Coni d’ombra/11: Le inquietudini di un selvatico Paolo Volponi

Il Manifesto 14 agosto 2012
 Paolo Volponi – disegno di Tullio Pericoli
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Coni d’ombra / 11
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Le inquietudini di un selvatico
 
Trascurato oggi dall’editoria, Paolo Volponi descrisse dall’interno la brutale trasformazione del capitalismo italiano.
Undicesima puntata del ciclo su testi e autori del ’900 da recuperare
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di Angelo Ferracuti
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Di Paolo Volponi, uno dei più grandi narratori e intellettuali italiani del ’900, quello che Pier Paolo Pasolini definì un «comunista lirico», è disponibile subito, al presente, anche in una libreria di cultura, forse solo il suo libro più attuale e profetico Le mosche del capitale (a cura di Massimo Raffaeli, Einaudi 2010); magari riuscirete a ordinare in rete anche Memoriale (Einaudi tascabili 2007) o le Poesie 1946-1994 (Einaudi 2001), ma di questo non sarei troppo sicuro. Mancherebbero comunque all’appello almeno altri cinque o sei titoli cruciali della sua letteratura mai pacificata, un corpus coerente come pochi: dai romanzi di formazione Il lanciatore di giavellotto (1981) e La strada per Roma (1991), al Sipario ducale (1975), La macchina mondiale (1965), Corporale (1974) fino a quella favola apocalittica ambientata in un 2293 che ci riguarda più che mai: Il pianeta irritabile (1978), libro apparso per l’ultima volta nei tascabili Einaudi nel 1994, anno della morte dello scrittore urbinate, tutti caduti in prescrizione e da anni colpevolmente non più ristampati (i tre volumi curati con passione e rigore dal critico a lui più prossimo, Emanuele Zinato, usciti nella Nuova Universale Einaudi nel 2002, sono anche loro «attualmente non disponibili» su Ibs). Messi insieme raccontano gli snodi più decisivi della storia italiana lungo un secolo: dal fascismo al dopoguerra, il passaggio dalla civiltà contadina a quella industriale, la strage di Piazza Fontana e gli anni ’70, per finire con il libro che arriva ai giorni nostri come un boomerang, Le mosche del capitale.

Un pensiero eretico.

Spesso, e ingiustamente, considerato uno scrittore «difficile» per la sua letteratura del conflitto troppo aspra, dialettica, mai ammiccante, quello che Volponi aveva immaginato in economia paradossalmente è accaduto anche nell’industria editoriale, talmente ridotta ai minimi termini da cancellarlo. «Gli editori fanno il mercato, anzi sono il mercato e pensano solo al mercato» dice nel dialogo con l’amico Francesco Leonetti in un altro libro desaparecido, Il leone e la volpe. Ma più che cancellare uno scrittore che è già per molti di noi un classico (sempre che in futuro si possa avere ancora cognizione di un libro del passato che continua a parlare al presente), l’editoria italiana ha abrogato vilmente per oltre un quarto di secolo proprio la Letteratura prima che diventasse solo una merce, uno spettacolo, un’occupazione per mediocri narcisi che si attaccano al marketing e ai premi conclamati per esistere un paio di stagioni. «Se di un brutto libro si vende mezzo milione di copie, quel libro cessa di essere brutto e diventa importante. (…) Quando i romanzi di consumo li si spaccia per altro, si finisce per vendere merci avariate» diceva Volponi, ancora nel 1994. A parte qualche rara iniziativa in controtendenza, per esempio le Comete Feltrinelli, che riportano in libreria il meglio di alcuni dei nostri scrittori più importanti (è annunciato persino un Di Ruscio), e in un contesto dove un Meridiano ormai non si nega più a nessuno, neanche ai vivi, soprattutto se innocui «letterati», per gli autori legati all’engagement non c’è molto spazio, pochissimo per quelli, non hanno mai abiurato l’ideologia, o comunque continuano ad essere abitati da un pensiero eretico.

Piani di trasformazione.

