Una certa idea di mondo/11: Anatomia di un istante

La Repubblica 5 febbraio 2012

Una certa idea di mondo

I migliori cinquanta libri che ho letto negli ultimi dieci anni

Anatomia di un istante – Javier Cercas

“Cercas entra in un istante di immobilità irragionevole e ci mette la storia della Spagna post-franchista “

. . .

Alessandro Baricco

(Me la ricordavo, quella specie di macchietta con la pistola in mano, in mezzo al Parlamento spagnolo. Non potevo resistere all’idea che Cercas aveva deciso di raccontarla)

Libro geniale, niente da dire. Sulla carta è la ricostruzione di un drammatico frammento della storia recente spagnola, cioè il fallito colpo di Stato del 23 febbraio 1981. Ma se a fare un esercizio del genere è uno scrittore, si finisce in una zona minata dove fiction e realtà si intrecciano pericolosamente: ci hanno fatto naufragio in molti, da quelle parti. Cercas ha un talento micidiale ma per un po’, in effetti, in quel triangolo delle Bermude si è perso: ha iniziato a scrivere un romanzo, l’ha finito, l’ha buttato. Poi ci è tornato su. Cercava un equilibrio tra finzione e realtà. Soprattutto cercava una cosa che gli scrittori conoscono bene, ciòe un punto da cui guardare le cose che non esisterebbe se non ci fossero loro. Se non trovi quell’ango-latura inesistente, stai facendo una fatica inutile. Un giornalista bravo farebbe il lavoro molto meglio di te. Che io sappia, scrittori che poi hanno trovato, davvero, la voce e lo sguardo per fissare la realtà storica delle cose e denudarla in un racconto irripetibile ce ne sono davvero pochi. Ma Javier Cercas ha un talento micidiale, l’ho detto, e alla fine ce l’ha fatta.

L’intuizione giusta l’ha avuta guardando e riguardando le riprese televisive degli eventi di quel pomeriggio. Se volete potete andarvele a vedere su YouTube. Il parlamento spagnolo stava votando la nomina di un nuovo presidente del governo, la democrazia era ancora giovanissima (cinque anni), la fragilità politica del Paese immensa. Le telecamere registrano stancamente i lavori. A un certo punto si sentono delle grida, qualcosa accade, i lavori si interrompono. Altre grida, trambusto. Poi nell’inquadratura entra la figura vagamente grottesca del tenente colonnello Antonio Tejero: nella sua divisa della Guardia Civil, una pistola tenuta in mano senza alcuna eleganza né fierezza, sale le scale che portano al seggio della Presidenza, poi si volta verso l’assemblea, e urla a tutti di non muoversi. Passano alcuni lunghissimi istanti di silenzio e di immobilità, come un buffo incantesimo. Poi altre grida e alla fine arrivano i colpi d’arma da fuoco, perfino delle raffiche di mitra. Volano dei calcinacci, irrompono altri militari e a un certo punto qualcuno intima ai parlamentari di buttarsi a terra: quel che accade allora è che tutti i parlamentari, cioè più di trecento politici, cioè l’intera classe dirigente del Paese, tutti si buttano a terra cercando nei modi più grotteschi di sparire dietro ai loro scranni. Scompaiono. Tutti tranne tre: l’ex capo del governo Adolfo Suàrez, il generale Gutiérrez Mellado, e Santiago Carrillo, leader dei comunisti spagnoli. Nell’emiciclo improvvisamente deserto sopravvivono, imperterrite, le loro tre figure. Semplicemente si rifiutano di buttarsi a terra. Suàrez rimane immobile, la schiena appoggiata allo schienale, una vaga stanchezza addosso, o indifferenza. Carrillo non smette di fumare la sua sigaretta. Il generale Mellado, addirittura, abbandona il suo scranno per andare a fronteggiare i militari, in piedi, il petto contro le pistole, sprezzante.

Dice Cercas che quei tre gli ricordarono una frase di Borges: «qualunque destino, per lungo e complicato che sia, consta in realtà d’un solo momento: quello in cui l’uomo sa per sempre chi è». E gli venne in mente che quei tre, in quel momento, avevano saputo per sempre chi erano. Non lo abbagliava l’apparente audacia del gesto – quel resistere alla minaccia delle armi – e non amava particolarmente nessuno dei tre personaggi, anzi. Ma lo affascinò pensare che se fosse riuscito a entrare in quell’istante di immobilità irragionevole, avrebbe letto l’intera storia di quei tre, in una luce incredibilmente limpida, e nella loro storia la storia vera di quel golpe, e nella storia vera di quel golpe tutta la storia della Spagna post-franchista. Il punto di ingresso – un istante – era minuscolo, ma enormi gli spazi in cui poteva portare. Vide un gioco di specchi che prometteva meraviglie, e decise di seguirlo.

Da lì in poi si mise a lavorare usando pochissimo la fantasia e molto la voglia di sapere. Si è letto tutto quel c’era sull’argomento e si è messo a intervistare i testimoni. Un lavoro di documentazione sterminato e accuratissimo. Poi si è messo a scrivere. Non un romanzo, ma un libro senza definizioni, in cui la mano dello scrittore sembra affiorare giusto nell’eleganza del porgere o nel ritorno periodico di certi tic stilistici. Nella sostanza è un libro di analisi, di ricostruzione, di ricomposizione di fatti e idee. Neanche per un attimo, però, è possibile leggerlo senza sentire chiaramente che l’ha scritto uno scrittore e questo – l’ho capito dopo un po’ – perché sebbene l’invenzione e la finzione siano completamente bandite da quelle pagine, profondamente letterario è il punto di partenza, l’invenzione del punto di vista, la scoperta del gioco di specchi. Letterario e immaginario, perché tutto poggia su una frase di Borges troppo bella per essere vera e su un’ipotesi che è di pura invenzione: che quei tre, là immobili, non fossero il frutto di una circostanza fortuita, ma un geroglifico che raccontava loro stessi, la storia che accadeva addosso a loro, e la geografia politica e culturale che li stava incorniciando. Questa è pura invenzione. Tutto il resto no. Questo meccanismo mi ha fatto pensare, e mi è sembrato genialmente inedito. In genere, quando gli scrittori si applicano alla ricostruzione di una certa realtà sociale o politica tendono a usare la fiction per intensificare i fatti, pensando che questo sia il loro compito: ingenerano così una specie di doping dei fatti attraverso cui ottengono, quando va bene, un’intensità emotiva maggiore e alle volte perfino una paradossale esattezza. Ma Cercas fa il contrario. L’unica cosa che è immaginaria è l’assunto, il punto di vista, tutto il resto è pronuncia dei fatti. Anche lui, alla fine, ottiene una sorprendente presa sulla realtà, ma per una via diversa che faccio fatica a non giudicare enormemente più corretta e civile. Così, benché irripetibile, questo libro ha finito per sembrarmi un modello, quasi l’enunciazione luminosa di un certo accosto letterario alle cose, rispettoso della realtà eppure ostinatamente fedele all’immaginazione. (Pensa un libro così sulla strage di piazza Fontana, mi son detto. In un certo senso mi son messo ad aspettarlo.)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...