Pensavo facesse l’idraulico

segrè

Emilio Rentocchini ( Sassuolo, 1949) è un poeta e scrittore italiano. Insegna italiano nella scuola media di Roteglia, un paesino nelle vicinanze.

Ha lavorato soprattutto sul dialetto emiliano, ma, specie nell’ultimo periodo, anche sulla lingua italiana.

Nel 1990 si è aggiudicato il “XIX Premio nazionale Lanciano” di poesia dialettale e, nel maggio 1995, ha vinto il concorso “Detto in Sonetto” promosso dal Salone del Libro di Torino.

Gli è stato dedicato il documentario “Giorni in prova. Rentocchini, poeta a Sassuolo“, regia di Daria Menozzi (Vivo Film, 2006), con musiche di Massimo Zamboni.

Ha pubblicato:

“Quèsi d’amòur” (Grafiche Zanichelli, Sassuolo, 1986)

“Foi sècch” (Edizioni del Leone, Venezia, 1988)

“Otèvi” (Comune di Sassuolo, 1994)

“Segrè” (Libreria Incontri, Sassuolo, 1998)

“Ottave” (Garzanti, 2001)

“Giorni in prova” (Donzelli, 2005)

“Del perfetto amore” (Donzelli 2008). Recensione di Linda Altomonte (Centro Studi ASIA).

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ELZEVIRO

I versi dialettali di Rentocchini

E da Sassuolo arriva il rumore del tempo

“Una lingua buona a nominare solo ciò che sta sfumando dietro al luce”