Che scrittore è, e come è fatta la sua opera aperta, Volponi lo dice nel corso di una intervista televisiva degli anni ’70: «Per me scrivere è il tentativo di fare ordine attraverso il dibattito, attraverso l’indagine, attraverso l’approfondimento dei temi e anche del linguaggio, della propria coscienza e dei temi che uno vede intorno, sociali, civili. Scrivere quindi non per accomodare, non per raccontare o in qualche modo simulare o definire. Scrivere per incontrare, per dibattere, quasi per contrastare certi problemi che non sono del tutto chiari, che restano angosciosi». Lo precisa anni dopo quando gli chiedono un parere su un esordiente, si chiama Alessandro Baricco e ha da poco pubblicato il romanzo Oceano mare: «È un romanzo che non rientra nel mio modo di intendere la letteratura. La letteratura è verità, è forza, è conflitto e confronto con la realtà». Ma anche il suo amico Umberto Eco, un tempo cacciatore di Liale, aveva ceduto in quello stesso periodo alla letteratura commerciale scrivendo il suo bestseller postmoderno, Il nome della rosa. La storia intellettuale e umana di Paolo Volponi entra nel vivo quando nel 1950 spedisce a Franco Fortini una copia del suo primo libro di versi. Si intitola Il ramarro, ed esce con la prefazione del critico principe dell’ermetismo, Carlo Bo. Fortini, che già lavora come copy ad Ivrea alla Olivetti, e le leggende vogliono che abbia inventato il nome di molti prodotti, compresa la mitologica «Lettera 22», lo invita a visitare lo stabilimento e gli presenta Adriano. I due si piacciono e l’imprenditore gli consiglia di trasferirsi a Roma per lavorare in un Ente di Studi sociali, dove diventerà amico e sodale di un altro «corsaro», Pier Paolo Pasolini, poi lo assume nella piccola capitale del Canavese nel 1956 come direttore dei Servizi sociali. Volponi comincia a lavorare a quello che più volte chiamerà «il piano», un rovello di anni e la speranza illuministica di una vera cultura industriale: «quella della partecipazione di ciascuno a un progetto e a un lavoro di trasformazione del Paese secondo la propria coscienza, la propria cultura e le proprie qualità morali prima ancora che professionali». Sono anni in cui l’attività letteraria correrà sullo stesso binario dell’esperienza imprenditoriale più umanistica del nostro paese, l’idea di una «impresa responsabile» e quella diversa concezione di industria capace di introdurre un sistema di welfare che a partire dalla fine degli anni ’40 costituì una felice anomalia non solo in Italia. La fabbrica ideale dove lavoravano oltre a Fortini anche Ottiero Ottieri, Giovanni Giudici, Libero Bigiaretti, e quella incredibile esperienza sul campo diede vita a Memoriale, uscito nel 1962, forse il romanzo più emblematico di quel momento, dove lo scontro tra corpo e fabbrica, capitale e lavoro è traumatico. Continuerà a lavorare all’Olivetti, poi alla Fiat, occupandosi del rapporto tra fabbrica e ambiente, poi come presidente della Fondazione Agnelli dalla quale venne indotto al licenziamento nel 1975 perché reo di aver fatto pubblica dichiarazione di voto al Pci, partito che lo portò in parlamento nel 1983, una attività politica continuata con Rifondazione comunista fino al 1992.

Narrazioni al supermarket.

