Una certa idea di mondo/16: Vergogna di J.M.Coetzee

La Repubblica 11 marzo 2012

J.M.Coetzee – disegno di Tullio Pericoli (da: “Ritratti” Adelphi 2009)

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Una certa idea di mondo

I migliori cinquanta libri che ho letto negli ultimi dieci anni

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Vergogna di J.M.Coetzee

“Coetzee mette la macchina dapresa nell’unico punto giusto, col risultato finale di una prosa inevitabile e perfetta”

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di Alessandro Baricco

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(Chi se lo ricorda, perché l’ho comprato. Certo non perché aveva vinto il Grinzane Cavour, come strombazza la quarta di copertina)

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Poi ci sono quelli che hanno il dono. Non si può chiamare altrimenti quella facilità nello scrivere che cancella ogni traccia dietro di sé rendendo impercettibile la mano dell’artigiano. L’equivalente, in letteratura, di quello che Clint Eastwood fa nel cinema: quando lui gira ti dimentichi che esista un regista; come se ci fosse un punto, uno solo, assolutamente naturale, in cui mettere la macchina da presa: e lui, ogni inquadratura, lo becca. Non diversamente scrive, ad esempio, Philip Roth, in assoluto il più grande, se dobbiamo parlare di dono, di facilità, di mano invisibile (sì, però, perché non si riposa un po’ e ci lascia tranquilli qualche mese, io avrei ancora da digerire interamente Pastorale americana. Possibile che il golf gli faccia proprio così schifo?). Un altro è Coetzee (no, non lo so come si pronuncia, esattamente). Anche lui, come Roth, mette la macchina da presa nell’unico punto giusto, e lo fa pressoché a ogni frase, col risultato finale di una prosa inevitabile e perfetta: quel genere di illusione che ti danno le foglie degli alberi, quando le guardi bene. Questo tipo di prosa offre uno straordinario vantaggio: dato che azzera gli spigoli della lettura, riducendo al limite la fatica di decifrare la scrittura, permette al lettore di usare l’intero cervello per pensare quel che legge, visto che non fa nessuna fatica a capirlo. Dato che il sentiero è in discesa e pulitissimo, guardi meglio il paesaggio. Il paesaggio, nei libri, è l’intelligenza dello scrittore.

In questo senso, Coetzee a me è sempre parso perfino meglio di Roth. Ha una intelligenza più cattiva, più sarcastica, più feroce. Ed è politicamente scorretto in un modo fastidioso e brutale, non in quel modo un po’ da party newyorkese che ha Roth. Sentite questa (Vergogna, pag. 91). «Amore saffico: una scusa per ingrassare». Si può essere delle merde in modo così fulminante? Ma non è sempre una faccenda di cattiveria. Spesso è un’intelligenza solo impietosa, ma tagliente oltre ogni dire. Sempre in Vergogna, c’è ad esempio una riflessione (attribuita, come la precedente, al protagonista) che io trovo geniale. Sono solo tre righe quindi le copio qui: «La sua personale opinione è che l’origine del linguaggio vada cercata nel canto, e l’origine del canto nel bisogno di riempire con un suono un’anima umana sovradimensionata e alquanto vuota». A me non era mai venuto in mente che gran parte dei dolori degli umani potesse venire da un problema di taglia. Un’anima sovradimensionata. Spiegherebbe un sacco di cose, questo tragico errore di valutazione nel gesto sartoriale del Creatore. Stiamo nella nostra anima come bambini nella tuta da sci del fratello più grande. Certo che poi si sente quel certo vuoto…

In Vergogna, questo tipo di lancinante intelligenza è applicata a due o tre temi, ma quello che mi è rimasto impresso è uno, in particolare. L’inadeguatezza dell’intellettuale. Succede che il protagonista, un raffinato accademico umanista, si trova a parcheggiarsi dalla figlia, in campagna, in un mondo che non c’entra nulla con la sua vocazione di intellettuale urbano. Contadini, veterinari, gente che fa cose con le mani, gente che ripara gli steccati. E naturalmente, anche, banditi, violenti, primitivi. Che si tratti di reagire a un’aggressione feroce, o di curare un cane malato, il professore, con tutta la sua cultura, si trova ad essere costantemente inadeguato, inutile, vergognosamente non attrezzato. E un fenomeno che conosco. A me basta andare ad affittare un gommone, o andare a comprare la fontina in un alpeggio per trovarmi davanti a persone che detengono un sapere raffinatissimo, di fronte al quale posso solo contrapporre un’ignoranza umiliante. D’improvviso, a saper vivere, sono loro. Sanno come avvolgere una cima, che tempo farà domani, i nomi degli alberi, le dinamiche dei venti, come vestirsi, dove sedersi e dove no, come non farsi male. Sono elementari, primitivi, spesso non hanno mai aperto un libro, eppure dopo un po’ non riesci a cacciare questa rovinosa sensazione che sappiano stare al mondo meglio di te, forse perfino educare i figli, al limite abitare la loro anima sovradimensionata. È intollerabile. E io, con tutti i libri che ho letto?

Possibile che debba stare lì come un fesso a farmi insegnare a vivere? È in quei momenti che io, come il professore di Coetzee, finisco per chiedermi: ma cosa so fare, io? Con tutto quello che ho studiato e fatto, cosa so fare io, veramente?

Cosa sanno fare gli intellettuali?

Io ad esempio, so leggere l’Infinito di Leopardi. Voglio dire che so leggerlo bene, so da dove viene quella bellezza, so trovare il suono giusto per ogni parola, so perché è fatto in quel modo, ne conosco la musica perfettamente e so con precisione cosa pronuncia e racconta. Ci ho messo anni, ho lavorato duro, e ora lo so leggere bene. Adesso la domanda è? A cosa serve? Serve a qualcosa? Non sarebbe stato meglio studiare i venti e il nome degli alberi?

Fra una settimana parlerò di un libro di Christa Wolf. E lì, ad esempio c’è una risposta. Una delle migliori che io abbia da parte.

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