di Giovanni Giudici

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Per leggere in originale la Commedia di Dante, il grande poeta russo Osip Mandel’stam si era messo a studiare l’ italiano. E lo aveva imparato anche per scrivere poi il suo magistrale Saggio su Dante. Senza dover essere noi Mandel’ stam (ne’ Dante), per leggere Segre’ (in dialetto di Sassuolo vuol dire “segreto” ma anche e’ il nome di un’ antica locale famiglia ebraica) abbiamo pazientemente imparato a compitare il dialetto del poeta Emilio Rentocchini (Segre’ , Libreria Incontri, Sassuolo, pp. 118, lire 18.000), un dialetto anch’ esso sempre meno nell’uso come quasi tutti i dialetti e (mi spiega Alberto Bertoni, autore dell’ eccellente prefazione) con una sua strana singolarità rispetto alla prevalente koinè emiliana. Vi si coglie, infatti, una suadente “aura” romanza. Anche per Rentocchini, come per altri Maestri di poesia in dialetto, vien subito da domandarsi se proprio debba classificarsi soltanto come “dialettale” questo Poeta che scrive in “Na lengua ch’ l’ an cress menga, ch’ l’ as scunsomma / in el cuseini vedvi, ai let di vec, / bouna a ciamer soul quell ch’ l’ e’ dre ch’ al sfomma / dre da la lus, deinter l’ arseint di spec / in dove premaveira l’ an profomma, / premaveira spieteda con i vec…”. E la risposta e’ francamente no: a ciò siamo incoraggiati, anzi quasi “obbligati”, dall’ autore stesso che a ognuna delle novantacinque (46 + 46 + 3) “ottave” che fanno le tre parti del libro giustappone con pari dignità tipografica la stessa “ottava” in italiano con uguale schema di rime e (per quanto possibile) uguale e quasi regolare prosodia: piuttosto una “variante” che una “traduzione”. E questo anche perché il Poeta, in veste di traduttor di se stesso, si concede di tanto in tanto a qualche funzionale “infedeltà” o “svista” tali da conferire alla parola poetica una ulteriore positiva ambiguità. Sicché il lettore è indotto a frequentare, quasi a pari titolo, sia l’ un testo che l’ altro. A modo di esempio si rivedano, in italiano, i versi già sopra citati: “Una lingua che non cresce mica, che si consuma / nelle cucine vedove, ai letti dei vecchi, / buona a nominare solo ciò che sta sfumando / dietro la luce, nell’argento degli specchi / dove la primavera non profuma, / primavera spietata con i vecchi…”. Con le sue otevi di boiardesca, ariostesca e tassesca memoria (ognuna delle quali è da leggersi come componimento a sè ma insieme anche come “tessera” di un disegno poematico) Rentocchini ci offre nella sua ricca tematica un dono di poesia antica e nuova: il coraggio della malinconia; la vanità delle imprese umane “in al casein / sens – e d’ la tera” (“nel casino sensato della terra”); uno sguardo impietosamente aperto sul gran finale di Vuoto e di Buio; l’ossessione del “teimp ch’ al voula, / la sbrusia ‘ d ciamer tott na voulta soula” (il “tempo che vola / la smania di dar nome a tutto una volta sola”); “la spersa voia d’ eser pio’ luntan / ‘ d n’ eser de ster pas – e, d’ aveir invan”. (“la spersa voglia d’ essere più lontani, di non essere, di sostare superati, di avere invano”); “l’ orba di occh’ i scoulten ster al fiomm” (“la tenebra degli occhi che ascoltano sostare il fiume”…). Altro fattore che sottrae la poesia di Rentocchini a un ambito dialettale che non sopporta astrazioni è nel “sensuous thought” di questo eccezionale metafisico sassolese in quel suo frequente succedersi di corti circuiti semantici che fanno della metafora l’ anima d’ acciaio del ragionativo. Un esempio possibile fra i moltissimi; un’ intera ottava: “La vetta l’ è la fnestra furastera / per dov’ as seirca – seinsa saveir se / l’ è vecia lus ch’ l’ as sera, o nova e alsera – / l’ alsera spiura ‘ d n’ eser com a s’ è ; / seinsa rais aier, inco in manera / d’ an paser che coi occ la fnestra e / veder dmateina come un furaster / ch’ al camina a l’ arversa vers aier”. (“La vita e’ la finestra forestiera / tramite cui cerchiamo – senza sapere se / e’ vecchia luce si spegne o nuova e leggera – il leggero prurito di non essere come si e’ ; / senza radice ieri, oggi in maniera / da non passare che con gli occhi quella finestra e / vedere domani come un forestiero / che cammina all’ inverso verso ieri”). Rentocchini e’ uno che certamente “ha letto tutti i libri” e forse anche per questo ci sentiamo subito di casa in un’ opera come la sua che ci rimanda ai Grandi novecenteschi della nostra nostalgia: da Machado a Eliot, da Yeats a Rilke, da Blok a Pasternak, a Frost fra i nostri (se e’ lecito) un Saba. Come Mandel’ stam udiva il “rumore del tempo”, cosi’ il nostro Poeta sembrerebbe da un suo verso l’ intonazione dantesca udire (alla rovescia, pero’ , nel silenzio!) quello del pensiero: “quesi sileinsi ch’ al penser sumelli…”. Ma non e’ anche la sua poesia un lungo, bisbigliato soliloquio dove parole lillipuziane si affollano imprigionando nei loro fili e spilli un Gulliver homo loquens, quasi loro zimbello? Infatti: “S’ a guerd a vedd, s’ a vedd a peins, s’ a peins / an vedd che al m – e penser ch’ as peinsa, e am per / un ches se quell ch’ a i ho cate coi seins / l’ è uguel al sogh dal me servel; m’ al mer / e al sel i fa divers al fin inceins / dla lus stanot e l’ orba, al neigr aver / e al vod, an i divedd ninsun cansel…”. Ossia: “Se guardo vedo, se vedo penso, se penso / non vedo che il mio pensiero che si pensa, e mi sembra / un caso se cio’ che ho provato coi sensi / e’ uguale al gioco del mio cervello; ma il mare / e il cielo li fa diversi il fine incenso / della luce: questa notte e il buio, il nero avaro / e il vuoto, non li divide nessun cancello…”.

pagina 35 (4 giugno 1999) – Corriere della Sera

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Giovanni Giudici ha scritto un altro articolo, sempre sul Corriere della Sera, il 22 agosto 2002: “Rentocchini, inno alla luna nel dialetto di Sassuolo“.

POESIA

Una raccolta di versi dell’ autore modenese ripropone l’ «ottava», sull’ esempio di Boiardo e Ariosto

