Il senso di una fine di Julian Barnes

julian barnes, il senso di una fine

[falsoidillio] esercizi spirituali  8 giugno 2012

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Pare che “Il senso della fine” di Julian Barnes sia un capolavoro?

Ecco, è tutt’altro che così.

Christian Raimo

minima & moralia un blog culturale di minimum fax

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Risposte (non volute) dal passato

di Franco Cordelli

La Lettura 8 luglio 2012

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Julian Barnes, The Sense of an Ending, London:Jonathan Cape 2011

di Martina Pagano

“Osservatorio sul romanzo contemporaneo 2012– Università di Trento

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Troppo sesso, siamo inglesi

Cristiano De Majo

 Studio 

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 Julian Barnes. Il senso di una fine

di Giacomo Giossi

Doppiozero 11 luglio 2012

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I fratelli Barnes e il senso (aristotelico) del tempo

di Antonio Sgobba

minima & moralia un blog culturale di minimum fax

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Vita e morte, ecco la versione di Barnes

di Stefania Vitulli

Il Giornale 18 luglio 2012

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Il senso di una fine di Julian Barnes

Alessandro Mari

Tuttolibri 2 giugno 2012

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Lo Strega non basta

di Alessandro Piperno

L’Espresso 2 agosto 2012

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Che cos’è una sconfitta. Il romanzo di Barnes sugli uomini mancati del nostro tempo

di Nadia Fusini

La Repubblica 29 maggio 2012

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Perché le donne si salvano dalla sindrome dell’idealista

Francesco Pacifico

La Repubblica 29 maggio 2012

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“Il senso di una fine” di Julian Barnes

Che bel film avrebbero saputo trarre da questo romanzo Harold Pinter e Joseph Losey se fossero ancora vivi!

di Goffredo Fofi

Panorama n°26 20 giugno 2012

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Sopraffatti dalla vita

Mario Fortunato

L’Espresso n°38 20 settembre 2012

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I ricorsi sono senza confronti

Roberto Bertinetti

Il Sole 24Ore Domenica 9 settembre 2012

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Attenti a quel libro

di Tiziano Gianotti

La Repubblica, D n°794

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Un capolavoro firmato Julian Barnes

Antonio D’Orrico

Sette n°26 2012

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Quando la voce di un libro ti rapisce dal mondo

di Gabriele Romagnoli

La Repubblica 3 agosto 2012

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Il libro

Tony Webster è un uomo senza qualità. Negli studi e nel lavoro, nei sentimenti e, c’è da scommetterci, anche nel sesso. Ma la lettera con cui un avvocato gli annuncia il lascito di cinquecento sterline e di un diario proveniente dal passato scuote il fondo limaccioso della sua esistenza. Tony deve ora scoprire chi gli ha destinato quell’ingombrante eredità e perché ha scelto proprio lui, e quale segreto rabbiosamente custodito quel diario potrebbe rivelare. Nel porsi queste domande, s’imbatterà in risposte che avrebbe preferito non conoscere e dovrà imparare a sue spese che «la nostra vita non è la nostra vita, ma solo la storia che ne abbiamo raccontato».

La vita di Tony Webster è stata un fiume relativamente tranquillo, da costeggiare al riparo di scelte ragionevoli e sistematici oblii. Ora però la lettera di un avvocato che gli annuncia un’inattesa quanto enigmatica eredità sommuove il termitaio poroso del passato, e il tempo irrompe nella noia del presente sotto forma di parole risalenti all’adolescenza, quando Tony procedeva all’educazione morale, sentimentale e sessuale che ne avrebbe fatto, inavvertitamente come spesso accade, l’adulto che è. Il percorso a ritroso nelle zone d’ombra della vita, con i suoi dolori inesplorati e i suoi segreti, diventa cosí riflessione sulla fallacia della storia, «quella certezza che prende consistenza là dove le imperfezioni della memoria incontrano le inadeguatezze della documentazione», secondo il geniale amico dei tempi del liceo, Adrian Finn. Ed è dunque a quel punto di congiunzione, ai ricordi imperfetti come ai documenti inadeguati, che il vecchio Tony deve ora guardare per comprendere le vicissitudini del Tony giovane. Come ha potuto la ragazza di allora, Veronica Ford, preferirgli l’amico raffinato e brillante, Adrian? Ci sono solo Camus e Wittgenstein dietro l’estrema decisione di Adrian? Da che cosa ha voluto metterlo in guardia tanti anni prima la madre della ragazza? Perché a distanza di quarant’anni Veronica ritorna nella sua vita con un bagaglio di silenzi e il rifiuto di dargli ciò che è suo? Gli indizi da studiare tessono un filo d’Arianna di reminiscenze inaffidabili, ipotesi errate e parole d’ordine ribadite; di fatti, nomi e immagini giustapposti a intuizioni filosofiche e rivelazioni poetiche; di un corpus di parole interne al testo – lettere, e-mail, pagine di diario – ed esterne a esso, nella forma di rimandi espliciti o piú spesso impliciti al sapere che puntella l’assunto ideale del romanzo: da Stefan Zweig a Philip Larkin (il «poeta» senza nome cui il narratore piú volte si richiama), dall’immaginario Patrick Lagrange al Flaubert di Madame Bovary (significativamente citato nel modo quasi-esatto che la memoria consente) fino a Frank Kermode, con il cui testo chiave questo romanzo condivide il titolo, l’insistenza sul ruolo del tempo e il proposito di «dare un senso al modo in cui diamo un senso al mondo». Tempo e memoria. Con quelli si entra nel libro, attraverso la lista di flashback che il tempo ha cristallizzato in immagini. La memoria di Tony Webster predilige ricordi d’acqua, nel cui fluire controcorrente passa il racconto della sua sommersa inquietudine.

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Il senso di una fine

Einaudi

leggi un estratto (pdf)

 

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