Ma è Le mosche del capitale il suo libro che più parla al presente, dedicato ad Adriano Olivetti «maestro dell’industria mondiale»: il testamento politico e il documento verbale di una sconfitta, il resoconto di una brutale trasformazione, capace di descrivere dall’interno quel capitalismo italiano votato ai profitti e alla finanza che abbandonava la sua missione storica, del quale Volponi aveva informazioni di prima mano. «Il racconto è finito. La narrazione, se vuole, è il bancone del supermercato. Lei non potrà raccontare mai niente di me!», sentenziava ancora Bruto Saraccini, quel Don Chisciotte alter ego dello scrittore che – come ha ancora scritto Massimo Raffaeli – è uno dei suoi personaggi-uomo, come l’Anteo Crocioni della Macchina mondiale o l’Albino Saluggia di Memoriale: «Sono regolarmente dei derelitti o gli uomini in estremo pericolo che gli antichi greci definivano pharmakòi, capri espiatori e martiri di situazioni conflittuali in cui, annientatisi o venendo eliminati, squarciano il velo di falsa coscienza e mettono a nudo la verità». Proprio come il protagonista del romanzo, il dirigente colto che vede nel neoliberismo in arrivo sulle soglie dell’Epoca la fine non solo del progetto olivettiano ma proprio l’impossibilità di una democrazia economica. «Il capitalismo ha avuto vari collassi», dirà negli Scritti dal margine lo scrittore marchigiano, «vere crisi, perché è così ingordo, avido, mangia troppo, molto più di quello che può digerire e poi sta male, e naturalmente fa pagare agli altri le sue sofferenze». Nella prosa di Volponi non c’è quasi mai un «io» solitario, privato, anche l’individuo della narrazione in prima persona è in un contesto agitatissimo di cose del mondo, della società, il conflitto tra corpo e ambiente circostante è sempre in atto o in agguato, tra città e campagna, tra operaio e fabbrica, tra dirigente e grande metafisica del Capitale. Ma in questo libro, più che in altri, la lingua che muove un ritmo sempre a pieno regime, compie il discorso, la narrazione, è una lingua «meccanica» che sembra fatta di ingranaggi, pistoni che si agitano, e aggrega nelle sue ruote dentate, tracima, sembra riprodursi per accumulo nell’elencazione di oggetti, persone, luoghi come per un «gaddismo» di ritorno, più che corporale diventata «umorale», nevrotica come gli ingranaggi perversi del mondo aziendale. È una prosa industriosa dove, come di rado accade, la scrittura diventa la cosa che racconta. Una voce inimitabile, quella di Volponi, inclassificabile la postura, che non è di sicuro per disarmonia prestabilita quella del romanziere di trame, bensì dei grandi raccontatori epici dove la vena lirica nutre sempre la capacità di visione. Basti pensare al meraviglioso incipit di Le mosche dove lo scrittore immagina la città che dorme mentre il danaro si riproduce in una sorta di immortalità, di grande realismo ai tempi del ricatto dello spread: «Già al primo risveglio sul lavandino sulla tazza o ancora prima sul sapore del cuscino, cresce spinto dalla vita di tutto e di tutti, il corpo e il valore del capitale. Mai un istante, anche nelle più cupe notti, cessa di crescere e prevalere; si sposta e si assesta recupera forze distribuisce risorse immagina e progetta nuove strategie delinea nuovi organi e nuove facoltà». Ma a questo libro si incrociano temporalmente alcuni scritti minori, non meno importanti, nei quali tornano tutti i suoi temi, compreso quello che negli ultimi anni di vita, di attività parlamentare e di scrittura, aveva lucidamente sviscerato, cioè il passaggio dalla società industriale a quella prima post-industriale e subito dopo immateriale del danaro e tecnologica del «villaggio globale», il «finanz-capitalismo» di cui ha scritto di recente un suo compagno di scuola olivettiana, Luciano Gallino. Volponi ne era persino ossessionato, e con lungimiranza sociologica osservava: «il potere dell’artificio oggi consiste nell’avvicinarsi sempre più alle scintille e alla scossa del danaro, identità vera dell’artificiale».

I capelli inesistenti.

La sua angosciosa interrogazione, risuona, se pensiamo che arriva dal lontano 1994, come una profezia lucidissima: «Ciò che mi domando è: come mai siamo giunti al punto che la sola materia materiale diventasse il denaro. E come si fosse annullata la profondità del mondo». Di questo cambio di passo del capitalismo mondiale, e di mondo vero e proprio, l’unico dei mondi possibili, forse uno dei passaggi antropologici più traumatici della nostra storia recente, sono testimonianza alcune operette morali affidate alle pagine culturali del «Corriere della Sera», anch’esse ormai irreperibili (Del naturale e dell’artificiale, Il lavoro editoriale). Veramente cult, tra di loro, Via col vento dove Volponi fa un trattatello sulla capigliatura del Prof. Alberoni, l’entertainer che massaggia alla McLuhan e riempie lo schermo di vuota irrealtà, i cui capelli inesistenti diventano metafora del pensiero debole già conclamato: «Infatti il prof. Alberoni costruisce, non si sa se più con l’ispirazione di un grande artista appunto rinascimentale o con la bravura di un artigiano positivista, imprenditore puritano, un miracolo di rigogliosa e stabile capigliatura là dove di capelli non c’è più nemmeno l’ombra». Degli stessi anni (1984/1992) sono gli interventi fatti da senatore del Pci oggi raccolti in Parlamenti (Ediesse 2011), dove lo scrittore ormai «inviso al capitale», interviene su questioni come l’abbattimento della scala mobile, la prima guerra del Golfo, la controriforma sanitaria, l’istruzione. Ci piace ricordarlo con una sua frase che lo racconta tutto: «Ho ancora delle inquietudini da selvatico: mi piace chiamarmi Volponi e penso all’eroismo della volpe che, presa in trappola, si morde la zampa pur di scappare. Anche io sono così, non riesco a rimanere chiuso in trappola e mi strappo la gamba pur di scappare».

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