Rentocchini, inno alla luna nel dialetto di Sassuolo

Il testo a fronte, in italiano, ha un valore lirico autonomo

di Giovanni Giudici

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Non sono poche le persone che continuano a diffidare della poesia moderna. «I poeti di una volta» sembrano dire «esprimevano pensieri delicati e profondi, cantavano le stelle e la luna, i grandi temi del tempo e della vita, non erano (come quelli di oggi) intimiditi dall’ altezza dell’ argomento, osavano sfidare il rischio della retorica…». Ma ecco, un cinquantenne poeta di oggi, Emilio Rentocchini che, a suo modo, sa presentarsi come un’ eccezione e riesce a farsi capire, e anzi ammirare, nel non facile dialetto di Sassuolo, nel quale ha scelto di esprimersi e, per di più, in «ottave», quasi eleggendo a propri exemplaria grandi poeti della sua terra e grandi maestri dell’ «ottava» come un Boiardo e un Ariosto. Ma, a differenza che in questi Autori di poemi cavallereschi, in Rentocchini, che rimane, dopotutto, un poeta «lirico», ogni ottava è come una poesia a se stante, un testo autonomo. Lo stesso avveniva del resto in Segrè, opera d’ esordio del Nostro, che tre anni or sono aveva in parte anticipato questo nuovo libro, dal perentorio titolo di Ottave (edito da Garzanti). In esso altrettanto autonomo e, già al primo approccio, autosufficiente e persuasivo è il testo italiano che con pari dignità tipografica accompagna pagina per pagina il testo in dialetto, nel quale (come ben osservava Alberto Bertoni nel presentare «Segrè») può cogliersi «l’ eco di un udito interiore profondissimo (ove si affastellano i suoni, le voci, i versi onomatopeici di un albero genealogico tutto sinceramente e unicamente dialettale) molto prima che la pronuncia poetica dell’ Io poetante». Ma quel che più straordinario mi sembra in Rentocchini è la sua capacità di trascendere i limiti tradizionali di tanta nostra, anche pregevolissima, poesia in dialetto per la sua capacità di sfidare, da una parte, i corti circuiti della metafora («Per l’ombra ammaccata del sentiero / veniva avanti adesso la mattina, / c’ era un silenzio vuoto come i bicchieri / messi all’ ingiù dentro la vetrina…») e, dall’ altra, di correre felicemente il rischio d’ astrattezza dei «grandi temi» o della riflessione gnomica… Quell’ idea, per esempio, del tempo che passa «però così tenero e astratto che sembra che non ammazzi» o quella «sbrùsia ‘ d ciamèr tòtt na vòlta sòula», la «smania di dar nome a tutto una volta sola», che chiude magistralmente l’ ottava 20 e che è un testo del tutto degno di una citazione per intero: «Nel pomeriggio: in quell’ ora in cui ogni luce / Si fa più quieta, rimaner fermi, stare, / segreti come i sassi; tutto s’ addensa, / e un cielo trattenuto, ma leggero, un fil di ferro / che oscilla tra due muri, un litro sfuso / col bicchiere accanto son lì a negare / perfetti, il male che si muove, il tempo che vola, / la smania di dar nome a tutto una volta sola». E perché mai, infine, da quel poeta coltissimo che sembra dimostrarsi Rentocchini non dovrebbe permettersi di cantare anche la Luna? Eccola: «Un’ anima in bilico su un corpo che non le garba / una povera luce dietro le ciminiere / che tendono al cielo solo per mestiere». E se anche la Luna non forse avvertisse, come il nostro Poeta e come la gran parte dei suoi simili, «l’ alsèra spria ìd n’ èser com a s’ ê», «il leggero prurito di non essere come si è»?

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Il libro: «Ottave» di Emilio Rentocchini è pubblicato da Garzanti, pagine 160, euro 14,20

Pagina 31
(22 agosto 2002) – Corriere della Sera

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Su Rentocchini ha scritto Patrizia Valduga, in un intervento critico intitolato “Le parole e le cose” (Sette, supplemento del Corriere della Sera, febbraio 1999).

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Nel numero del 2 agosto del 2001 il settimanale L’Espresso gli ha dedicato un articolo intitolato “Metti un Rilke a Sassuolo”.

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Molto interessanti anche:

Athos Nobili. Conversazione con Rentocchini. Da “Poker di scrittori di provincia” 1998

Adriano Napoli “Senza un prima né poi. Sulla poesia di Emilio Rentocchini”

Alberto Bertoni “Il caso Rentocchini“, pubblicato in “Mappe della letteratura europea e mediterranea. Da Gogol al Postmoderno” (pg.299-301).

Intervista ad Emilio Rentocchini del 12 dicembre 2008. Asia (Associazione Spazio Interiore Ambiente). Parte prima. Parte seconda.

Una bibliografia  è reperibile qui: Davide Scaringi “La poesia di Emilio Rentocchini“.

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