Una certa idea di mondo/7: Fantozzi totale

La Repubblica 8 gennaio 2012

Una certa idea di mondo

I migliori cinquanta libri che ho letto negli ultimi dieci anni

Fantozzi totale

“Fantozzi rispecchia ma realtà italiana e la ridisegna con genio surrealista”

di Alessandro Baricco

(Preso al volo quando ho scoperto che qualcuno finalmente aveva deciso di riportare in libreria il ragioniere più famoso d’Italia)

. . .

Non è il caso di esagerare, ma se c’è una cosa che si chiama letteratura italiana questo libro ne fa parte. Scrivere libri che fanno molto ridere è possibile ma non necessariamente porta a fare letteratura. La cosa riuscì a Paolo Villaggio, a cavallo tra gli anni 70 e 80, e adesso è bello riconoscerlo, con il giusto entusiasmo. Prima di lui, Guareschi. Prima di Guareschi, Achille Campanile. La spina dorsale della letteratura umoristica italiana è probabilmente quella lì.

Non è il caso di esagerare, ma Fantozzi era geniale, poche storie. Spesso l’ho visto disinnescato da una lode che, per me, suona come un perfido calcio in culo: dicevano che era lo specchio esatto di una certa Italia. Mah. Io lì sono viziato da un pregiudizio che mi è sempre stato caro: non credo che si faccia letteratura per specchiare una qualche realtà locale, che sia un quartiere o una nazione. Non credo che Dickens fosse grande per i suoi affreschi della Londra ottocentesca e se leggo in un risvolto che il tal romanzo mi promette l’affresco mirabile di una certa realtà contadina, scappo. Lo faccio con molto rispetto, ma non riesco a impedirmi di pensare che usare la letteratura per dipingere un paese, villaggio o nazione che sia, non è molto differente dal chiamare Sherlock Holmes per scoprire dove diavolo sono finite le forbicine per le unghie. Cercale, verrebbe da dire. Basta un buon giornalismo, verrebbe da dire, se il problema è raccontare l’Italia. Lascia che i libri, nella loro accezione più ambiziosa, si occupino di altre cose.

Paolo Villaggio, ad esempio, si occupava di un’altra cosa. Fantozzi rispecchia una certa realtà italiana, ma soprattutto la deforma alla grande, la ridisegna con genio surrealista, e sostanzialmente la restituisce inservibile, quindi preziosissima: una visione. Lo fa con una tecnica che adesso sembra banale, tanto è penetrata nel senso dell’umorismo degli italiani, ma che non c’era prima di Paolo Villaggio. O quanto meno nessuno l’aveva portata a simili vette di cura e di virtuosismo. Villaggio usava una sintassi povera, frasi essenziali, e un aplomb inglese che Chesterton si sognava. Dunque il punto di partenza era una semplicità assoluta, una prosa liscia come la faccia di Buster Keaton. In quel tessuto, di per sé povero, lui faceva esplodere delle mine pazzesche che in tempi rapidissimi trasformavano il tutto in iperbole, e in visione. Era una continua, fulminea, giubilatoria vendetta contro la realtà. Il gioco era mandarla in mona convocando, al suo posto, il surreale, un’ operazione che Villaggio poteva fare a velocità sbalorditiva. Alle volte gli bastava un nome. Pier Ugo Serbelloni Mozzanti Vien dal Mare. Fatto. Dott. ing. grand. uff. lup. man. Lorenzo Folchignoni. Fatto. Duca PierCarlo ingegner Semenzara. Fatto. Ma in fondo anche sua moglie: Pina. Fatto. Non sono nomi, sono orologi di Dalì (fatte le debite proporzioni).

Usava gli aggettivi da dio. «Mentre la Pina si spogliava a lui venne il solito leggerissimo conato di vomito». Togliete leggerissimo e vi ritrovate in un cinepanettone. Ma il leggerissimo c’è, ed è un contromovimento minuscolo che, lo capite, suona geniale. (È lo stesso trucchetto del classico «Non mi sento troppo bene, disse. Poi svenne») A volte usava aggettivi così inaspettati o fuori posto che in coppia con il sostantivo che ne era la vittima hanno finito per diventare un’espressione unica, esente da qualsiasi analisi grammaticale e scolpita nella memoria collettiva: il tragico spigato siberiano, lo sfrigolio sinistro, i pantaloni ascellari. Nomi, anche loro.

Adorava i numeri, perché la moltiplicazione del reale nella sua proiezione fantastica era immediata, e per così dire scientifica. Per me resta emblematica la fantastica sistemazione all’hotel Italia-Sassolungo, «in comode stanze da due, quattro o sedici letti». Ma naturalmente non possiamo dimenticare il risultato della partita di calcio fra quarantenni (38 a 24) né la durata dell’applauso dopo l’intramontabile «Per me la corazzata Potemkin è una cagata pazzesca» (92 minuti) . Adorava anche le liste, prima che diventassero una cosa seria, probabilmente perché nell’azzeramento della sintassi l’esplosione del surreale risultava immediata, non c’era bisogno neanche della miccia. Gita a cavallo: «Attrezzatura Fracchia: stivali Prima guerra mondiale, giganteschi pantaloni alla zuava ascellari, casco coloniale, giacca blu prima comunione a doppio petto e guanti da violinista. Attrezzatura di Fantozzi: scarpe chiodate da montagna modello 1906, calze corte, calzoncini da mare scozzesi, giacca da frac a coda di rondine, elmo tedesco residuato di guerra, guanti da violinista». (Non c’è un verbo, niente miccia). (Ah, non credo sia il caso di spiegare come i guanti da violinista valgano da soli il prezzo del libro).

Che c’entra l’Italia?, uno finisce per chiedersi, e adesso magari capite meglio che non è una domanda scema. Non stava raccontando un Paese (o magari sì, ma come pretesto, come motorino d’avviamento). Intanto stava usando la lingua italiana come se fosse fatta di gomma, portandola ad acrobazie lessicali che poi avremmo ripetuto anche noi, mille volte. E poi stava raccontando, sì, ma un’altra cosa. Se un bambino mi arrivasse con Fantozzi in mano (il libro, dico) e mi chiedesse dritto dritto «Cosa racconta?», io saprei la risposta. La tristezza, direi. Ma facendoti piangere dal ridere, forse aggiungerei. In questo senso, benché tecnicamente parlando il racconto capolavoro di Villaggio sia secondo me Invito in società, quello che meglio riassume il cuore della faccenda è La Pina si innamora. Inizia con una pressione vescicale di due atmosfere e finisce con una diarrea biblica. In mezzo, la tristezza. Una sconfinata, incorreggibile, inevitabile, struggente tristezza. Non credo che ci sia qualcuno, dotato di un minimo di sensibilità, capace di arrivare alla fine senza le lacrime agli occhi. Di che tipo, questo è difficile dirlo.

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