Una certa idea di mondo/24: La casa delle belle addormentate di Yasunari Kawabata

La Repubblica 6 maggio 2012

Una certa idea di mondo

I migliori cinquanta libri che  ho letto negli ultimi dieci anni

 

Il libro 

“La casa delle belle addormentate” di Yasunari Kawabata

(Mondadori, traduzione di Mario Teti)

di Alessandro Baricco

  

(mi accade di avere un po’ di pazienza da parte, che mi cresce, allora compro un Kawabata, e mi concedo il privilegio di leggerlo)

  

Storia bellissima, e se avete dei dubbi sentite questo: García Márquez, l’uomo con più storie in testa del pianeta terra, non ha resistito alla tentazione di far­ne un remake (è come se Madonna ti rubasse la gonna tanto le piace). D’accordo, era forse un po’ vecchio e stanco (adoro gli scrittori quando sono vecchi e stanchi) ma sta di fatto che invece di attin­gere dal suo repertorio infinito si è chinato su que­sto libricino e l’ha riscritto alla sua maniera, in sal­sa caraibica. Poi il libro lo ha intitolato Memoria delle mie puttane tristi, e basta accostare i due tito­li, il suo e quello Kawabata, per capire che l’Oceano Pacifico non accade inutilmente, tra la Colombia e il Giappone.

Storia bellissima, tanto da risultare, per alcuni, il più bel racconto erotico della letteratura universa­le (be’, immagino dopo Lolita, ovviamente). Non saprei dire, non sono così ferrato al riguardo, ma è certo che quando Kawabata si mise ad appoggiare sulla scacchiera le pedine del racconto, con la sua estenuante meticolosità, aveva in mente una par­tita memorabile: dovette trovarla sul fondo di qual­che notte insonne, o venuta alla superficie dopo tutta una vita arsa dal desiderio. Ecco cosa appog­giò sulla scacchiera: uno strano bordello, dei vec­chi clienti ormai impotenti, delle ragazze bellissi­me. E fin lì poteva ancora andare. Poi aggiunse la sua variante: le ragazze dormono, preda di poten­ti sonniferi, e i vecchi si infilano nei loro letti per tra­scorrere una notte accanto a quei corpi magnifici; prima o poi cadono addormentati e al mattino sci­volano via dal letto che le ragazze sono ancora im­merse nel sonno: non passa una parola, tra loro, e i vecchi non sanno né mai sapranno nulla di loro. Kawabata aggiunse un particolare che dovette sembragli fondamentale: le ragazze sono tutte ver­gini. Quindi fece la cosa che restava da fare: prese un uomo, gli diede un nome, Eguchi, e lo fece an­dare nel bordello, quasi per caso, una prima volta; e poi altre quattro volte, incapace di resistere alla tentazione. Gli parve più esatto scegliere un uo­mo vecchio ma non completamente impotente. Allora tutto gli dovette sembrare perfetto: e si mi­se a giocare la partita.

(Consiglio: se vi sembra una storia di erotismo squisitamente maschile, non sottovalutate Kawabata e provate a immedesimarvi in una del­le ragazze.)

Cosa succede di preciso in quei letti?, è ovvia­mente la domanda con cui il lettore si accinge ad assistere alla partita. Tutte cose molto giappone­si, viene da dire (gesti millimetrici, desideri este­nuati, senso di morte, culto e disprezzo dei cor­pi). Ma devo anche aggiungere che il tutto è così tipicamente giapponese da fare venire un dubbio paradossale: era Kawabata che raccontava bene l’erotismo giapponese, o siamo noi occidentali che ci siamo fatti una certa idea dell’erotismo giap­ponese leggendo Kawabata? Mah. Nel dubbio, pre­ferisco ricordare una delle prime cose che fa Eguchi, in quel letto, il fiato mozzato dalla bellezza della ra­gazza, e nel petto un secondo cuore che inizia a bat­tere furiosamente. È un gesto invisibile, prolungato, molto sensuale, e tipicamente proustiano: ricorda. Osservare la ragazza, sfiorarla, toccarla, lo porta ir­resistibilmente a ricordare le donne che ha amato, una dopo l’altra, ma nei minimi particolari, come se i ricordi si sciogliessero al calore di quel corpo, e il te­pore di quella bellezza li richiamasse dal gelo dell’o­blio. Vi sembrerà un rito da vecchi, ma non fermate­vi alle apparenze. Lì si sta parlando del misterioso istinto per cui nella persona amata convochiamo sempre l’intero mondo di ciò che sapremmo ama­re, o abbiamo saputo amare. Lì si parla degli innu­merevoli fantasmi che abitano i vostri letti d’amore, rendendoli spinosi e magni­fici, sempre.

Mi resta da annotare una necessaria avvertenza: il li­bro è scritto da Kawabata, e quindi è un’esperienza di lettura molto singolare. Di rado succede, in letteratura, di sentire una così profonda e incolmabile lontananza: si ha la chiara percezione di una civiltà diversa, fedele a un gusto e a un’idea di bellezza di cui non cono­sciamo i parametri, e neppure le più elementari re­gole. Un canone che non ci appartiene. Non è solo la lentezza, o il gusto per i dettagli: è proprio un’idea di ritmo, di eleganza, di distanza, che per un occiden­tale è fuori portata. Ci vuole pazienza, e molta fede. Nel caso specifico di questo libro vi irriterà, ad esem­pio, il debolissimo finale. Ma anche lì, è una que­stione di civiltà, e non tanto di imprecisione tecni­ca. Quasi tutti i finali dei libri di Kawabata sono irri­tanti: alle volte neanche li scriveva, i finali, tanto po­co gli importava di loro. Immagino che per lui l’idea che una storia dovesse avere un finale suonasse sciocca almeno quanto l’aspettarsi, ammirando un albero nello splendore della fioritura, che a un cer­to punto succeda qualcosa. E rimanere delusi se non succede nulla tranne quello splendore. Capite che per gente a cui la grammatica del narrare è por­ta da Hollywood, la cosa offre qualche imbarazzo.

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