Una certa idea di mondo/32: Cartesio Discorso sul metodo

La Repubblica 1 luglio 2012

Una certa idea di mondo

I migliori cinquanta libri che ho letto negli ultimi dieci anni

Discorso sul metodo – Cartesio

“Il Discorso sul metodo fu scritto in francese Cartesio lo fece per i barbari dell’epoca”

. . .

(Un classico della filosofia all’anno, su questo non si discute.

Anche solo per sentirne la musica, o respirarne la splendida arroganza)

di Alessandro Baricco

. . .

È un libretto, e già questo è affascinante. Se vi aspettate un tomazzo erudito e noioso non sapete di cosa stiamo parlando. È un libretto, e Cartesio lo scrisse in francese. Come ha insegnato Fumaroli, la cosa è assai più significativa di quanto possa sembrare. Ai tempi (1637) l’erudizione era scritta in latino, era alluvionale e oscura, ed era infarcita di citazioni di classici (il sapere coincideva con il sapere i classici). Cartesio, che veniva da quel mondo lì, buttò tutto all’aria e fece un gesto tipicamente barbaro: cinquanta paginette scritte in una lingua che ai tempi si credeva inadeguata a qualsiasi eloquenza. Perché lo fece? Perché voleva davvero voltare pagina, fondare un nuovo metodo per capire le cose: sapeva che gli eruditi non avrebbero apprezzato e non scrisse per loro: scrisse per le nuove, superficiali élites dei salotti parigini, che il latino non lo conoscevano e i libri li leggevano solo se si potevano tenere in una mano mentre con l’altra ti sventolavi (o facevi altro, come annotò una volta Rousseau, parlando di romanzetti erotici). Scrisse per i barbari dell’epoca. Si fidò di loro, e quelli, in effetti, covavano una rivoluzione culturale vera e propria.

Per loro scrisse un libro di filosofia, ma la realtà dei fatti è che per almeno metà delle pagine gli venne fuori un libro di avventure. Per quanto possa sembrarvi strano, il Discorso sul metodo ha una struttura narrativa precisa, da manuale. Il viaggio dell’eroe. Un ragazzo intellettualmente superdotato fa il giro del mondo per imparare tutto, e quando torna a casa scopre che non sa niente. Allora si chiude nella sua cameretta e sconfigge i suoi demoni. Da manuale, ve l’ho detto. Se pensate che sia una mia elucubrazione, allora sentite lui: «Proponendo io questo scritto solo come una storia, o se preferite come una favola (…) spero che sarà utile a qualcuno e a nessuno nocivo (…)». Non è interessante? Il libro che fondò l’idea moderna di sapere, agli occhi di chi lo scrisse era fiction. Liquidati i preamboli, inizia praticamente con questa espressione: «Fin dall’infanzia sono stato allevato nello studio delle lettere.». Quasi Proust.

Ah. Una volta ho chiesto alla mia professoressa di italiano dove cavolo Proust aveva preso quel modo di scrivere. Cioè, quella sontuosa capacità di srotolare sintassi per venti righe senza la minima fatica. I saggisti francesi del Sei e Settecento, mi ha risposto. Non ne avevo letto neanche uno, quindi non capii bene, ma come risposta mi piacque: in effetti saltava in un colpo la letteratura tutta, e mi spiegava come mai mi riuscisse impossibile dedurre da un Balzac o da un Flaubert il mestiere con cui lavorava Proust. Quadrava. Ma ho capito cosa esattamente la professoressa volesse dire solo quando ho letto Cartesio, il francese di Cartesio: dato che questa edizione Laterza è bilingue, lo potete fare anche voi. Un francese di un’eleganza e di un virtuosismo che incantano (non sto dicendo che la traduzione non è bella, lo è, dico solo che il suono del francese è violoncello, e quindi diverso da quello dell’italiano, che è violino. Quanto a Proust, suonava la viola da gamba). Così non è nemmeno poi così importante che capiate la riflessione filosofica. Un libro come questo si può leggere anche solo per il piacere della bellezza pura e semplice.

E per alcune, tante, perle. A un certo punto se la prende con gli eruditi e il loro modo di mettere giù le cose, oscuro e arcigno. Non gli andava che quei sapienti si prendessero gioco dei lettori, molto migliori di loro. Lo disse in tre righe: «Mi sembrano come un cieco che per battersi senza svantaggio con un vedente l’avesse fatto venire nel fondo di un sotterraneo molto oscuro». Stesi. Come si sa, lui era per un pensiero capace di idee chiare e distinte. La limpidezza, e una qualche forma di geniale semplificazione, erano quel che lui intendeva per intelligenza: con sublime coerenza scriveva frasi come queste: «Ho sempre avuto un immenso desiderio di imparare a distinguere il vero dal falso per vedere chiaro nelle mie azioni e procedere sicuro nel cammino della vita». Limpido, appassionato, esatto. Una lezione. A un certo punto sfiora il tema della gloria e del successo, che per uno che pensava di aver risolto tutti i problemi aperti del sapere era un tema in qualche modo inevitabile. Al proposito, Cartesio aveva idee molto prudenti ma determinate, che riuscì a stilizzare in una frase che mi è cara in ogni sua singola piega, e che mi è immensamente gradito copiare qui. «Benché io non nutra eccessivo amore per la gloria, o addirittura, se posso dirlo, la odii in quanto la giudico contraria alla tranquillità che apprezzo sopra ogni cosa, tuttavia non ho mai tentato di nascondere le mie azioni come se fossero delitti, né ho fatto uso di grandi precauzioni per restare sconosciuto: avrei creduto di far torto a me stesso, e, d’altronde, me ne sarebbe venuta una sorta di inquietudine che, torno a dire, sarebbe stata in contrasto con la perfetta tranquillità che io cerco».

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...