Go down, Moses

La Repubblica 29 gennaio 2012

Una certa idea di mondo

I migliori cinquanta libri che ho letto negli ultimi dieci anni

“Go down, Moses” di William Faulkner

Alessandro Baricco

“Faulkner sta tra i grandi dall’inflessione biblica: prima di lui Melville, dopo di lui McCarthy”

. . .

(Un Faulkner e uno Shakespeare all’anno.

Sempre.

Qualche regola bisogna pur darsela)

. . .

Non l’avevo mai letto, e considerato che la bibliografia di Faulkner è sterminata, la cosa non faceva notizia. Ma proprio non l’avevo mai avuto nemmeno nel mirino, forse perché in penombra, lui, rispetto alla luce abbagliante di certi capolavori. Dalla bella postfazione di Nadia Fusini ho imparato che F aulkner l’aveva scritto nei primi anni quaranta, a corto di soldi, e con la presunzione di mettere insieme una serie di racconti facendoli passare per un romanzo. L’editore non ci cascò e intitolò: Go down, Moses e altre storie.

Tra le “altre storie”, ce n’è una che si intitola L’orso e che da sola fa un terzo del libro. E’ per lei che sto scrivendo questo articolo. Non per fare sempre classifiche, ma se dovessero dirmi di buttare tutto e tenermi dieci libri da rileggere per il resto della vita, alla fine L’orso sarebbe lì in mezzo, e questo per ricordarmi che si può raccontare anche in quel modo, in quell’assurdo, illogico modo.

Volendo riassumere, Faulkner non scriveva: scolpiva borbottìi, solennemente, tra sé e sé. Il verbo scolpire va preso alla lettera: innanzitutto perché lui ha sempre solo scritto monumenti, e la solennità era quasi l’unico sound di cui disponeva (sta in mezzo nella triade americana di grandi scrittori dall’inflessione biblica: prima di lui Melville, dopo di lui Cormack McCarthy). E poi perché lavorava con una strana lingua, tutta sua, fatta di pietra. Anche quando le sue frasi sono rotonde, sanno di fatica e di percussione: hanno spigoli perfino quando sono lisce. Sembrano sempre il frutto di una violenza. Anche Céline, per dire, borbottava, ma con una lingua che era acqua (vino, talvolta). Anche Proust borbottava, per dire, ma la sua lingua era una tovaglia di Fiandra (appena stirata, sempre). Faulkner, lui, lavorava con la pietra. La cosa dà alla sua prosa una durezza ineludibile, e ai suoi monumenti un’asprezza sontuosa. Qualsiasi idea di comodità, nel leggerli, va abbandonata, e l’esperienza di risalire i suoi libri non è mai diversa dallo scalare una parete studiata apposta per rendere inaccessibile la cima -non importa di che montagna. Spesso sono fatte a pezzi anche le più elementari regole di educazione letteraria: non sai chi sta parlando, non sai dov’è, non sai come si chiama, non riesci a capire cosa diavolo sta facendo. Così leggi, ma è come camminare nel buio, sentendo voci senza volto, intuendo paesaggi che non sai. Ce n’è abbastanza per lasciare perdere e in effetti uno volentieri lascerebbe perdere se non fosse che da quelle tenebre solenni risale una forza che avevi dimenticato, qualcosa di primitivo, come il mistero delle cose prima che qualcuno desse loro un nome: l’audacia di un’aurora dove tutto era già scritto.

L’orso è scritto così, e forse mi ha incantato più di altre pagine faulkneriane perché racconta proprio quell’aurora, la caccia dell’uomo a quell’aurora, l’amore e la ferocia di quella caccia.

La storia, di per sé, sarebbe anche lineare e piuttosto risaputa: l’iniziazione di un ragazzino portato dai grandi alla caccia del vecchio orso invincibile e antico. Storia molto maschile (donne poche, e sullo sfondo), appesantita da tutto l’armamentario della discutibile retorica venatoria (“Un orso o un cervo si spaventano davanti a un codardo, come fa un uomo coraggioso”, cose così). Animali indimenticabili e machismo epico. Hemingway ne avrebbe fatto un raccontino di sicuro successo. Faulkner ne fece una specie di messa in scena sacra, celebrata sull’altare di una foresta impenetrabile, e stordita dall’incenso di frasi come questa (e frase non è ovviamente la parola giusta): “Di uomini, né bianchi né neri né rossi, ma uomini cacciatori, con la forza e la volontà di resistere e l’umiltà e la capacità di sopravvivere, storie di cani e dell’orso e del cervo in contrasto e in rilievo, nella e dalla natura selvaggia condannati e comandati allo scontro antico e implacabile secondo regole antiche e inflessibili che svuotavano ogni rimpianto e non davano tregua”. Diciamo che i Goncourt scrivevano in modo diverso. Ma non bisogna pensare che allora si debba entrare in questo libro come se fosse una rappresentazione sacra a cui genuflettersi, facendo penitenza. Non sarei qui a parlarne. Lo faccio perché invece è un’avventura, emozionante. Si entra in quel racconto come il ragazzino entra nella foresta, e si impara ad abitarlo come lui apprende di quella foresta i suoni, le vie, il mistero. Con pazienza, magari leggendolo lentamente e a voce alta, vi ritroverete là dentro, dove l’orso invisibile lo intuite nel piccolo ammutolire del picchio o nella sua impronta deforme nel fango, così fresca da riempirsi d’acqua sotto i vostri occhi fino a versarne. Ci sapeva fare, il vecchio Faulkner, e quella storia ve la ritroverete addosso come di rado vi sarà successo, gli odori il freddo la paura. Consumandola fino in fondo, a un certo punto vi troverete a scoprire che da nessun’altra voce vorreste farvela raccontare, e allora sarete davanti all’Orso, finalmente, cioè molto vicini al cuore di quel borbottìo che sembrava illogico e d’improvviso sarà l’unica lingua che in quel momento volete capire. Promesso.

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