dassici tanto della Scienza quanto della Letteratura.

Ma è la grandissima letteratura che ha cercato di fare direttamente i conti con la visione scientifica del mondo. L’incipit folgorante di uno dei più intelligenti romanzi del primo novecento, L’uomo senza qualità, è un arido elenco di dati meteorologici che si apre, alla fine del paragrafo, nella loro rilettura in termini quotidiani: «… era, in altre parole, una bella giornata d’agosto». Qui, e in filigrana lungo tutto il romanzo, Robert Musil prova a fare i conti con una visione del mondo aperta dai grandi successi della scienza ottocentesca: un mondo di dati e numeri. La stessa sfida, ma con altro afflato, raccoglie il grande poeta inglese John Milton in Paradise Lost, negli splendidi versi dove si interroga sulla possibilità del modello copernicano, allora ancora del tutto ipotetico: «E se fosse invece il Sole il centro del mondo, / e le altre stelle, incitate dalla sua e dalla propria attrazione, / gli danzassero intorno con cerchi diversi? / Tu vedi il corso vagante di sei di essi [Luna, Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno], / ora alto, ora basso, ora nascosto, progressivo, retrogrado, / oppure improvvisamente fermo: / e se il settimo fra loro fosse il pianeta Terra, / nonostante ci sembri così immobile? / E se senza che noi Io sentiamo, / la muovessero diversi moti?» C’è l’emozione di un immenso passo della scienza, un ridisegnarsi dell’universo, in corso di compimento. Tutto Milton respira nascostamente la scienza nuova: l’immensità del Cosmo, la natura armonica ma complessa dell’universo e dei suoi movimenti, lo spazio interstellare e la possibilità di viaggiare attraverso questo spazio, il ruolo dominante del Sole, la possibilità di vita extraterrestre… C’è in Milton tutto l’afflato della grandiosa rivoluzione concettuale che la scienza sta realizzando nel XVII secolo.

Per trovare il puro cantore della Scienza, tuttavia, bisogna forse risalire ancora, e arrivare all’immenso poeta che ha saputo unire Poesia e Scienza mostrando quanto nell’intimo questi due sguardi umani sull’universo siano simili, quasi una sola cosa: Lucrezio. Le stesse deduzioni razionali hanno in lui pura forza di poesia:«E ora se il numero degli atomi è così sterminato / che un’intera età dei viventi non basterebbe a contarli, / e se vi è la medesima forza e natura che può / congiungere gli atomi dovunque nella stessa maniera / in cui si congiunsero qui, è necessario per te riconoscere / che devono esistere altrove nel vuoto altri globi terrestri / e diverse razze di uomini e spede di fiere». Il naturalismo, che anima la scienza, non ha solo fatto soffrire Leopardi: ha anche riempito di serenità Lucrezio («A volte, come i bambini che hanno timore del buio, così noi temiamo, alla luce del giorno, per cose altrettanto inconsistenti di quelle di cui al buio ha paura il bambino»). Ed è questo permeante naturalismo a permettere a Lucrezio, l’antireligioso antico per eccellenza («A tante sciagure ha potuto indurre la religione»), di rivolgersi alla dea con sentimenti pieni di luce: «Madre degli Eneadi, delizia degli uomini e degli dei, / alma Venere, che sotto le erranti stelle del cielo / vivifichi il mare ricco di navi e le terre portatrici / di messi, poiché per opera tua ogni essere vivente / viene concepito e, nato, vede la luce del sole: / te, dea, te fuggono i venti, te e il tuo avvento / le nubi del deio; per te l’industrie terra/fa sbocciare fiori soavi, per te ridono le distese del mare, / e, rasserenato, il cielo splende di luce diffusa».

La collana «ScienzaLetteratura» di Dedalo sta già proponendo altri titoli. Da Lucrezio sono passati venti secoli, durante i quali si sono aperti via via davanti ai nostri occhi abissi di sapere nuovo e, insieme, nuovi sconfinati misteri: arriveremo a trovare qualcuno capace di cantare oggi nuovamente, e con altrettanta luce, la complessità, il mistero, e insieme la strana comprensibilità e la profonda bellezza della natura, svelati dallo sguardo della scienza?

Philibert Schogt, I numeri ribelli, Edizioni Dedalo, pagg. 192, € 14,00;

Manu Joseph, Il gioco di Ayyan, Edizioni Dedalo, pagg. 344, e 16,00

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