Una certa idea di mondo/39: Il cortigiano e l’eretico

La Repubblica 19 agosto 2012

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Una certa idea di mondo /39

I migliori libri che ho letto negli ultimi dieci anni

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Il libro

Il cortigiano e l’eretico.

Leibniz, Spinoza e il destino di Dio nel mondo moderno

 di Matthew Stewart

(Feltrinelli, traduzione di Francesco e Marta Sircana)

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“Scoprite le vite di Spinoza e Leibniz i pistoleri più veloci del West (filosofico)”

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di Alessandro Baricco

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(Me l’aveva passato un’amica a cui avevo detto: ho chiuso coi romanzi, da qui alla fine leggo saggi e basta.

Lo dico spesso, e ogni tanto lo faccio anche.)

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Nel prolungato e virtuosistico esercizio di intelligenza che chiamiamo Storia della Filosofia brillano momenti di avventura assoluta e uno di questi, senza alcun dubbio, è la stagione, delicatissima, in cui a pochi eruditi di genio riuscì l’immane impresa di spaccare l’invincibile compattezza dell’ordine teocratico in cui si viveva, regalandoci l’opportunità di non morire sotto l’Inquisizione. La scienza diede la spallata decisiva, certo, ma il lavoro più raffinato lo fecero i filosofi, a cui spettò il compito di mettere insieme i cocci di una certezza collettiva che stava crollando e ricomporli in una qualche sicurezza con cui si riuscisse a campare. Già che la Bibbia non sembrava essere il sistema migliore per capire come andavano le cose, c’era da trovarne un altro che non facesse sentire proprio abbandonati nel nulla. L’impresa, oltre che difficilissima, era anche mostruosamente pericolosa, perché mentre loro pensavano e scrivevano, il mondo intorno era ancora rigidamente teocratico, per cui, a dirla in termini semplici, a dire cosa pensavi rischiavi la vita. Degli eroi, per essere chiari.

Un modo ideale di farsi raccontare le loro imprese è leggere questo libro di Stewart, dedicato alle due figure che in quel West del pensiero incarnavano, per così dire, i due pistoleri più veloci della Frontiera: Spinoza e Leibniz. Diciamo che Cartesio gli aveva fornito le Colt, e loro sparavano come nessun altro. Come se la storia l’avesse scritta uno sceneggiatore di Hollywood, i due erano magistralmente antitetici, tipo Borg e McEnroe. Spinoza era olandese, faceva vita monacale, era un ebreo espulso dalla sua comunità (aveva idee spigolose per chiunque) e campava di un mestiere sublime: molava lenti per telescopi e microscopi. La sera, si dedicava in modo maniacale a un unico problemino da nulla, riassumibile così: che ne è di Dio in un mondo in cui l’uomo può cavarsela da solo? Quando morì, lasciò dietro di sé la seguente eredità: un ducato d’argento, qualche spicciolo e un coltello. Be’, oltre a un pila di scritti che avrebbero cambiato il mondo.

Leibniz, al contrario, era luterano, tedesco, innamorato del denaro e della fama, abilissimo cortigiano: un uomo di mondo. Fu probabilmente l’ultimo genio universale: ebbe modo di dire la sua in una sfilza di discipline che merita di essere citata: chimica, cronometria, geologia, storiografia, giurisprudenza, linguistica, ottica, filosofia, fisica, poesia e teoria politica. Inutile dire che, in tanta generosità, gli accadde anche di sparare sciocchezze terrificanti (da giovane era vagamente convinto che la terra fosse fatta di bolle), ma resta l’ultimo luminoso esempio di cosa voleva dire essere dei sapienti quando il sapere era ancora bambino (ora è diventato adulto, e questa è la ragione per cui Steve Jobs non ha lasciato, oltre all’iPhone, trattati sull’angina pectoris e sull’accoppiamento dei camosci).
A livello teorico, venivano entrambi dallo stesso posto, cioè dal futuro: giocavano nel campo aperto che Cartesio aveva spalancato (l’avremmo poi chiamato modernità) e la scoperta della razionalità come diritto e direzione dell’umano rappresentava per tutti e due un passaggio senza ritorno. Il problema era come coniugare questo passo avanti con una cosetta a cui nessuno dei due intendeva veramente rinunciare: Dio. In particolare Spinoza aveva fama di ateo pericolosissimo e radicale, ma non era questa l’idea che lui aveva di se stesso, e non riuscì davvero mai a capire come la gente potesse pensare questo di lui. (Lo avrebbe certo consolato la risposta che Einstein, molto tempo dopo, diede quando gli chiesero se credeva in Dio: «Io credo nel Dio di Spinoza»). Leibniz se la cavava meglio, perché era piuttosto un grande conservatore, un mediatore abilissimo, un democristiano del Seicento, e così di sottigliezza in sottigliezza riuscì a sollevare un tale polverone che quanto c’era di eretico del suo pensiero risultava alla fine imprendibile. Nati dalla stessa domanda, se ne filarono via poi per strade diverse, incontro a risposte diverse, e questo ne fa due tipici antagonisti da film. Dato che lo sceneggiatore aveva lavorato per bene, Spinoza, che non usciva mai di casa, era bellissimo; Leibniz, che non perdeva una festa, un mostro. E naturalmente: non si amavano. Ma anche si ammiravano, ovviamente, in qualche modo. Vi piacerà sapere che alla fine, una volta, si incontrarono: ma come finì il duello, questo non ve lo posso raccontare.

Lo racconta però molto bene Stewart, che quando c’è da ricostruire la vita quotidiana di quei due è brillante e leggero il giusto, ma quando c’è da andare al sodo e spiegare cosa mai avessero in testa non si tira indietro e, devo dire, riesce a porgere anche al lettore non particolarmente attrezzato le chiavi di lettura di due sistemi filosofici che quanto a complessità non scherzavano affatto. Non dico che si capisca tutto: ma certo, al termine del libro, mi era più chiaro il pensiero di Spinoza che il bugiardino della Tachipirina.

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