Una certa idea di mondo/33: Glenn Gould e la ricerca del pianoforte perfetto di Katie Hafner

La Repubblica 8 luglio 2012

Glenn Gould– disegno di Tullio Pericoli (da: “Ritratti” Adelphi 2009)

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Una certa idea di mondo

I migliori cinquanta libri che ho letto negli ultimi dieci anni

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“Glenn Gould e la ricerca del pianoforte perfetto” di Katie Hafner 

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“È l’inconto tra Gould, un pianoforte anomalo e un accordatore. È quasi una storia d’amore”

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di Alessandro Baricco

(Li ho tutti, i libri su Glenn Gould.

Figurati se perdevo questo)

 

Non ha nessun senso, ma a volte mi viene da immagi­nare che in principio esistevano due grandi liste: da una parte le storie, dall’altra gli scrittori. Poi qualcu­no ha accoppiato gli uni con le altre. E lì, ogni tanto, si è verificato qualche spiacevole errore. Per esem­pio: è evidente che Michael Kohlhaas doveva scri­verlo Dostoevskij e non Kleist, così come va da sé che ci dev’essere stato un errore se poi Calvino ha scrit­to Il cavaliere inesistente (ovviamente destinato a Kafka) e non ha scritto l’Aleph (poi finito a Borges). Ogni tanto mi attardo a pensare alle infinite conse­guenze prodotte dall’equivoco che ha consegnato Lo straniero a Camus invece che al suo legittimo de­stinatario, Simenon. Né qualcuno riuscirà a impe­dirmi di rimpiangere la bellezza che avremmo co­nosciuto se Céline avesse scritto Germinal e Proust Lolita.

La cosa vale anche per i saggi. Anni fa è uscito un bellissimo libro dedicato alla longitudine, alla lunga storia di come gli umani riuscirono a determinare la posizione delle navi, in mare aperto, usando il para­metro della longitudine. La vicenda è talmente bel­la e simbolica che il libro che la raccontava, pur ben scritto da Dava Sobel, ti faceva venire a ogni pagina il rimpianto che a scriverlo non fosse stato uno scrit­tore, anche solo uno Zweig. La stessa cosa mi è ac­caduto di pensarla leggendo questo libro su Gould, bel libro, scritto con pulizia: ma è un po’ come affi­dare una storia di Maigret a un giornalista di nera.Va tutto bene, ma c’è un certo riverbero di cui rimani orfano a ogni pagina.

Perché la storia è bellissima. Forse il titolo origi­nale era più puntuale: A Romance on Three Legs. Di fatto è la storia dell’incontro di tre personaggi: un pianista di genio, un pianoforte anomalo, e un ac­cordatore formidabile. In un certo senso è una sto­ria d’amore.

Gould sapete chi era: ci sono tutti i pianisti del mondo e poi c’è lui. Era talmente coerente, fin nei dettagli, a ciò che intendiamo per genio che nei di­zionari, alla voce genio, bisognerebbe mettere: persona simile a Glenn Gould. Aveva un suo modo molto personale di intendere la musica, e una col­lezione di manìe che aveva dello spettacolare. Ov­vio che la scelta del pianoforte, per lui, fosse una questione complicatissima, ai limiti del mistico. A lungo cercò lo strumento ideale e quando lo trovò ci passò insieme una buona parte della vita. Era uno Steinway, si chiamava CD 318, pesava 550 chi­li ed era nato il 31 marzo 1941.

Nascere nel 1941, se sei un pianoforte, significa essere nato per miracolo. Erano tempi di guerra, e perfino la mitica Steinway & Sons era stata corte­semente invi­tata a fare qual­cosa di più uti­le che stru­menti per suo­nare Chopin. Le bombe non le sapevano fa­re, così gli fece­ro costruire alianti militari. Andavano talmente male che do­po un po’ si decise di convertire la produzione in qualcosa di più semplice: bare. È in questa allegra cornice che, in qualche modo, fabbricarono il CD 318. Il quale poi ebbe un’anonima carriera nella Concert Hall di un rivenditore di Toronto, e finì in un sottoscala quando da qualcuno fu giudicato ormai pensionabile. Fu lì che lo trovò Glenn Gould. Si se­dette al piano, trovò sotto le dita qualcosa che cerca­va da anni, e da lì si alzò solamente molti anni dopo.

La storia d’amore sarebbe finita lì, ma la musica è più complessa delle vita sentimentale (ancora più complessa) e quindi manca ancora un terzo elemen­to, decisivo: l’accordatore. Guardate che non è solo una questione di note stonate: l’accordatore scolpi­sce il suono di un pianoforte, praticamente ne dise­gna l’anima. Ora, prendete il pianista più geniale del pianeta e sedetelo davanti a un pianoforte unico e quasi insuonabile: lo capite che quello che manca è un accordatore speciale.

Si chiamava Charles Verne Edquist, aveva un anno più di Gould, era praticamente cieco e veniva da un’infanzia di miseria e fatica. Ad accordare pia­noforti ci era arrivato perché i ciechi erano conside­rati, a ragione, particolarmente adatti a quel mestie­re. Partì dal basso, studiò molto, entrò nella pancia di migliaia di pianoforti, e si fece il Canada avanti e in­dietro per accordare a tre dollari l’uno i pianoforti del­le famigliole per bene. Poi qualcuno si accorse che lui non era solo bravo: era il migliore. All’inizio degli an­ni ’60 accadde ciò che doveva accadere: Edquist, Gould e il CD 318 si incontrarono per la prima volta. Naturalmente non andò subito tutto bene, perché erano tre tipi complicati. Ma avevano una storia, da­vanti a loro, e lo sapevano.

Il resto, è leggenda. Per capirla basta un aneddoto. Edquist vedeva pochissimo, quasi niente, ma era in grado vagamente di riconoscere i colori. Aveva anche l’orecchio assoluto, per cui sapeva riconoscere le no­te. Nella sua testa, le due cose si erano mischiate. Per cui se gli suonavi una nota lui era in grado di dirti che era un Fa e se gli chiedevi come faceva a saperlo lui ri­spondeva: be’, è blu. Il Do era un verde giallastro, il La bianco, il Re color sabbia. Un giorno, alcuni anni do­po che si erano conosciuti, ebbe un momento di co­raggio e spiegò a Gould quel suo strano modo di ve­dere le note. Dovette dirgli che il Sol era arancione, o una cosa del genere. Sì, lo so, rispose Gould.

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Il libro

Glenn Gould e la ricerca del pianoforte perfetto” di Katie Hafner (Einaudi, traduzione di Alberto Fiabane, Fulvia Tassini, Pietro Schenone)

 

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