
Corriere della Sera – la Lettura 16 giugno 2013
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Le Illusioni perdute e La grande bellezza. Sorrentino al cinema celebra vizi e virtù del giornalista mondano. L’autore di «Qualcosa di scritto» mette a nudo e esalta l’archetipo letterario
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Il potere della frivolezza
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Jep Gambardella è figlio di Ermes e delle invenzioni di Diderot e Balzac
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Emanuele Trevi
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Come i fantasmi dei vecchi castelli, che scompaiono e riappaiono a intervalli di tempo imprevedibili, così i personaggi davvero insostituibili dell’immaginario, meno numerosi di quello che potrebbe sembrare a prima vista, amano ritornare alla ribalta, ben riconoscibili sotto i nuovi costumi indossati per l’occasione. Si verifica una specie di cortocircuito. La nuova incarnazione non ci inganna del tutto, e con piacere, fin dalle prime pagine di un libro o dai primi minuti di un film, riconosciamo il vecchio archetipo, che sembra strizzarci l’occhio. È come se ci dicesse: che volete, lo so che sono sempre io, ma ancora non è stato inventato nulla di meglio per rendere credibile questa storia, e il mondo che questa storia intende rappresentare.
Nessuna storia, del resto, per quanto pretenda di essere originale e addirittura inaudita, potrebbe essere comprensibile senza la presenza di un archetipo. Perché qualcosa ci interessi davvero, deve stimolare allo stesso tempo il nostro desiderio di novità e il suo contrario, vale a dire la nostra memoria. Esattamente come fa Jep Gambardella, il fatuo e impeccabile protagonista della Grande bellezza di Paolo Sorrentino. Toni Servillo ne ha cavato fuori una delle sue interpretazioni più memorabili. Ma quella vecchia canaglia noi la conosciamo bene. E anche se ci secca ammetterlo, la sua versione della realtà rappresenta un punto di vista unico, e ancora illuminante. Proprio perché Jep è un parassita, un uomo inutile. Se si trova in cima alla piramide sociale, è alla maniera di un turacciolo che galleggia sulla superficie del mare.
Jep è un mondano, il re dei mondani. È un infallibile esperto di una delle scienze più complesse e raffinate che esistano, la scienza della frivolezza. Non la frivolezza individuale che ognuno coltiva all’interno di sé, come ingrediente del carattere e parte necessaria, anche se inconfessabile, del destino. No, la frivolezza di cui Jep è insieme l’anatomista e il sacerdote è un legame collettivo, una malattia epidemica, un linguaggio capace di cementare le relazioni fra i singoli. Non è senza importanza che Jep sia quella che una volta si sarebbe definita una «grande firma» di un importante quotidiano. La lieve coloritura professionale gli si addice come l’eleganza dei suoi completi di lino. Quella del giornalista mondano è la perfetta incarnazione moderna del custode della frivolezza. In lui trovano una sintesi suprema vecchie e onoratissime professioni, figlie o serve del privilegio e della ricchezza: la spia, il cortigiano, il poeta di epigrammi, il nottambulo. Tra tutti gli dei antichi, è Ermes il protettore ideale di questo tipo d’uomo, di quest’ombra sociale.
Si può affermare che il personaggio di Sorrentino è un epigono; ma in tutti gli epigoni, a ben vedere, scorre qualcosa dell’energia, della forza di persuasione degli originali. Risalire verso i prototipi dell’amabile Jep è un’avventura molto interessante. E non è un caso se si tratta di una vicenda che ha coinvolto degli autentici geni. La posta in gioco della frivolezza, in termini filosofici e addirittura politici, è molto più alta di quello che si potrebbe pensare. Ma il difficile, perché la storia di questo archetipo potesse avere inizio, fu individuare con esattezza il tipo d’uomo, talmente onnipresente in una società corrotta da rischiare, paradossalmente, di diventare invisibile. Continua a leggere→